Avere 10 anni e 10 mesi ai tempi del Coronavirus

E insomma siamo arrivati ad aprile.

Mentre la curva dei contagi non accenna a distendesi, la natura esplosa in tutta la sua scintillante bellezza di verde smeraldo e verde pistacchio ci ricorda che sì, è primavera, anche se le scuole son chiuse dal cinque marzo e sei lunghissime settimane di fermo forzato han piegato sia adulti che bambini.

Rimbalzando disorientati in questo tempo inedito, ovattato e lattigonoso, le mamme lavoratrici riscoprono di avere in casa nuovi coinquilini (tuo marito e tua figlia, due presenze tanto fondamentali quanto sfuggenti in quel complicato gioco ad incastri che è la vita quotidiana in tempi di normalità, quando in pratica li incroci solo ‘a fine turno’ nei giorni di feriali e un po’ di più giusto nei festivi) mentre gli adolescenti si ritrovano a pronunciare frasi che manco nelle trame di Spielberg più ardite. Cose del tipo “Oh, mi manca la scuola!”, per intendersi.

Eppure a salvare i teenager dall’isolamento non fisico ma quantomeno sociale ci sono appunto loro, i social, croce e delizia di ogni genitore di millennials; e proprio le piattaforme online che ospitano le varie WeSchool e le altre classi digitali a domicilio contribuiscono a scandire le loro giornate, a vestire di una parvenza di normalità questa fetta di tempo e di spazio che di normale non han veramnte nulla.

Ma metti invece di avere 10 anni e 10 mesi, troppi per non renderti conto di quanto tutto questo sia anomalo ma troppo pochi per saper tenere insieme con un certo grado di autonomia i fili ingarbugliati della tua esistenza da una stanza di comando – la tua cameretta – a suon di pc, tablet, e smartphone.

Metti che le videolezioni, nella tua sia pur promettente quinta elementare spezzata a metà, non siano mai (ancora?) partite e che il tuo unico, concreto impegno settimanale consista nel trascrivere, al lunedì pomeriggio, la lista disorganica di compiti settimanali che arriva via Whattsup, e che dovrebbe in teoria tenerti impegnata sino al venerdì.

In teoria, perché poi di fatto il tuo corpicino stremato dalla sedentarietà e la tua testa che ha smarrito tutti i punti cardinali ti conciliano (almeno quello) sonore dormite sino alle 10 e mezza o alle 11 di mattina che nessuno trova il coraggio di interrompere. Finché non sei tu, contrita e stropicciata, a trascinarti a piedi scalzi verso la cabina di comando della mamma, che essendo la tua cameretta e la tua scrivania temporaneamente riconvertite a studio del papà, consiste nel tavolo antigraffio della cucina.

Il tempo per un bacio veloce e una scompigliata ai capelli – non che tu ne abbia bisogno: ogni santa mattina, l’impressione è che a svegliarti non sia stata la fame ma una bomba H esplosa sul comodino – e poi la tua mamma dovrà rituffarsi nella sua pioggia di mail, di conference call, di skype e di zoom meeting che faciliteranno pure la comunicazione aziendale, ma ti costringono a numeri da contorsionista quando, per dire, devi arrampicarti al ripiano del Nesquik sfuggendo all’occhio implacabile della telecamera accesa.

E così le tue mattine scivolano via pigre e inconcludenti, qualche compito seduta di fronte alla mamma – vicine eppure lontane, anche a casa! – il saluto quotidiano via FaceTime ai nonni, qualche pagina di “Io sono Ava” da sfogliare senza troppa convinzione e poi sino all’ora di pranzo neanche li vedrai insieme, la tua mamma e il tuo papà. Come se davvero fossero ognuno nel suo ufficio!

Ti va meglio dopo pranzo, perché questo mantra dello sfruttare la pandemia per riscoprire il tempo della famiglia, qui da te l’han presa tutti molto sul serio: la tua mamma e il tuo papà continuano a lavorare da casa, è vero, ma ciascuno ha definito il suo personale programma di casalinghitudine condivisa, assecondando le proprie inclinazioni personali per cercare occasioni di attività più o meno creative da fare con te.

E così, finalmente, dopo pranzo la tua tabella di marcia inizia ad assumere una sua forma, slabbrata e claudicante, okay, ma pur sempre forma, ecco:

Dunque Pagnettella, è lunedì! Stasera, non appena la mamma chiude il pc, ci mettiamo all’opera e prepariamo la torta di mele. Dopo cena torneo di Jenga e intanto il papà ti presta il telefono così puoi salutare Rachele/Max/Carola/Giorgia/Sofia/Gabriele/etc.

Evvai Pagnottella, finalmente venerdì! E la mamma lavora solo mezza giornata, yeah! Perciò niente compiti ma vorrei continuassi a leggere un po’. Poi appena fa una pausa, intercetti papà e insieme preparate una bella mail per il minimarket elencando tutte le cosine buone che vorreste mangiare…da qui a venerdì prossimo, ecco. Già che ci sei, fatti spiegare come creare un foglio di Excel, mmm? Poi tra un pochino scendiamo insieme all’area ecologica (wow) e tu potrai portarti dietro il monopattino. E dopo cena, Risiko!

Questi programmi cerchiamo di formularli ed esplicitarli ogni giorno, perché se anche il virus ha reso le traettorie delle nostre vite adulte simili quelle di palline da flipper impazzite, credo sia nostro dovere di genitori puntellare perlomeno quelle poche, precarie certezze rimaste ai nostri figli, indipendemente dalla loro età.

(Poi sarei ipocrita se non dicessi che nello sforzarmi maldestro di farlo, sono assalita da mille dubbi e mille paure, novecento delle quali convogliano proprio su di te, bambina mia, che sei figlia unica ed ora tendi a far uso del tablet come del fratello che non hai….)

Ma poi, di ritorno dall’area ecologica, mentre le nostre ombre s’allungano sull’asfalto e i miei passi frettolosi rimbombano, tanto è irreale e assordante il silenzio che ci circonda, tu mi sfrecci accanto sul tuo monopattino e il bel sorriso che s’allarga dietro la mascherina troppo grande per te lo rivelano i tuoi occhi a mezzaluna, due pozzetti color del mare di tenerezza e coriaceo spirito d’adattamento.

“Sai cosa mi piace di questa quarantena, mamma?” “Mmm, vediamo, svegliarsi alle dieci anziché alle sette e mezza ogni mattina?” “Riprova!” “Ah, ci sono! Il tuo amichetto Max che un giorno su due ti dà la sveglia, con un’esilarante, sconclusionata videochiamata da quel di Siena…?” “Mmm…non stavo pensando a questo ma sì, questo è positivo, in effetti. Ma no, quel che è bello, mamma, è che adesso che non abbiamo più il permesso di far praticamente niente, passiamo un sacco di ore tutti e tre assieme sul divano, e io in mezzo a voi, come in un sandwich dal sapore buonissimo!”

E mentre la mia città continua a trattenere il respiro, dietro la mia mascherina io me ne lascio sfuggire uno lunghissimo.

“Andrà tutto bene” – a prezzo di migliaia di vite umane – non è un motto che ho mai sentito molto mio, tant’é che qui il disegno con l’arcobaleno che sorride giulivo non lo abbiamo neanche fatto.

Però andrà, questo sì, in qualche modo andrà, se non altro perché tutto scorre & panta rei: e tu, Pagnettella, continuerai a crescere sotto i nostri occhi ammirati dispensando pillole di saggezza under 18; ed io non potrò che continuare a ringraziare chi, lassù, 10 anni e 10 mesi fa, ha messo sul mio cammino queste due incredibili mezzelune blu, capaci di scorgere persino il lato tenero di un’epidemia.

2 pensieri riguardo “Avere 10 anni e 10 mesi ai tempi del Coronavirus

  1. come ti somiglia! 🙂
    Beh, questa quarantena forzata ti ha donato la possibilità di vivere di più con tua figlia e starle più vicino che in tempi lavorativi andati.
    Mi auguro che anche lei diventi una penna vivace come sua madre!! 🙂
    Ciao Kiara, un bacione (rigorosamente con la mascherina) 🙂

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  2. Ciao Antò! Col consueto ritardo…grazie, di cuore. E sì, la mia piccola erede mi somiglia abbastanza, e non solo fisicamente: ha scritto un racconto breve un anno fa che è veramente bellino; tiene un diario e ha imparato anche lei, figlia unica come me, che i libri possono essere un fantastico….compagno di gioco in tempi di reclusione forzata. Che dire: promette bene, speriamo sia più costante emeno dispersiva di me!
    Abbracci a te…a distanza di sicurezza 🙂 Ciao!

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