Giorno 50: apologi, lacrime e mascherine nel verde

E fu così che al cinquantesimo giorno quella routine da VillArzilla fatta di riunioni via Zoom e budget costruiti a suon di tazze di Nescafé, ricerche su Sepulveda buonanima e Menenio Agrippa oratore (l’apologo sul Monte Sacro! E chi se lo ricordava?), gimkane serali verso all’area ecologica in monopattino e ricami su tele degne di quella di Penelope e ancora, conoscenza enciclopedica del palinsesto Netflix e scorpacciate di libri seconde solo a quelle di Nutella – comford food per antonomasia in tempi di pandemia – iniziò ad andarci stretto.

E dire che era iniziata così bene!

A inizio marzo, quando ero a casa in smart già da fine febbraio, quindi già ben calata nel pigi…, em, nella parte, si può dire mi fossi infilata in questa nuova modalità di segregata ON con una certa rilassatezza mista a rassegnazione: un po’ come si scivola in un paio di UGG, per capirsi: comodi, avvolgenti ma soprattutto solo il prologo della bella stagione che verrà.

Con il passare dei giorni, però, la stanchezza ha iniziato a farsi sentire. Perché non servono zuccherosi editoriali di Gramellini per spiegare che se prima dell’emergenza a parità di ore di lavoro fuori casa la suddivisione delle incombenze domestiche era già sbilanciata, la stessa non cambierà in tempi di pandemia. A parità di ore di lavoro non fuori ma da casa, la bilancia continuerà a penzolare tristemente dalla stessa parte e con la stessa inclinazione di prima, con l’aggiungersi del carico di novanta costituito dal dover ora pensare anche a due pasti al dì moltiplicati per tre col resto di due. Ah no, niente resto.

E certo, questa gestione da Medioevo nel 2020 è retrograda e ingiustificabile ma io sfido chiunque ad aprire le polemiche proprio in tempi di quarantena, quando già le tensioni casalinghe s’affettano col machete. Almeno da queste parti, dico.

Ma ciò che mi ha fatto davvero vacillare sono stati gli scoppi di pianto della minore, un paio di sere, fiumi inarrestabili di singhiozzi e lacrime così difficili da arginare, consolare, razionalizzare. Perché fin che sei tu che ti barcameni, zoppicchi, abbozzi…è una cosa; ma quando a collassare sotto il peso dell’immobilità, della lontananza dagli amici, dai nonni, da compagni e maestre è colei che hai più cara al mondo…eh beh, quello è tutto un altro paio di maniche. E hai voja a spiegarle la curva di Gauss e la dimunzione dei contagi: non so voi, ma come stiam messi non lo so bene neanch’io.

Perciò ora facciamo che il post caruccio sulle mie piccole/grandi ossessioni in tempi di pandemia lo riservo alla prossima volta:

oggi son contenta di appuntarmi qui che da quando le nostre passeggiate nel verde che, per nostra fortuna, occhieggia davvero a pochi passi da casa son diventate un rito quotidiano (seppur brevissimo) e ancora, da quando Camillozza ha iniziato a fare i compiti via FaceTime con le compagne, da quando son riuscita finalmente a dimostrarle che usare il tablet non solo per stordirsi di video demenziali su Tik Tok ma anche per le ricerche sulle zone carsiche non è solo un dovere ma anche un ottimo modo per non spegnersi di noia….va tutto decisamente meglio.

Eccezion fatta per chi mi cerca al telefono, visto che il mio smartphone è ormai l’appendice del suo braccio, novella Menenio Agrippa ai tempi della pandemia 2.0.

Un pensiero riguardo “Giorno 50: apologi, lacrime e mascherine nel verde

  1. purtroppo questa quarantena forzata sta stretta un po a tutti….io non vedo l’ora di poter fare una lunga passeggiata.
    Però, secondo le ultime decisioni di Conte, da lunedi prossimo riapriranno bar, pasticcerie e pizzerie ma solo per consegne a domicilio (almeno per la mia Regione) poi dobbiamo attendere il 3 Maggio per il resto e anche per noi relegati a casa.
    un caro saluto.

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