Not living my best life. E i 40° all’ombra non aiutano.

Not living my best life, lately – rispondevo ieri ad una collega svedese che invece è in vacanza in Sicilia e tra teatri greci e granite in riva al mare sta avendo un great time, awesome places, delicious foodarimortacci no?

Crisi di governo, crisi Totti-Blasi, crisi idrica, crisi di chi fa smart senza condizionatore a casa (presente!), vogliamo non metterci uno straccio di crisi esistenziale amche noi, scusate? Ma no, certo che no.

E così alle mie lamentazioni modello Evita Péron II, domenica (a Bardonecchia, 1300 m, 26 gradi celsius di beautitudine almeno per un dì) l’amico Fabio rispondeva sollevando ironico il sopracciglio “Mai sentito parlare della crisi do mezza età…?”

Ecco, credo quello sia stato il colpo di grazia dopo quello che mi è sembrato un weekend eterno, complice il sottofondo incessante di pensieri limacciosi che normalmente non faccio, o meglio ho imparato a sotterrare nel fango con discreta destrezza.

Ecco, ultimamente non più. Da qualche giorno i pensieri bui m’investono e mi travolgono con la violenza dell’aria bollente che soffia verso il marciapiede dai bocchettoni su Via Roma, angolo Benetton, alle 15.00 di un qualsiasi pomeriggio di questo luglio sahariano. E tu sudi e arrossisci e sbuffi e lì per lì credi che perderai i sensi, nonostante l’iced caramel macchiato da 750 Kcal nella mano destra, e magari c’hai anche lo zainetto portapc carico sulle spalle col cambio abito, così, per dire.

Fattostà che il tuo livello di felicità è quello di una serata disco-nostalgia di provincia con il ballo a plachetto che però tutti han disertato.

Un po’ come quando la love story del momento, ma che tu credevi di sempre, chiaro, s’arena e sei tu quella a disamorarti o comunque a mettere la parola fine: stai male, malissimo, perché col cavolo che solo la parte lesa sta male – se hai un briciolo di coscienza, se l’affetto è rimasto, se sai per certo che per la controprate sarà una picconata sulla capoccia, allora starai male doppiamente, perché starai male per il male in sè ma anche per aver causato del male…vabbeh, esperienza di vita vissuta, anche se qui non c’entra niente – però, dicevo quando una certa epoca, una certa storia è oggettivamente arrivata al capolinea, nascondere la testa sotto la sabbia è impossibile.

L’evidenza del tutto ti si spiaccicherà comqunue in faccia con la grazia di un tornado e la penna leggera di Dagospia. Magari non sarà una faglia sismica sotto le infradito, ma il vuoto cosmico della piazza deserta del ballo al palchetto sì.

(Si intuisce che in una vita precedente di balli al palchetto ne ho bazzicati tanti? Sì, eh?)

Ma insomma al momento la mia verve è quello di una busta vuota che danza nel vento nel parcheggio del Conad, rendo l’idea? In balia degli eventi, incapace di bloccare i pensieri, le labbra increspate dall’amarezza che si sollevano in tirati sorrisi di circostanza – anche perché sono perennemente attorniata da persone, il leit motif della mia vita da eremita mancata – senza che però gli occhi le accompagnino davvero.

Come in una fotografia sovraesposta, contorni e immagini di quel che sarà la tua vita ti appaiono, dall’oggi al domani, incerti e sfalsati. Tu che di norma vedi il bello anche nell’etichetta nutrizionale del Muller bianco percepisci chiaramente di avere, al momento, la stabilità mentale di Elon Musk.

E allora butti giù queste poche righe sconnesse, perché dar voce ai propri pensieri ti sembra voglia dire mettere ordine un po’ ai pensieri stessi, che al momento razzolano impazziti come galline sull’aia prima del temporale.

Mentre le parole del tuo amico risuonano implacabili e così dannatamente azzeccate, tant’è che è impossibile non soffermarsi e pensare che intanto però a questa benedetta/maledetta mezza età tu ci stai arrivando, seppur arrancando malamente: il tuo migliore amico, colui che hai amato come un fratello minore, colui al quale corre il pensiero un giorno sì e l’altro pure, si è fermato molto prima.

Perciò altro che Totti e Blasi, qui c’è gggrossa gggrisi.

Oddio, nulla che un Americano ben dosato non riesca a stemperare almeno un pochetto, chiaro.

Nell’attesa, Starbucks e Polase. Sognando California. Sognando anche solo, boh, un temporale.

Generazione di fenomeni 3.0 edition

Non è solo una frase d’autore che nel gergo pallavolistico designava le eccellenze maschili della nazionale anni ’90;

non è neanche soltanto la leggendaria canzone degli Stadio del lontano 1991, né (boomer, sospirate con me) la sigla di una contemporanea e meravigliosa serie di Rai 2, direi la Beverly Hills 90210 de noiartri, visto che ruotava attorno alle vicende amorose di un gruppo di liceali romani, intitolata “I ragazzi del muretto”.

No, “generazione di fenomeni” è anche e per me soprattutto un attualissimo e nutrito bestiario di wannabe fuoriclasse moderni, un campionario di esaltatissima fauna umana che l’esimio Foster Wallace non esiterebbe a fare oggetto di una delle sue monografie, dopo quella dei croceresti.

Non so voi, ma io ultimamente sono circondata, da Fenomeni.

Li incontro con la frequenza con cui incrocio il corriere Amazon e li patisco come patisco la peperonata la sera dopo ‘na certa: nel loro vuoto cosmico dimentico di contegno e senso della realtà, non tutti ma una buona parte mi stanno decisamente indigesti, proprio come la peperonata nottetempo.

Ma approcciamoci dunque con spirito di etnografo e lente dei RIS alla mano alla disamina di questa grande e convintissima comunità – comunità al 90% maschile, stando alle mie ricerche sul campo: il Fenomeno che conosco io non sa che farsene, del low profile e di quello spirito di understatement peculiarmente femminili. Anche se qualche Fenomena, ovviamente, c’è; noi diremo Fenomeno per dire Fenomen*, ecco.

Il Fenomeno è convinto. Anzi, convintissimo. Orgoglione – che sì, fa rima con altro -one -, logorroico, incontenibile e inspiegabilmente certo che l’ego ipertrofico che si porta appresso a mo’ di torcia olimpica sia per il prossimo motivo di ammirazione se non di autentica invidia.

Avete presente la pagina IG del “Milanese Imbruttito?”

Ecco, diciamo allora che l’idea di base è quella, però pompata a livelli iperspaziali. Ma davvero una buona fetta dei Fenomeni che conosco saluta con “Ué, grandissimo/a!” solo perchè non si ricordano il tuo nome, mica per altro, ti elenca tutti i suoi sbatty e va immancabilmente di frettissima – magari a tagliarsi le unghie degli alluci, ma di frettissima.

Il Fenomeno nostrano, tuttavia, si contraddistingue non tanto per il lessico, quanto per i contenuti; contenuti che arrivano talora già di prima mattina, in filodiffusione dagli speaker dell’automobile quando la tua monovolume zigzaga in modalità pilota automatico verso l’ufficio, gli occhi incrostati di sonno, unico obiettivo: sopravvivere sino a sera.

Il Fenomeno invece no, il Fenomeno si sveglia già carico come una dinamo, performante come una confezione di Foodspring doppio cioccolato, pronto a conquistare il mondo e piantare la sua bandiera in vetta al K2. Lo intuisci da come parla, dal fuoco di fila di domande (Come va, che fai, dove vai, novità, weekend??) a cui però se sei fortunato non devi neanche scomodarti a rispondere: risponderà lui per te, esemplificazione perfetta del “me le canto e me suono”, che poi son quasi divertenti, questi monologhi, un’alternativa pittoresca a Radio Deejay e comunque sempre più piacevoli di un acufene, toh.

Il Fenomeno pensa di essere oggetto di ammirazione – e non di post ridanciani su WordPress – perché, beh, perché sostanzialmente è ricco. Ricco in senso materiale, e cioé nel conto in banca e nel suo palmares di latin lover: il Fenomeno ti delizia con i suoi successi lavorativi e con le sue conquiste sentimentali – okay, togliamo sentimentali; il Fenomeno guadagna i paperdollari e frequenta le mejo squinzie; il Fenomeno ha sempre qualche prenotazione vacanziera all’attivo – se breve a Ibiza anche se Formentera è meglio, se più lunga in qualsiasi città/nazione che faccia rima con parco di divertimento per adulti abbienti.

Il Fenomeno ha naturalmente amici Fenomeni ad alto tasso di riccanza che lo invitano per il weekend a Saint Tropez sul mega yacht – ma qui non è fondamentale che te lo racconti perché in effetti la sua pagina IG, che tu scrolli tutte le mattina per fare il pieno di buonumore e spunti ciarlieri tipo questo, è un mosaico di sorrisi sbiancati sui tender tra le onde del Mediterraneo, dell’Egeo e prossimamente su qualche atollo del Pacifico.

Il Fenomeno è prestante, ma sul come non sottilizziamo: se nelle medesime foto il nostro etnografo noterà un mix sospetto di pelle color cuoio innaturalmente tesa, nervature sui deltoidi e avambracci da Popeye disegnati da vene in rilievo e si chiederà se frutto di dieta proteica? palestra? crioterapia?…ecco no, la rispostà sarà: filtri instagram a manetta senza pudore e senza vergogna. Ma quel che conta è il risultato!

Il Fenomeno così come l’ho descritto è in realtà la sommatoria algebrica dei tanti Fenomeni che ho incrociato sul mio cammino negli ultimi lustri – e che per inciso maritt’ si ostina a definire “simpatici”.

Ecco, sul fronte simpatia potremmo aprire un altro capitolo, ma non vi voglio così male. In soldoni, il mio punto è che tutte le caratteristiche di cui sopra, di per sé, non fanno di un Fenomeno una cattiva o spregevole persona: tuttalpiù, una pittoresca macchietta da film di Verdone.

Ciò che fa proprio implodere le mie coronorie, quando ho a che fare coi Fenomeni, è il fatto che 8 volte su 10 questi uomini e donne che per come si raccontano “non devono chiedere mai” tipo pubblicità del Denim Musk, ti chiedono invece favori su favori ma attenzione: dipingendoli come TUE fantasmagoriche opportunità di fama, guadagno, successo, crescita personale e pubblica e compagnia bella.

Io, che pure so di sembrare svaporata, per anni ho tagliato corto per arrivare al punto. “Ah Tizio/Caio/Semproni*, non girarci intorno: cos’è che vuoi da me?” e realizzato….aum, vediamo…curricula (a iosa), profili aziendali, tesi, tesine, traduzioni, script per siti internet e per editoriali, testi per inserzioni a pagamento, per sonate, balalte e tarantelle (okay tarantelle no), dispense per corsi fai da te, libercoli (anche per parenti, ma lì a chiedermelo non era un Fenomeno bensì mio suocero, che di fenomenale ha solo la ricetta per la pasta spada & pistacchi) e ancora, recensioni, ruriche off e online e molto altro che credo di aver rimosso per mancanza di giga sull’hard-disk.

Il punto è che tutte questo cose uno (io) le fa anche volentieri, se gli riescono facili e lo divertono; dirò di più, lo fa con autentico piacere per amici e persone care.

Ma per un Fenomeno, che ti promette in cambio mari e monti, ti inonda di partole vuote quanto la scatola cranica di Gianluca Vacchi, ti dice “ahhh, un talento come il tuo vedrai come lo rilancio ioooo“, “ah, ma qui si fa il botto sicurooo” e poi manco un caffé al bar converrete con me che tutto ‘sto gran trasporto non c’è.

Ormai da tempo, ho deciso che io non voglio essere la colf sottopagata di nessun Mr Enjoy – e lo so, non c’è da vantarsi, ma sì, ho guardato quella cafonata di Mucho Màs; però lasciatemi spezzare una lancia a favore della produzione di Prime per confermare che non c’era nessun motivo per rimuoverlo, trattandosi di documentario (?) che non parla assolutamente di N U L LA, vedi alla voce *scatola cranica di. Di contro, regala allo spettatore tanti begli interni da sogno, fuoriserie cromate, cene stellate, prati all’inglese e divertenti ballett….ah, no.

Ma insomma. Di generazione di fenomeni, per me, ce n’è una sola. E ordunque intoniamo insiemeE.

Generazione di fenomeni, siete voi

Generazione di fenomeni, tutti eroi

Generazione di fenomeni, come noiiiiii

Misto fritto senza gamberi (che non ho mai imparato a sgusciarli)

Leggevo su non so quale rivista di cui ho fatto man bassa durante il primo, sospirato break estivo – la tradizionale settimana di fine giugno nel grossetano, tradizione ahimé destinata a svaporare prestissimo visto che tra un anno, a quest’ora, la minore sarà impegnata negli esami di terza media (Mom needs a drink, esatto!) – che la pandemia è un po’ come la vecchiaia: una cartina di tornasole della nostra indole, che migliora se è pacifica e peggiora se è malmostosa.

In effetti non ci vuole Freud per intuire che l’esplosivo mix di chiusura forzata & limitazione individuale non può che mettere in risalto e forgiare la santa pazienza e lo spirito (diciamolo pure) di sacrificio delle persone miti e concilianti; di contro, un petulante irascibile non riuscirà a contenersi e darà sfogo a tutto il suo malumore. Malumore peraltro contagioso, proprio come il Covid.

Ora, io che faccio dell’understatement non la mia bandiera ma pure il mio intimo, la tshirt, i jeans e il cappello a tesa larga simil Borsalino, non ho esitazioni nell’asserire che avrò sì, mille limiti e altrettanti difetti, ma decisamente non lesino in quanto a provviste di pazienza. Spirito di sopportazione formato XXL. Volontà di conciliazione degna da ambasciatrice ONU. E via discorrendo. e no, Camy, non sto flexando 🙂

Tutto questo pippone d’apertura per dire, molto semplicemente, che dopo aver tenuto le redini da inizio anno di un decoroso menage familiar-social-lavorativo, finto sordità a tutte le fattispecie mendeliane di pettegolezzo, frecciate e strali assassini, tenuto a bada le ansie della mater familias che, porella, di recente non scoppia certo di salute, e ancora, appianato ogni sorta di contrasto con la serafica calma che manco il Mahatma Gandhi… sono arrivata all’alba del sospirato 18 giugno, sospirato addì della partenza, con il brio di una camera ardente e la flemma di Vlad l’Impalatore.

La verità è che, proprio come la protagonista dell’ennesimo teen drama che ho iniziato a seguire su Prime con la minore (L‘estate nei tuoi occhi: melassa allo stato puro tratta da young adult, diciamo una storiella leggera di formazione sul primo amore, il primo cuore infranto e la magia di un’estate perfetta ove si salva giusto la location, una lingua di oceano immaginaria ispirata a Cape Cod e Martha’s Vineyard, due tra le mete che torreggiano nella mia bucket list di viaggi da sogno, ndr), anche io misuro sostanzialmente il tempo in estati: autunno e inverno, freddi e brumosi, non sono che l’arduo passaggio obbligato che mi separano dalla primavera, stagione molto amata in quanto preludio della luminosa, briosa, disimpegnata estate – non aggiungo calda ché quest’anno non è il caso.

E insomma il mio umore da Grinch, per cui all’ennesimo: “Kiara, ma non è che hai visto i miei calzini/top/ombretti/prescrizioni/ciabatte/testa…?” i familiari hanno seriamente rischiato la pelle, aveva un gran bisogno d’estate, d’estate in vacanza, però: anche se solo di un pugno di giorni che volano via più veloci della mio PIN bacomat in tempi di saldi… questi per me son giorni salvifici.

Perché torno ad essere me. A spazzare via stanchezza e preoccupazioni per sorridere di genuino buonumore che sventola indisturbato al tempo delle bandiere di Kite Beach. Ad annuire anche quando magari nel retrocranio una vocina mi suggerisce luciferina: “Ma che fai, non dissenti?” No, grazie, proprio no: preferisco assentire. E godermi l’attimo.

Abbandonarmi a scrosci di risa irrefrenabili dopo grigliate sotto le stelle annaffiate da Tennent’s e vin santo con amici che in pratica vedo solo una settimana l’anno ma in quella settimana mi godo a tutto tondo. Spensieratezza e relax rotondo e puro. Profumo di costine alla brace e sogni a forma d’anelli di calamaro dorati e scrocchiarelli. Colori turchino, salvia e zafferano di Maremma, kiters dai 15 ai 65 anni e colazioni indulgenti alle undici di mattina coi piedi sulla sabbia mentre la stanchezza e il malumore si disfano via come pelle morta dopo la prima tintarella metà sole e metà ombra.

Di questa settimana in particolare ricorderò, sì, il relax così indolente da rasentare la catatonia (ho letto un solo libro, anche se imponente – lo vedete in foto – e questo per una che in spiaggia rifugge il sole e macina romanzi è significativo) ma anche l’umore luciferino della Pagnottella addì 22 giugno 2022 alla vista della sua torta di compleanno mentre le prime note di “Tanti auguri a te” si diffondevano dalle casse collegate allo smartphone in spiaggia: tanta, troppa gente ad applaudire i suoi 13 anni tra i tavolini del bar di Karolina:

e dunque quale miglior occasione per dare il là a questa zavorra ostinata di reticenza e malumore che è parte integrante del pacchetto “teenager”?

Quando abbiam visto la nostra (un tempo) piccola dar le spalle alla torta panna e fragole, il viso solcato dal disappunto, e rifugiarsi in riva al mare, credo che maritt’ ed io abbiamo realizzato in contmporanea e con non poco horror vacui che l’età della fanciullezza, dei sorrisi sornioni e delle coccole no stop se n’è definitivamente andata. Eclissata. Scomparsa. Boom!

E dunque un motivo in più per benedire il fatto che, quantomeno, eravamo in vacanza. Circondati da amici ed amichetti capaci in tempo zero di farle (e farci) tornare il sorriso.

A distanza di un paio di giorni vorrei tanto poter dire che gli effetti benefici del break continuano, ed in parte è così. Ritornare dai miei genitori, ritrovarli in forma nonostante l’età, nonostante gli acciacchi, nonostante tutto, già non è scontato e lo so, me lo dico e me lo ripeto – e me li voglio godere e portare fuori a pranzo.

Restano da mandar giù piccoli sorsi di amarezza, minuscoli distillati di scortesie, forse leggerezze, che però non t’aspetti e per questo fan male un pelino di più.

Mi dico da sempre che devo imparare, alla mia veneranda età, a rispondere non male, ma con la stessa moneta e puntualmente disattendo il proposito. A questo giro, invece, penso di aver iniziato.

Non so se si può andare proprio orgogliosi di aver abbassato di qualche tacca il proprio livello di (proverbiale) indulgenza, ma al momento mi congratulo da sola. Ché coi tredicenni la pazienza non è solo gradita, ma vitale, ma cogli over 45 anche no. O no?

L’assedio. Prove empiriche di sopravvivenza a una primavera sfidante

La vedete quella collezione di guance paffute lassù?

Tralasciando Cami, che ormai conoscete, gli altri concentrati di tenerume si chiamano Mira, Danelo e Yari. Hanno rispettivamente 9 mesi, 2 e 4 anni, ma qualche mese in meno quando sono arrivati nella mia città a marzo di quest’anno da Leopoli, Kherson e Mariupol.

Mentre la propoganda russa lanciava implacabile missili e menzogne, le loro giovani mamme e nonne smantellavano vite intere da mattina a sera; sullo sfondo di scheletri anneriti di città un tempo ariose e luminose, salutavano tra le lacrime gli uomini di casa per salire a bordo dei pulmini organizzati dai salesiani della scuola di Cami; pulmini che attraversando Italia, Austria, Ungheria e Slovacchia sino al confine di Vysne Nemecke e ritorno, provavano a restituire ai profughi uno scampolo di respiro.

Serenità certamente no, con la guerra che tuttora ci assedia con i suoi boati, con i volti scavati degli uomini al fronte, con quel pianto di neonata nel gelo della metropolitana di Kiev – un’immagine che, insieme a quella, inenarravile, delle fosse comuni del Donbass – è forse quella che mi s’è infilata più a fondo nel cuore, emblema di sin dove può spingersi la follia di un dittatore paranoico.

Da marzo di quest’anno, la vita stessa sembra aver poggiato il piede su un acceleratore impazzito cui io personalmente non riesco più a star dietro; la vita galoppa mentre io m’affanno al trotto, talora anche al passo, toh. Troppe cose e troppo grandi e gravi per metabolizzarle ed affrontarle.

Ma alla guerra no, alla guerra che ci bussa da vicino non si può restare indifferenti.

Sarà perché scortando Cami a scuola ho avuto modo di conoscerli, i piccoli Danelo, Mira, Yurij, con le loro mamme Olena, Nina, Marjana…sarà perché accompagnadomi ad Almira, la mia amica russa (russa: e in prima fila nel supporto ai profughi della nostra città, nota bene), le barriere linguistiche sono cadute ed ho così guadagnato anche io la fiducia e l’affetto di questa piccola comunità, lontana nella geografia d’origine (Mariupol si trova a 1.200 km da Leopoli, che è come dire da Catanzaro a Trento), accomunata da una tragedia nazionale ma soprattutto compattata da un comune obiettivo: farcela.

Apprendere i rudimenti di una lingua che mai avrebbero immaginato di dover masticare – c’è una rete a trama fitta sapientemente ordita di volontari che mattino e pomeriggio radunano gli ucraini in gruppi e tengono lezioni sempre più partecipi e interattive; acquisire abilità manuali magari spendibili più avanti; garantire ai ragazzi e ai piccoli una primavera non dico serena, ma sicura: sono queste le attività che occupano quotidianamente le giornate di quelli che oramai Almi ed io chiamiamo “i nostri amici ucraini”.

Che andiamo a trovare quando possiamo, spesso la sera quando io termino lo smart e allora lei passa a prendermi con la sua station wagon argentata, il cui bagagliaio risponde a misteriose leggi entropiche per cui, per quanto stracolmo di borse di giocattoli e vestiario, non è mai veramente così pieno.

C’è sempre lo spazio anche per le mie, di borse, ed è così che alla viglia di Pasqua (la nostra: loro avrebbero celebrato una settimana più tardi la Pasqua ortodossa) abbiamo improvvisato un brindisi alla pace con pizzette e Prosecco. Estratti un po’ tiepidi dal bagagliaio magico, consumati tra abbracci e lacrime – di sfogo, di paura, di commozione ma anche di affetto.

Perché ci si vuole bene a vicenda, ormai. Si festeggiano compleanni, si regalano smalti e trucchi, ci si racconta di figli e nipoti (e qui sorvoliamo sul fatto che a raccontarmi della nipotina sia anche una nonna mia coetanea…), si partecipa se si può alle tante iniziative di beneficenza del sempre efficente corpo salesiano.

Camilla mi segue raramente ed è un peccato perché sarebbe un ottimo corso accelerato di educazione civica: la realtà è che (effettivamente) due o tre dei teenager ucraini son proprio carini e allora lei, che sta sgusciando via dall’infanzia a velocità di acceleratore di neutrini, si imbarazza un po’. E’ un peccato, ripeto, perché per quel che mi riguarda la mia limitatissima, insignificante, microscopica attività di volontariato è forse anche l’unica che sento, in questi mesi, di poter definire “sensata”, nel senso di portatrice di senso, di valore.

Il resto è tutto abbastanza un caos (manco tanto) calmo.

Piove un weekend sì e l’altro pure e quindi in campagna, dove di norma trovo pace da giornate tiranneggiate da scadenze e impegni, si va pochino; con grande rammarico di Cami, perché i cugini-vicini ospitano una nuova cucciolata mai abbastanza sazia di coccole & grattini. O viceversa;-)

Nonostante i ritmi impazziti e il carico mentale a mille (o forse proprio in virtù di quelli), attraverso inspiegabilmente una fase di lettura bulimica. Leggo la sera prima di dormire e riprendo la notte quando mi risveglio; tra marzo e aprile penso di aver macinato otto o nove libri. Di recente la mia attenzione libresca è rivolta ad un altro tipo di follia, quello della politica “Zero Covid” di Xi Jinping, con decine di milioni di cittadini del Celeste Impero nuovamente reclusi a mo’ di topi da laboratorio con una formula di lockdown implacabile e militaresco davvero degno del peggior regime.

Ed è quindi con un moto di tenerezza che, pochi giorni fa, mi son ritrovata a sfogliare un improbabile raccoglitore ad anelli datato 1993, un reperto (decisamente) d’epoca religiosamente custodito a casa dei miei. Un reliquiario Cartiere Pigna, ecco. Contiene disegni e bozzetti di scarsa qualità ma genuino entusiasmo di un’epoca della mia vita in cui avevo tempo anche per disegnare…oltre a studiare, leggere, scrivere su non uno ma tre diari condivisi, dare ripetizioni, ricamare, innamorarmi, disamorarmi, fantasticare, uscire e insomma guardare al futuro con genuino slancio ed entusiasmo.

Ora come ora, lo slancio è un po’ quello di un canguro morto; poi però mi guardo attorno (e davanti, dietro, in alto, in basso) e realizzo che non posso lamentarmi.

“Yari, manda un bacio a papà!” gli dice la sua mamma.

E Yari apre il palmo, appoggia la bocca e allunga la mano al cielo, perché il suo papà non c’è più, perché il suo papà è uno dei molti, troppi caduti senza colpa nel Donbass.

Ansia sociale e inquilini di Gotham city: la FOMO si perpetua ed io ne ho le prove

Quando iniziai a frequentare Daniele, nel lontano settembre 2005 e nel leggendario segno del “No ma…niente di serio!”, a colpirmi del futuro consorte furono due caratteristiche che essendo da me molto distanti, mi incuriosirono come uno scimpanzé pigmeo e mi attirarono come un magnete al neodimio, in virtù della sempreverde legge per cui gli opposti che si attraggono (ma si respingono anche, come i magneti, certo).

Anyway.

La prima era l’abilità degna di cabarettista di Broadway di cogliere caratteristiche psicocomportamentali della colleganza tutta – nascevamo colleghi anche noi – e di riprodurle, il venerdì sera postlavorativo e preweekendaro al Caffé delle Scienze, con un combo di imitazione vocale & gestuale in una caratterizzazione così precisa e raffinata da farti sputare il tuo mohjito propiziatorio dal naso (ogni fatto o riferimento…) in preda a crisi di riso impossibili da contenere. Per la cronaca io, in vent’anni di onorata carriera corriera mi sono giusto specializzata nella replica approssimativa dell’inconfondibile parlata cantilenante in inglese indiano, il famoso Hinglish, dei colleghi dell’helpdesk di Hyderabad.

La seconda e ancor più caratterizzante peculiarità del mancato cabarettista era questa sua, em, come dire? refrattarietà ad archiviare qualsivoglia legame sociale per conservare, di contro, rapporti di conoscenza risalenti ai tempi del Pliocene: dal compagnetto dell’asilo all’amichetto del parco-avventura con cui era capitato di smezzare un Ciocorì a sei anni nell’estate dell’82, tutti, ma davvero T U T T I, nello sterminato albo amicale & ancor più mastodontica rubrica telefonica di maritt’, conservavano e tuttora conservano un angolino dedicato e un moto di tenerezza quando gli capita di ricordarli e risentirli. E cioè spessissimo.

In quell’inverno del 2005 già un po’ hollywoodiano di per sé – la guardinga Turin City in pieno fermento si apprestava ad accogliere il grande boom turistico collegato alle Olimpiadi invernali, con il centro città normalmente algido e austero scoppiettante 24/24 di stand, eventi ed emittenti televisive – camminare per strada mano nella mano con Daniele significava percorrere una sterminata passarella in cui sfilavano quasi esclusivamente comparse a lui note. “Ciao Tizio!” “Ehi Caia? Tutto bene? E tua sorella? Il cane…?”.

A me, ragazza più di campagna che di città, che facevo un vanto nel poter dire che sì, okay, conoscenti ne avevo a iosa ma gli amici veri su contavano sulle proverbiali dita della mano, l’impressione era quella di essere stata catapultata in un universo lontano e alieno.

Perchè, sia chiaro, le frequentazioni maritali non si limitavano certamente solo a questi, em, retaggi storici, ma ricomprendevano anche – soprattutto – un esorbitante numero di amici-amici. Scettica come solo chi a giorni alterni sogna di ritarsi a) a Gotham City o b) nella campagna non astigiana ma finlandese, ove il concetto di vicino di casa prevede boschi da attraversare e fiumi da guadare/su cui schettinare, per molto tempo ammetto di aver dubitato che una sola persona, peraltro occupata al lavoro otto ore al dì, potesse mantenere viva cotanta vita sociale, ma soprattutto chiamare “amico” così tante persone.

Col tempo, mi sono ricreduta. Per maritt’, le interazioni sociali – vedere gente, parlare con la gente, far cose con la gggente, e più ce n’è, meglio è – vengono davvero al primo posto (e qui invito tutti ad un momento di silenzio: potete vagamente immaginare quale fosse il suo umore, e di conseguenza il mio, durante il primo, drammatico, totale lockdown? Mi dico sempre che se non ci siamo salutati allora – alla presenza dell’avvocato, dico – non ci scollerà più niente).

Se costretto a farlo – costretto da me, dico – in realtà sa distinguere anche lui chi sono gli amici-amici dai semplici conoscenti, i coprotagonisti dalle comparse.

Resta il fatto che se volevi fare un torto a maritt’, ai tempi bastava rivelargli che Tizio, Caio e Sempronio si erano giusto visti il weekend prima per provare quel nuovo local…e ops, aspe’, non ne sapevi niente, arggg? Parlo al passato, però, perché negli anni quella che ha anche un nome tecnico (FOMO, Fear of missing out, paura di essere tagliati fuori) ha lentamente ma costantemente ceduto il passo ad un approccio alla socialità molto più contaminato dal mio zen.

C’è senza dubbio il tempo degli amici, delle rimpatriate, della convivialità, ma non posso smettere di credere che lo si apprezza veramente solo se a quello si alterna il tempo per la solitudine, la placida vita di famiglia/solitaria, le serie cringe su Netflix sbriciolando Toblerone l’introspezione, ecco. Diciamo che con gradod i convincimento diverso, adesso ne conveniamo entrambi.

Entrambi…ma non la minore!

Eh già: se credevo di aver archiviato tra i ricordi polverosi di gggioventù gli episodi – altrui – di ansia sociale collegata al non volersi perdere nemmeno un’unghia della social life de noiartri... Camilla mi conferma ogni giorno di essere degna figlia di suo padre.

Tanto mi assomiglia fisicamente, tanto il carattere è uno sputato copia&incolla delle idiosincrasie paterne.

L’ho realizzato un paio di weekend fa, quando tutta la sua compulsività da FOMO-girl è deflagrata di fronte all’inammissibile: un suo amichetto aveva organizzato una imperdibile serata pizza&Risiko, le sue amiche erano state invitate e lei … NO!

Giuro di aver asciugato calde lacrime e disseppellito memorie delle mie scuole medie da paria nostrano inviso pure ai bidelli e all’orologio da parete (occhiali da vista, apparecchio fisso, fisico informe e stigma tra gli stigma, figlia di una Prof!) che avrei volentieri lasciato languire per due o tre sere consecutive.

E proprio quando sembrava l’avessi persuasa che l’adolescenza è un periodo critico, perché fa ruotare l’autostima attorno al gruppo dei pari, ma unico è bello, non essere invitati a tutte le uscite, tutte le feste e non essere amico di tutti ma risultare invece spigoloso a qualcuno è perfettamente normale, e anzi distinguersi e autodeterminarsi è cool

l’amichetto ha invitato anche lei.

Al che padre, che chiaramente soffriva ma doveva farlo in sordina, e figlia si son battuti il cinque intonando le note di A E I O U Ypsilon ed hanno convenuto che l’occasione richiedeva un nuovo paio di Nike-non-so-che-modello “perché, dai, T U T T I le portano ormai!“.

Io comunque l’ho presa benissimo e infatti sono alla ricerca di voli solo andata per Rovaniemi.

“Desculpe, buen hombre…” Flamenco, tapas e gaffes da quel di Siviglia

Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi: e come contraddire l’esimio Cesare Pavese?

Tanto più che davvero, di questa due-giorni-e-mezzo sivigliana, ciò che resterà impressa nelle profondità paludose delle memorie di noi sei gloriosi viaggiatori, sarà una serie comica di gaffes sullo sfondo maestoso di una città luminosa e vibrante nell’aria tiedida fragrante di zagare di una primavera celebrata, finalmente, con tutti i crismi.

L’ultimo vero viaggio di famiglia, un weekend lungo a Budapest, risaliva infatti al lontano ottobre 2019, era ante-Covid, insomma: per questo non ho potuto trattenere un urletto di gioia quando il Boeing Ryanair ha bucato deciso la coltre di nubi torinesi, lasciando che il sole pieno sopra le Alpi inondasse la cabina… e un po’ anche il mio cuore.

Cuore che ho decisamente lasciato nella capitale andalusa, vivace e sorprendente, con l’eco delle chitarre del flamenco a rallegrare i passanti tra gli acciottolati dei barrios, l’architettura cesellata, fatta di ricami di pietra e suggestioni moresche, il giallo andaluso delle facciate e degli azulejos, le tapas saporite…e decisamente economiche rispetto ai nostri pretenziosi e spesso scialbi apericena.

Non abbiamo fatto in tempo a visitare l’iconica cattedrale (ma sabato sera ci siamo regalati una pausa-sangria su un rooftop affacciato sulla Giralda, una vista davvero da diesci), ma in compenso abbiamo goduto di una guida iperpreparata e sin troppo ciarliera che ci ha fatto scoprire tutto, ma veramente tutto, di interni ed esterni dei Reales Alcázares de Sevilla, la residenza reale ancora in uso più antica d’Europa.

Esempio perfetto del locale stile mudejar, l’enorme complesso monumentale si trova proprio in centro (ed è un labirinto di locali, stanze sontuose e patii lussureggianti che hanno ospitato il set de “Il trono di spade” – e qui alla guida stupitissima del fatto che nessuno di noi avesse seguito la serie apprezzate il fatto che mi son trattenuta dallo spiegare che io sono più una fedelissima della Maria – De Filippi – nazionale.

Ma ciò che mi ha veramente entusiasmata sono stati i sette, sterminati ettari di giardino, che non per nulla rappresenta quasi la metà dell’intero verde del centro storico di Siviglia: con ventimila piante di oltre duecento specie, pappagalli, papere e pavoni, è stata non solo per me ma per tutta l’allegra brigata un’autentica parentesi di benessere, relax e ristoro.

Dopo mesi di risvegli incrostati di stanchezza e sorrisi sfibrati, non so descrivere quanto bene mi abbia fatto questa toccata & fuga di sola e smagliante bellezza. Bellezza della città, del clima, della gente, bellezza anche e moltissimo della compagnia, che non poteva rivelarsi più azzeccata, affiatata e…a prova di gaffes, perché avevamo pur sempre un toscanaccio a bordo, eh!

E dunque memorabili resteranno gli estemporanei quesiti del nostro toscano alla forbitissima guida dell’Alcazar, Samuel, dopo che questi si era ridotto con la gola riarsa per raccontarci con dovizia di particolari vita, morte e miracoli di re don Pedro I – ma basti sapere che il complesso è chiamato anche palazzo del re Don Pedro perché nato come edificio privato per il re, ma soprattutto… noi ne sentivamo disquisire da trenta minuti buoni:

“Desculpe, ‘orse mi sono distratto ‘n momento: ma perché stai sempre a parlare di ‘esto Don Pedro…?’

Palma d’oro poi alla sua epica uscita all’ombra del sontuoso Alfonso XIII, uno dei cinque stelle più prestigiosi non solo della città ma dell’intera Spagna, noto per essere l’hotel prescelto dal re di Spagna durante le sue visite di Stato a Siviglia.

Consigliatoci per un drink (ma non per un pernottamento: si parte dai 1.000€ a notte), lo abbiamo incrociato quasi per caso mentre trottavamo verso la gigantesca Plaza de España – altri cinquantamila metri quadri, perché se c’è una cosa che ho capito da questa puntata spagnola è che in Andalusia less is not more, ecco.

Di fronte al monumentale ingresso e alle Bentley schierate sulla soglia, Almira ed io non abbiamo dubbi; vale la pena fermarsi, scattarsi quei cinquecento selfie e mettersi pazientemente in coda per un aperitivo sulla terrazza, che è ad uso sia di ospiti che di turisti. A quota 12 kilometri già macinati, il nostro toscano non è però così propenso ad attendere. Tempo tre minuti e si avvicina a quello che ha tutta l’aria di essere un pacioso custode prossimo al pensionamento: viso un po’ floscio ma gioviale, panciotto teso su ventre primente, penna nel taschino, mani sui fianchi e sguardo indagatore.

“Desculpe buen hombre, ma ‘un è che lei mi sa dire come funziona la cosa qui…? ‘he noi non è ‘he possiamo far ‘oda da qui alle otto de las tardes…”

La faccio breve, ma se ci ripenso rido ancora sino alle lacrime: dopo aver scrutato il nostro toscano e annessa compagnia scarmigliata e zainettomunita con perplessità evidente, il custode si è presentato (e come, si è presentato) non prima di aver accennato un baciamano ad Almira e alla qui scrivente: quarto o quinto uomo più ricco di Spagna, ed incredibilmente, cliente – ovviamente VIPPISSIMO – dell’azienda del nostro bravo toscano! E qui…hai voja, a spararsi stories, selfies, la qualunque!

Bon, chiudo qui perché mi scappa la pipì da ridere.

Spero anche a voi,, come spero che la “mia” Siviglia vi sia piaciuta… diciamo almeno uno spicchio gustoso di quanto è piaciuta a me!

Hasta lluego!*

*se non ci arrestano prima per molestie, claro.

Mai stati così felici. Vabbeh, prima del Covid sì

In questo ultimo biennio abbastanza distopico, la carta stampata mi ha tenuto una compagnia senza uguali. Secondo la Reading Challenge di Goodreads, ambiziosamente settata sui cinquanta testi annui, non solo ho raggiunto il traguardo entrambi gli anni ma l’ho addirittura superato: 56 libri letti nel 2020, altri 56 nel 2021. Ullallà.

Lungi dal pensare che questi numeri mi ammantino di una qualche aura pseudoletteraria – lo dice anche l’Istat, che tutti abbiamo letto tendenzialmente di più, in tempi di pandemia – ho comunque sorriso parecchio sotto i baffi quando, ad inizio anno, si è scatenata un’infuocata polemica a colpi di tweet perché qualche ignaro lettore ha ardito usare la piattaforma per tirare le somme delle letture macinate nell’anno appena archiviato. Orrore! Abominio! Ubris! Indimenticabile il Tweet di tale @moopkid da cui poi la polemica è espolsa, assumendo contorni tra il grottesco e il fantozziano:

“giudicare qualcuno da QUANTI libri abbia letto in un anno è una pu**anata. io potrei aver letto 3 libri, tu 40, ma io mi sono letto il manifesto del pc, lavoro salariato e capitale e la condizione anarchica, tu la saga di geronimo stilton. è la stessa cosa? no”

Ma non flexare, stai calmo bro… sarebbe il serafico commento di mia figlia, che è poi in soldoni il sentire – e il twittare – della maggior parte di chi s’è preso la briga di investire tempo ed energia nell’articolare una risposta al Robespierre di Karl Marx, dando vita appunto ad un botta e risposta tanto eterno quanto sterile. Io non ero tra quelli, ca va sans dire. Ero impegnata a leggere Paperinik.

Ma venendo a noi e a quella copertina stratopica, ops, volevo dire, strabella che occhieggia quassù: ho appena archiviato un tomazzo di quasi settecento pagine che m’ha allietato le serate/nottate negli ultimi dieci giorni. Un romanzo ipnotico, meraviglioso, dallo storytelling articolato e assolutamente accattivante.

L’ho appena recensito su Goodreads e vorrei farlo anche qui, fosse mai che qualcuno fosse in cerca di spunti di lettura. Non so se s’è capito, ma ne sono entusiasta.

***

C’è un motivo per cui la narrativa nordamericana mi attira a mo’ di cane pavloviano e per me curiosa come una scimmietta quel motivo risiede nel fatto che nessuno ti spalanca la porta di casa quando un autore a stelle e strisce: ci avete mai fatto caso?

Sicuramente sì. Nella letteratura come nel cinema e nelle serie, otto volte su dieci avverti potente e magnetica l’energia di una storia che diventa presto anche un po’ la tua, di storia.

Impossibile non pensare a un “4321” di Auster, con le quattro sliding doors delle quattro possibili vite di Archie, o correre col pensiero alle notti insonni di binge watching ingordo che una saga famigliare televisiva come “This is us” innesca nello spettatore, presto ipnotizzato dalle travagliate vicissitudini della famiglia Pearsons tanto da non riuscire a premere sul tasto stop.

Ma veniamo a “Mai stati così felici” e alle mie cinque stelle entusiaste: se ancora nutriste qualche dubbio sul fatto che le storie americane (okay: molte, storie americane) sono storie di tutti, storie in cui si entra, ci si accomoda sul pouf in soggiorno, si partecipa con trasporto alle vicende di queste grandi famiglie disfunzionali sino alla dipendenza… io davvero vi invito a tuffarvi senza rete di protezione in questa stratificata, poderosa indimenticabile saga famigliare.

Non fatevi intimorire dalle quasi 700 pagine perché – credetemi – se il genere è il vostro, punterete sveglie antelucane pur di sapere cosa ne è delle fantastiche sorelle Sorensen, le cui vite anche adulte tornano e gravitano attorno alla casa di infanzia di Fair Oaks, dove gli amorevoli genitori, David e Marylin, non hanno mai smesso di essere porto sicuro e riparato all’ombra del ginko di famiglia – come evocano le foglie in copertina.

L’autrice, di cui si stenta a credere che sia il primo romanzo, gioca abilmente da un lato sullo sfasamento dei piani temporali, con un plot elaborato che scivola agile su e giù lungo le linee del tempo e dall’altro sul continuo cambio di prospettiva di quelli che risultano protagonisti a tutto tondo, una fauna di comune eppure eccezionale umanità consegnatoci con dialoghi vivaci e tratti rapidi ma molto evocativi, in una perfetta sintsei del sempreverde vademecum del bravo scrittore anglosassone: “Show, dont’ tell”.

Wendy la ribelle, Violet l’individualista, Liza la generosa e Gracie l’immatura sono particelle subatomiche con cariche respingenti – conflitti irrisolti, rivalità di fondo, idiosincrasie caratteriali – che pure non smettono di cercarsi, attraendosi e respingendosi, entrando ed uscendo dalle reciproche esistenze imperfette, e sempre con quell’uscio di casa socchiuso a beneficio del lettore, che finisce presto per innamorarsi un po’ di ciascuna di loro.

Personalmente, il personaggio che ha fatto breccia nel mio cuore, strappandomi non poche lacrime, è David, il patriarca – una figura accogliente e remissiva in cui mi sono rivista a tratti e che conosciamo impacciato mentre fatica a scendere a patti con la dimensione placida della vita domestica di neopensionato.

Ci penseranno le sue figlie, con il loro bagaglio XXL di drammi, segreti e conflitti – a ridare vita – e non pochi grattacapi – all’ex medico di famiglia, in un crescendo di pathos tanto articolato quanto verosimile che si srotola attraverso i decenni e che ti conquista, con la celebrazione poderosa della forza senza pari dei legami di sangue.

DiesCi, senza se e senza ma.

***

Si dice che capisci di aver letto un buon libro quando giri l’ultima pagina e ti senti come se avessi perso un amico: ecco, io da ieri sera mi sento profondamente orfana.

Perciò, se anche voi avete consigli di lettura sulla scia di quanto sopra… non lesinate, ecco.

2021. Un anno in apnea, ma degradé

Lo so, lo so.

Il bilancio dell’anno passato non a gennaio, ma praticamente a febbraio dell’anno dopo, beh, anche no.

E allora no, vi risparmio la telecronaca di dodici mesi sghembi e liquidi, scivolati via in un clima di stanchezza avvinghiata alle ossa e certezze pari a zero in un altro anno in apnea dopo un 2020 che a Black Mirror e alla sua realtà distopica, per voler citare l’OMS… je fa ‘n baffo.

Consolatemi e ditemi però che anche voi avete avuto la stessa impressione: che se, occhei, il 2020 è stato un anno tragico, l’Annus Horribilis per definizione, col 2021 non è che sia andata proprio tanto meglio.

Lunga vita ai vaccini e a chi si è speso perché arrivassero nel Belpaese, ma per quanto mi riguarda il 2021 è stato l’anno della pesantezza. Un macigno d’ansia misto pigrizia pulviscolare che non mi ha permesso di far piani non dico a lungo, ma neanche a medio termine; e quindi no prenotazioni, no viaggi, no réunion rimandate dal fatidico febbraio 2020, no anche solo ad organizzarsi da weekend a weekend: e se poi m’ammalo? e se ti ammali tu? o quelli che volevamo vedere a cena? Una pesantezza che manco Alex Belli e il poliamore e Tina e Gemma e la Redazione tutta, signora mia!

Certo, certo, qualcosa da salvare in quest’annata con più ombre che luci c’è anche, e medito anzi di dedicargli il prossimo post (…nel 2023, esatto).

Ho stretto nuove, meravigliose amicizie e ne ho rinsaldate di preesistenti; per contro, ho deciso di chiudere definitivamente certe porte che avevo lasciato lì, mezze socchiuse, ché la seconda chance non si nega mai a nssuno ma qui eravamo arrivati…boh, alla ventitreesima.

Persone a cui ho voluto molto bene, con cui sono cresciuta, persone per cui avrei dato un braccio e pure un avambraccio defilatesi senza una parola, un gesto, un vaffa… nada de nada. E poi persone i cui patrimoni personali sono inversamente proporzionali a quei pilastri base del saper vivere chiamati educazione, umiltà, riconoscenza – e parliamo di persone molto benestanti. Per motivi diversi, in un anno dal plot frastornante anche senza questa dose addizionali di fauna problematica, ho depennato le due categorie di cui sopra dal mio, aum, libro paga.

Ho fatto partecipe anche maritt’, della decisione di cui sopra, e per quanto per lui sia congenitamente impossibile depennare chiunque, dalla sua cerchia amicale e dalla sua rubrica telefonica, fosse anche Hannibal Lecter...beh, diciamo che già solo il fatto che abbia ascoltato le mie ragioni e non le abbia cassate, considerato che in quanto a socialità navighiamo non su due mari, ma su due oceani diversi….tanta roba, ecco.

Ho inanellato qualche soddisfazione lavorativa, anche se le soddisfazioni più grandi restano sempre quelle para-lavorative.

Complice lo smart working, su cui potrei sciorinare l’ennesimo trattato ma col rischio di sfociare in una deriva molto trash e grottesca, ho potuto godermi gioie e dolori – gioie, perlopiù – di quella montagna russa impazzita che è la preadolescenza di una minore in tempi di pandemia. Ecco, senza se e senza me, aver potuto ascoltare, consigliare, abbracciare, strapazzare, scorrazzare, aiutare (vedi alla voce: Powerpoint) e insomma amare a tutto tondo la mia meravigliosa Pagnott’ nel contesto peraltro abbastanza cruciale dell’ingresso in prima media, è stato per me il vero, unico e grande risvolto positivo del 2021.

Perché se prima di questa ecatombe planetaria (non c’è altro modo di definirla e i Robespierre novax possono anche smettere di seguirmi, ché la mia dose di tolleranza s’è esaurita con i posti letto nelle terapie intensive) il nostro legame era solido, fisico, affettuoso oltre ogni mia più rosea aspettativa…dopo questo biennio di convivenza quasi 24/24, abbiamo raggiunto livelli simbiotici che manco le colonie di koala a Kanguroo Island. E’ appagante, è confortante, è consolante perchè se va da sé che le zone d’ombra e le porte in faccia arriveranno anche per lei, mi rasserenacontare sul fatto che vi sia una confidenza tale per cui lei ha ben presente che su questi lidi troverà sempre il supporto più trasparente e disinteressato. E no, non ho detto assoluto e a prescindere: il carabiniere buono, in questa casa, è suo padre.

Ma insomma ho esordito con “non voglio ammorbarvi con dodici mesi di patimenti” e invece paio David Copperfield. Naa, meglio chiudere qui e farlo in bellezza, raccontandovi i miei dodici mesi…su tela AIDA.

Li trovate nelle foto, che mi è piaciuto appiccare lassù perché sono un bel ripasso consolatorio anche per me. Per tutte le ragioni ormai note, nel 2021 ho avuto un botto di tempo per ricamare: quello sottratto al tragitto casa-lavoro e lavoro-casa, certo, ma anche e parecchio quello delle notti insonni in cui il cervello strideva e s’inceppava e non voleva saperne di arrendersi alla stanchezza che comunque c’era.

Nel 2021 ho ultimato la monumentale impresa della tovaglia con gli scoiattoli (“Gita a Central Park”); ho ricamato un evocativo spritz per la mia amica Eli e un’intera panetteria campestre per la talentuosa Sara; ho personalizzato anche tre o quattro bavaglini per altrettante liete new entries amicali, anche se non li ho pubblicati; e ancora, ho provato a ritrarre un delizioso bassotto che davvero si chiama Cookie; ho scoperto su Etsy che gli schemi delle ricamatrici russe sono La Bellezza e da lì non mi son più fermata: h scaricato e riprodotto un modello a tema caffé, lettere e dolcetti subito ribattezzato “Autunno calorico” e prontamente agguantato dalla minore che ha voluto appenderlo sopra la testiera del letto; a Natale ho regalato alla mia cuginetta = la sorella che mi sono accaparrata d’ufficio, diciamo – il quadretto “Cousins“, che ritrae me e lei di schiena, abbracciate, con un disclaimer già lungamente condiviso nel tempo che invita a non accontentarsi di “briciole” ma a puntare a interi “panettoni”; metaforici e non, visto che era Natale. Last but not least, immaginate la mia faccia quando agli sgoccioli dell’anno, in una delle rare sere di convivialità extra-domestica, la mia amica Elena si è presentata nel locale dell’appuntamento con una meravigliosa felpa con stampa del Piccolo Principe e della sua fida volpina: ecco, il quadretto regalo che avevo in serbo per lei e che a quel punto ho estratto dalla borsa sgignazzando come se mi fossi già ubriacata (non ancora, invece: lo avremmo fatto, insieme, dopo) era proprio…il Piccolo Principe!

E insomma il mio anno strambo voglio ricordarlo (anche) così: kilometri di matassine di filo mouliné disseminate sul divano sotto gli occhi roteati verso il cielo di Daniele e Camilla, che si son portati addosso pelucchi e brandelli di spago sui maglioni all year long; ché districare le matasse dei pensieri è un’impresa ma districare i fili DMC è fattibile.

E appagante.

Un po’ meno se sono le 5 di mattina e la sveglia è puntata alle 7, eam.

Tamponi e lenticchie: benvenuto 2022

E insomma pare che questo 2021 avvincente come una bolla d’accompagnamento e fortunato come un Fantozzi qualunque – ma per vicinanza spaziotemporale direi: Fantozzi a Courmayeur alla mercé della signorina Silvani – ce lo siamo lasciato alle spalle.

Si scherza, come sempre su questi lidi dedicati alla leggerezza e al disimpegno, ma i numeri della pandemia sono stati tutt’altro che confortanti, per non parlare delle cifre raggiunte nel 2021 nella lista dei decessi: “Sprecare l’opportunità del vaccino è un’offesa a chi non la ha avuta“, l’ultimo messaggio da presidente del buon Mattarella è un monito in cui mi rispecchio e che spero qualche gomBlottista dell’ultim’ora faccia suo.

Tornando in terreni meno instabili, mentre butto giù due riflessioni sul primo dell’anno siedo al tavolo di legno di un grazioso appartamento di montagna che è la quintessenza dello stile tirolese: scovato su Airbnb, vanta parquet in tutti i luoghi e in tutti i laghi; tappeti a pelo lungo, corto e mezzano; letti e divani identificabili come tali solo dopo aver rimosso le torri pericolanti di cuscini in lino e cotone che li sormontano; immancabile il caminetto sulla cui mensola poggiano decorazioni natalizie, quadri a tema sci, centrotavola di aghifogli e cesti di vimini – ove riporre ciò che non è in tema o in palette, direi. L’illuminazione è morbida e calda, le ampie finestre della zona giorno s’affacciano sulle montagne innevate; manca giusto la poltrona Chesterfield in cuoio coi bottoncini ove sbatacchierei sulla tastiera con maggior gusto ancora ma – ehi! – niente male per dare il benvenuto a questo nuovo anno.

Anno in cui, come penso il 99,99% degli italiani, non ripongo più grandi speranze per il futuro: diciamo timide, basilari speranze per un ritorno graduale ad una normalità ormai archiviata da quasi due anni.

Il mio pomeriggio del primo dell’anno mi è sembrato, in questo senso, beneagurale.

Ora. Come i lettori di lungo corso sanno, io amo profondamente la montagna.

Quella che occhiegia dal lunotto posteriore, però.

Quando salgo in macchina e la saluto, per essere chiari.

Allergica al freddo, alla fatica fisica, nemica dei dislivelli e dell’abbigliamento a strati, sono darwinianamente negata per la vita in quota. Datemi un bagnasciuga e un mohijto e sarò una foca spiaggiata felice; datemi due bacchette da sci e, anche senza volerlo, vi caverò un occhio. Mi spiace, ma è più forte di me: i monti rappresentano per me rocche inespugnabili e punti interrogativi alti quanto lo loro vette; soffrire di vertigini anche dall‘alto basso di un tacco otto e di pressione più bassa della nebbia bassa in Val Padana non contribuisce.

Eppure. Eppure ho acconsentito di buon grado a passare il Capodanno in montagna, perché non c’è orogenesi alpina che una festosa e vociante compagnia (rigorosamente tamponata) non mi faccia by-passare senza se e senza ma. Ma soprattutto: oggi pomeriggio ho acconsentito ad unirmi al resto della ciurma in quella che per tutti è stata una rigenerante passeggiata verso uno chalet-ristorante in quota (1.700 m; si partiva da 1.550), per me l’equivalente della ritirata di Russia dei reparti mitraglieri di sterneniane memorie nel ’43.

Scivolando con la grazia di un grizzly sulle pozzanghere di fanghiglia – c’è un anomalo caldo primaverile che ha sciolto gran parte della neve – la luce che fa breccia tra i larici e i pini che bordeggiano la mulattiera – accecandomi – posso asserire con empirica certezza di aver raggiunto la meta solo grazie alla pazienza e al braccio destro dell’amico Giò, che ha eroicamente fatto da traino e da contrafforte a questa creatura pavida e negata che saltabecca sulla neve come se schivasse bombe disinnescate a metà in un nuovo release di Super Mario: Super Mario Nabbo on The Alps, ecco.

Capito ora perché il mio pensiero prima è corso al buon Fantozzi in quota?

Ma insomma tutto questo per dire che ho realizzato, non senza una bella sportina (a losanghe tirolesi, of course) di autocompiacimento, di aver appena inaugurato l’anno vincendo una delle mie paure e mettendo da parte remore – e pigrizia. Rispondere a un anno che si prospetta sfidante cogliendo una sfida: ecco, per qualche motivo (forse collegabile alla carenza di ossigeno in quota? chi può dirlo) questa faticaccia salita di oggi m’ha messo addosso appetito, ottimismo e fiducia.

…durati sino al momento di rientrare nella bomboniera di legno e leggere l’ennesimo bollettino Whattsup sugli amici degli amici degli amici scopertisi positivi, e realizzare che questa sera avrei dovuto contaminare la splendida cucina di Heidi cucinando.

Un’altra mia passione innata, tipo quella per lo sci, per capirsi.

Happy New Year, dicevamo?

Tamarro è bello, anzi deppiù

Lo so. Latito come manco Messina Denaro, in questo scorcio d’autunno in cui fatico a stipare tutto nelle ventiquattr’ore quotidiane, riducendomi a tappezzare la casa di post-it per tracciare tutto ciò che rimane da fare.

Sul lavoro – ma lì ho un blocco a spirale A4, che ultimamente ha assunto le dimensioni di un club sandwich – in casa, a scuola, in famiglia, in banca, in posta e alla Qualunque.

Il lavoro, in particolare, è un frullatore particolarmente pressante prestante e se ci aggiungiamo anche solo la manutenzione ordinaria della minore – ivi compreso un intervento chirurgico ed una cresima – il risultato sarà un accumulo mentale e fisico (di panni da stendere e di scartoffie da smistare, per esempio) che ti fa vagheggiare il ritiro immediato nell’onirico rehab new-age di Nicole Kidman in quel piccolo capolavoro di estetica hippieggiante che è “Nine perfect strangers”.

E qui – pacca sulla spalla a me medesima – eccomi servito su piatto d’argento 925 il destro per passare a qualcosa di decisamente più frivolo e leggero, quale è stata la visione – in notturna – della serie e, prima, la lettura compulsiva dell’omonimo romanzo-blockbuster:

il trash, amici, il trash!

Ma quanto è bello, disturbante eppure confortante, surreale e grottesco ma inspiegabilmente irresistibile al tempo stesso, il tamarro allo stato alfa? Chi di voi, confessate, non ha mai almeno provato una suoneria ultrapop per il suo smartphone, di quelle che nel 2000 dovevi addirittura pagare, chi non ha mai visto, fosse anche in terza serata sui Bellissimi di Rete4 (altra roba per palati fini…) un cinepanettone di vanziniane regie…? Chi – ma qui ci spingiamo a livelli altissimi, ne convengo – saprebbe nominare i cani mai più sgangherati protagonisti di Alex l’Ariete?!

Ecco. Se un sorriso vi ha increspato le labbra e non avete smesso di leggere (miei eroi), allora lasciate che condivida con voi la mia ultima, debordante, folgorante lettura.

Un saggio che speravo di accaparrare al Salone del Libro, magari strappandoci l’autografo dell’autore, ma che allo stand di Cairo Editore era andato tutto esaurito. Sold Out, come direbbe la Ferracchia. BTW, sul Salone nel mio retrocranio ho pronto un post a parte, perché non ci mettevo piede da lustri e a) ci sono tornata con la migliore compagnia di sempre b) nella miglir edizione di sempre e c) mi ha anche regalato, alcuni degli incontri più luminosi di sempre. Chiusa parentesi, per ora il post resta nel retrocranio, ché il tempo è tiranno e si sa, sgocciola via come manco il Pink Martini all’aperitivo con le amiche).

Ma insomma il libro tanto sognato, che ho poi recuperato da Feltrinelli, è Travolti dal trash nell’immenso mare del brutto. Viaggio alla scoperta del cattivo gusto per imparare ad amarlo dell’eccelso Matteo Fumagalli, istrionico bookblogger e filmaker che se ancora non lo fate, vi invito caldamente a seguire, sia su IG che sull’omonimo canale.

Ed ora, con equa dose di pigrizia e candore, voilà: vi copi&incollo qua la mia recensione su Goodreads, perché mi piace pensare di aver toccato i main topics (come diciamo in ufficio, soprattutto in sede di gare d’appalto, em em) in poche righe ma con incisività. E fiuto per la tamarraggine, certo.

Reviewer de noairti, a lei la linea.

“Ho riso, o almeno sorriso come non mi succedeva da tempo, da pagina 1 a 220 😀

L’ottimo Matteo ci consegna un saggio spumeggiante e pirotecnico, ma al contempo rigoroso e accuratissimo nel ricostruire con dovizia di esemplificazioni tratte dal mondo della letteratura, della musica e della cinematografica l’affresco grottesco di un’estetica trash in cui, se hai almeno più di trent’anni, hai proprio la sensazione di rituffarti a mo’ di volo d’angelo.

Non manca davvero nulla, del tamarro nostrano e d’oltreoceano, nella ricerca della deriva trash che più trash non si può:

si parte dall’eurodance degli Eiffel 65 (che per inciso non mi vanterò mai abbastanza di aver conosciuto, qui ad un paesotto di distanza, nei plasticosi anni 2000) passando per le baby-band sgangherate come i Gazosa; occorre silenziare dal lobo occipitale il ritornello della disturbante (ma ipnotica, come tutto ciò che è trash) Danza Kuduro o di wwwmipiacitu per sciogliersi con i fotogrammi milanesi anni ’90 dell’inimatibile “Sposerò Simon Le Bon” e quindi fiondarsi sul bidone dell’umido ricordando le raccolte poetiche di Flavia Vento (per inciso, ho conoscenti che fanno di peggio, of course).

E’ un tuffo nel passato, ma un passato molto vicino e soprattutto molto vivido (e acceso, e squllante – tipo interni dorati di case simil Casamonica nei daily di contenitore di kitschume che è oggi Real Time, ecco) che potrebbe proseguire all’infinito, ma di cui mi limiterò a citare quella che per me è l’apoteosi, ringraziando infinitamente Matteo che al caso mediatico, non per nulla, dedica un capitolo:

il fantasma di Mark Caltagirone.

Sipario.

Applausi