2020 wrap up, ovvero sintesi semiseria di un anno vissuto…divAnamente.

Ricordate l’arazzo/quadretto natalizio da regalare agli amici di cui vi ho accennato, e che ha allietato l’ultimo spicchio d’autunno pericolosamente vissuto sul, em, divano…? Ebbene, con manifesto stupore e indicibile sollievo non solo sono riuscita a terminarlo nell’ultima mattina (ancora) utile al corniciaio di fiducia per intelaiarlo e munirlo di cornice rosso-Natale, ma l’ho terminato esattamente nell’ultimo quarto d’ora prima che il laboratorio cornici chiudesse. L’Usai Bolt del diritto & rovescio, insomma.

Tra il sollievo dei miei due coinquilini, che come ho raccontato su IG sono stati redarguiti per un mese con la grazia di un don Vito Corleone con coliche renali in atto se solo osavano occupare l’angolo-penisola del peraltro unico divano di casa temporaneamente riconvertito ad angolo del ricamo, il quadretto è dunque volato in quel di Torino centro, ove ha trovato casa nel negozio degli amici, che pare abbiano apprezzato.

In tutto questo, io ancora non mi capacito che quest’anno di mer, em, così nefasto, sia finalmente giunto al termine, e per di più con le prime, centellinate dosi di vaccino Pfizer a coprire parte dello strameritevole personale sanitario dello stivale.

Se mi guardo indietro, e se cerco di farlo abbandonando l’allure mesta da Evita Peron al patibolo (espressione in cui eccelle la minore quando si tratta di metter mano ai compiti delle vacanze, roba che Actor’s Studio scansate proprio), non posso però oggettivamente affermare che proprio tutto sia stato da buttare.

Nessuno dei miei famigliari, innanzitutto, si è ammalato. Nessun amico lo ha fatto in modo così grave da lasciarci le penne o uscirne con strascichi cronicizzati di varie ed eventuali. Le rinunce e le restrizioni ci hanno provato, indubbiamente, ma ci hanno anche allenato ad accumular sporte cementifere di pazienza in quantità che non sospettavamo di avere.

Lo smart working è stato ed è tuttora pesante solo perché in questa casa/famiglia/paese/continente (!) si sconta ancora l’eredità retrograda di un modello famigliare arcaico, in cui troppo spesso il carico di lavoro domestico ricade in percentuali sbilanciate assai sulle spalle di noi povere donne; ma sotto tutti gli altri punti di vista è stata una manna divina, una benedizione insperata, un regalo celeste che non solo ha contribuito ad aumentare la produttività della forza lavoro (statistiche alla mano, è andata proprio così) ma nel caso di specie mi ha permesso di trascorrere tanto tempo come mai prima con la minore di cui sopra. Che, in questi mesi crepitanti di angoscia e tensione, ha avuto (ha) quantomeno la sua mamma vicino, ad asciugar lacrime, schierare carri armati su tabelloni verdi e strappar sorrisi.

Con conclamata e vicendevole sorpresa, maritt’ed io non ci siamo né ammazzati né azzuffati, eccezion fatta per alcuni, em, animati diverbi da stress infra-traumatico a marzo e dintorni. E ancora, quando la pandemia ci ha rinchiusi tutti a casa alle porte della primavera, il maledetto virus ci ha costretto a reinventarci sotto infiniti punti di vista, primo fra tutti nel farci creativi ed ingegnarci a trovare il modo di stare vicini…senza stare vicini.

Non solo. Secondo la Reading Challenge di Goodreads, quest’anno ho affondato il naso nei libri come se non ci fosse un domani – pronostico che peraltro, in determinati scorci d’anno, è parso quasi vero, ohibò: ho letto ben 56 libri anziché i 50 che mi ero riproposta. E li ho recensiti tutti, ma proprio tutti, su Goodreads, e senza limitarmi al solo carnet di stellette: complice una certa insofferenza da lockdown, direi che un terzo abbondante l’ho proprio fatto a pezzi.

E per cotanta grazia lettoria ringrazio (si fa per dire) la mia BBF Insonnia che da marzo 2020 s’accompagna a questa comune inquietudine claustrale, che in qualche modo ho tentato di riconvertire in qualcosa di non totalmente inutile, lacrimevole e penoso.

A conti fatti, però, mica lo so, se ci sono riuscita. In un anno segnato da tanti, troppi eventi luttuosi, nel nostro Paese come nel mondo e nella cerchia dei conoscenti, è stato dannatamente difficile continuare ad indossare il sorriso e sparpagliare in giro l’usuale scemen placida leggerezza che è un po’ la mia cifra caratteriale.

Quel che so per certo è di avercela messa tutto. Di aver comunque fatto incetta di momenti, emozioni e parentesi luminose, che sono poi il motivo per cui posso arditamente sostenere che, di quest’annata nefasta, non butterei via proprio tutto-tuttissimo.

Ciò, detto, se adesso caro 2020 vedi di levarti dalle p…e, ne siam tutti felici.

Niente di personale, eh.

So this is Christmas, o così dicono

Sei o sette anni fa – non ricordo esattamente quando perché per cancellare memorie dolorose ripulisco non solo la mailbox ma anche la cache, l’hard disk e la Smemoranda: non vi dico quando devo cancellare un ex – di ritorno dalle vacanze estive maritt’ ed io avevamo deciso di portarci avanti e prenotarci un miniviaggio al caldo durante vacanze di Natale in arrivo.

Fatta eccezione per un siderale e parecchio alcolico capodanno londinese, non facciamo praticamente mai nulla in inverno se non qualche toccata e fuga in montagna, montagna a cui peraltro io sono allergi…em, che non amo particolarmente se non in occasione di conviviali gozzoviglie a base di brasato e polenta, ecco, ma a quel giro eravamo incappati in un’offerta di quelle imperdibili.

Cinque giorni all inclusive a Dubai, in uno di quegli albergoni mastondotici e ultra kitsch comprensivi di acquario interrato, fontane con giochi d’acqua e tutto l’armamentario da Second Life sborona che normalmente rifuggo come il piano cottura ma che ad un prezzo davvero irrisorio mi avevano fatto cedere alle lusinghe delle caldi carezze del vento caldo del Golfo. Non da ultimo perché qui all’ombra delle Alpi l’inverno dura quanto ad Helsinki. O forse un pelino di più. O forse è così che io lo percepisco, ma tant’è.

Ma insomma a inizio settembre la prenotazione è bell’e che fatta ma io, astuta come una volpe (ma con l’Alzheimer) decido di non informare il resto della famiglia e di rimandare l’annunciazione al momento del check-in…o del viaggio verso Malpensa, toh.

Natale è sempre Natale e come in tutte le famiglie dello stivale vigono regole non scritte ma codificatissime a base di liturgie immutabili, che nel caso di specie prevedono tra gli altri un sontuoso pranzo con i cugini a Santo Stefano e il periplo tra le case del parentado tutto nei giorni a seguire per auguri, regalie e vin brulé.

Ora: premesso che anche per me Natale significa santità, festività e famiglia sicché la partenza alla volta di cammelli ed emiratini sarebbe avvenuta il 26 dopo la cena della vigilia, la messa di mezzanotte e il pranzo combo del 25 genitori & suoceri, in pratica avrei dato forfait solamente al pranzo con i cugini, che tuttavia avevo già in agenda di invitare a casa al rientro.

Tutto bene, dunque, no? Ecco…no.

Alla vigilia della vigilia, corroborata da una mezza bottiglia di Grignolino e già pregustando il bikini a sostituire da lì a poco le mutande in caldo-cotone, mi decido e sputo il rospo (spillo the tea, dicono i gggiovani Z Generation) con i miei genitori.

Apriti cielo! Non entro nel dettaglio ma la reazione, credetemi, avrebbe fatto desistere anche Donald Trump.

E la pratica di annullamento e rimborso aperta in seguito, anche il Mahatma Gandhi.

Ma insomma se c’è una cosa che mi ha insegnato quell’esperienza è che a casa mia, le feste di Natale, intese come quell’arco temporale che inizia con la vigilia, passa dai baci sotto il vischio e termina coi Ferrero Rocher nella calza della Befana, è bene passarle in zona. Al più, rintuzzando qualche giorno in montagna, armati di biancheria termica e corroborati alla prospettiva di polenta & cinghiale.

Ma perchè questo opinabile momento amarcord, amici e amiche on air in questo scelleratissimo anno che ha segnato la Toponomastica della Sfiga per eccellenza?!

Ma per confermarvi che nell’annus domini 2020 tutti i rituali di rigore hanno trovato compimento e addì 8 dicembre, come tradizione vuole, si è proceduto all’allestimento del solito albero di Natale animalier (in foto). Di un mini presepe panciuto e di elfi norvegesi disseminati a caso tra le librerie, così, tanto per fare atmosfera. Ah, e naturalmente non andremo da nessuna ma nessuna parte, durante le feste: pensate…con ogni probabilità, non lasceremo neanche il nostro comune...!

Ma chissà perché, qualcosa mi dice che in questo sono in buona, anzi ottima compagnia.

E allora forza, datemi conferma & conforto e raccontatemi un po’ quali sono i vostri progetti in queste feste…alternative!

Io, se mai finirò un arazzo in tema natalizio (esatto: non un ricamo, non un quadretto ma una roba mastodontica che mi sta cavando gli occhi e levando il sonno dal 20 di novembre o g n i s a n t o g i o r n o) ma che intendo assolutamente personalizzare e regalare ad una cara amica (io al 20 di novembre: “massììì, in fondo si sta sempre in casa, figuriamoci se un mese non mi basta per ricamare e finire da qui a Natale…” Ecco, NO.) ho intenzione di esorcizzare la mia avversione per il freddo e i rigori dell’inverno e tuffarmi a mo’ di foca monaca sulla letteratura nordica. Ma nordica nordica…islandese, per l’esattezza:

dopo 101 Reykyavik e le surreali vicende del nullafacente Hlynur Björn, ho da poco iniziato tale Hotel Silence, che per ora mi ha strappato qualche sorriso con il suo lessico very artic style, vedi la giovincella “lentigginosa come un uovo di piviere”.

Il problema è che mi sveglio all’alba per ricamare e vado a letto tardi sempre per ricamare (Penelope è il mio secondo nome, oltre a quello vero della bimba deliziosa appena avuta dai nostri amici del mare, ndr) e nel mezzo non bastano otto ore al PC perché è una fine d’anno densissima anche sul lavoro e quindi le ore al PC son molte di più. La Pagnottella infila verifiche di fine quadrimestre via una avanti l’altra e – poichè non ricordo una beata mazza di proprietà delle potenze, forze endogene/esogene e complementi partitivi – sono stata nominata d’ufficio “l’interrogatore” di casa. E insomma io ringrazio solamente Just Eat e chi l’ha creata che viene in mio soccorso una sera sì e l’altra pure quando si tratta di sfrantarsi esausti attorno alla tavola all’ora di cena.

Ah, dimenticavo. Arazzo a parte, sono ad un terzo dei regali di Natale perché evidentemente la mia corteccia frontale non ha più spazio per elaborare altre liste.

In compenso accomula debiti di sonno che altro che cashback di stato.

In compenso questo Natale staremo vicini, vicinissimi….murati, oserei dire.

Perciò, con la buona pace della family tutta…Buon Natale, amici miei cari!

E raccontatemi che farete di bell…em, domestico anche voi 🙂