Italia’s got talent. Io ‘nsomma!

Il post è lungo: mi son stancata io a scrivere, penso a voi anime pie che leggete! L’ho quindi suddiviso in due parti così da concedervi un break tra un capitolo e l’altro. Perfetta una pausa caffé, ancor meglio una pausa mohijto.

PARTE 1. Camilla alla ricerca del talento perduto

Una dodicenne scarmigliata che si trascina ciabattando per casa e giunta alle tue spalle emette sonori sbuffi “perché tu stai sempre al PC, mamma!” (si chiama smart working, bellezza) è simultanea fonte di fastidio e goduria allo stato pure.

Fastidio, perché giunta alla soglia dei quarant****anni, la sola idea che la giovane erede stia sprecando, sbuffando e annoiandosi, anche solo un minuto misercordioso di quei lunghi, interminabili, goduriosi tre mesi di vacanze estive assume i contorni del delittuoso; purtroppo, come l’esperienza insegna, godere del “qui ed ora” non è altrettanto facile dell’annegare in copiose lacrime di coccodrillo e di rimpianto, lustri dopo, per quanto non fatto “lì ed allora”. Sob.

Goduria, perché l’enorme ed indiscusso (ma forse anche unico) privilegio in virtù di questa ecatombe di pandemia è stato per me il poter lavorare da casa e dunque trascorrere tanto, tantissimo tempo inedito con una preadolescente negli anni forse più delicati e complicati della sua crescita. (E no: “dopo è pure peggio!” me lo avete già detto in tanti ma al momento preferisco fingere di esser sorda. Com…’ Cos..? Bzzz….Interferenz…. Non ci sento, riattacco, auf wiedersehen, ciaooo!)

Ma insomma la convivenza 24/24 o quasi con la scarmigliata sciabattante, qui, è stata e continua ad essere per la maggior parte delle volte un’autentica benedizione. Legate da sempre ed egualmente amanti delle coccole e del contatto fisico (in psicosociopedagogia de noiartri, dicesi la ciccipucciosità, ndr) abbiamo cementato il nostro rapporto come non mai.

La minore è arguta, scanzonata, spassosa, tranne quando si abbandona a lunghe e astruse confidenze sul fatto che a) tutte le sue amiche e coetanee hanno almeno una crush (simpatia, infatuazione) mentre lei no: lei ne ha una per il protagonista di un manga, ma non crede valga e b) non è affatto sicura di avere un talento particolare per qualsivoglia materia, arte o abilità, mancanza che la porterà sicuramente a scegliere un indirizzo di studi superiore lanciando i dadi (cit.), adattarsi ad una prefessione ad muzzum, condannarsi isomma ad un’esistenza grigia e meschina interamente consegnata al caso!

“Ti prego, ma’, spiegami come si fa a capire quali sono i propri talenti per coltivarli, spiegami come ci sei riuscita tu, spiegami quando lo hai capito!”

A pari merito con “Chiaraaa….non trovo i calzini/la t-shirt/gli shorts/la testa del pater familias, quella sopra è decisamente la domanda più ricorrente dell’ultimo bimestre.

Ma anche molto più difficile di quella sui calzini smarriti!

Perché Camillozza non chiede tanto per chiedere, no: lei lo fa con genuino interesse e palese preoccupazione, argomentando con il fatto che essere brava a riprodurre manga, seguire con attenzione le lezioni in classe di modo da fare poi il meno possibile a casa (eam) e comportarsi con naturalezza da brava mediatrice, così da ricomporre i dissidi e andar d’accordo un po’ con tutti, non costituisce un talento degno di questo nome.

Non perlomeno come quello di Nonna Ida, sorta di Trivial Pursuit umano, conoscenze accademiche sterminate e indiscusse che il suo talento di ottima docente old style permette di trasmettere in modo fluido ed incisivo; o come l’inclinazione del suo papà con gli sport, qualunque sport, che siano enduro, ciclismo, tennis, kite-surf: e in effetti la controparte potrebbe decidere di allenarsi da domani per scalare il Kangchenjunga l’anno prossimo e ce la farebbe.

O ancora, nulla a che vedere col pollice verde (salvia?) di nonno Mario, che sarebbe capace di trasformare in una serra rigogliosa anche le piane disseccate del Negev, e via discorrendo risalendo nell’antichità sempre più su per l’albero genealogico di famiglia grazie anche ai miei aneddoti sui bisnonni che Pagnottella non ha avuto la fortuna di conoscere: il talento di sarta fai-da-te di nonna Marieta, di fashionista ante litteram di nonna Mariuccia, di master in Settimana Enigmistica di Nonno Romeo, di uomo che sussurrava ai segugi di nonno Giulio – che poi, che bello è, rievocare i propri cari e tenerne vivo il ricordo tracciandone un ritratto a parole?

Ma insomma, tornando a noi.

Non so se lo avete notato, ma in tutta la casistica virtuosa di talenti famigliari, nelle parole di Camillozza manco io. Che, a suo dire, sono un esemplare di tanti talenti approssimativi e fumosi, non meglio pervenuti, ecco, ma in qualche modo combinati, amalgamati & shakerati in un cocktail di… disinvoltura, premura, accudimento e ca***eggio.

Giuro. Giuro che qualche mattina fa, la giovane erede (che ovviamente adesso resta erede spirituale ma esclusa dalle volontà testamentarie,) mi ha descritta proprio così. Un mix tra Nonna Papera e Ray Simpson dei Village People, ove l’anima rocckettaro-festaiola spesso prevale dando vita a tanti, troppi, momenti cringissimi.

La verità è che crescere accanto a Camilla – e crescere anche un po’ con Camilla – mi porta a farmi un sacco di interrogativi che nella vita A.C. (ante Covid) non mi avrebbero mai sfiorata semlicemente perché…perché non ne avrei avuto il tempo.

Ora invece tra una Zoom, una Teams e un calzino smarrito ringrazio di avere l’opportunità preziosa di specchiarmi costantemente negli occhi dell’altro, ove l’altro è colui che amo di più al mondo; e dunque di soffermarmi su osservazioni, appunti e spunti che (direbbero le influencer amiche di FitVia) mi consentono di lavorare su di me, su una versione migliore di meee (codice sconto in Swipe Up, amiooo!).

Tornando quindi al dubbio che più tormenta Cami, quella famosa epifania dei propri talenti, l’illuminazione che ad un certo punto del cammin di nostra vita ci ha folgorati sulla via di Damasco (o del Dams), teletrasportandoci verso quella che sarebbe diventata La Strada, la nostra strada, dopo averci riflettuto a lungo tra un falò di Temptation Island e l’altro, ecco quello che le ho raccontato.

INTERVALLO. Le trasmissioni riprendono dopo la pausa caffé. O mohjito, of course.

Parte 2. Chiara e il talento-non-talento di trasformare in talento ciò che talento non è

Correva l’anno 1995. A fine settembre, una diciannovenne fresca di maturità classica poco lungimirante e molto confusa non aveva la benché minima idea di cosa fare del proprio futuro. A partire dal proprio futuro accademico, perché sul fatto che lo sport non fosse un’opzione aveva dissipato presto ogni suoi dubbio (…ma poi ce ne restano mille, esatto!).

E insomma in una mattina grigiolina di inizio autunno si ritrova con l’amica K appollaiata sugli ultimi gradoni, quelli più in alto, dell’aula magna a semicerchio di Via Pietro Giuria, a Torino, ove ha sede la facoltà di Chimica.

“Perché no?” si era detta: anche se durante il liceo le ore di chimica erano state poche, complice un’insegnante… modello Nonna Ida, ecco, la materia le piaceva e – cosa che aveva del sovrannaturale, dato che in matematica e fisica era La Nemesi – non trovava apparenti difficoltà a intercettare formule e scomporre metalli e polimeri. Perciò, partecipare a quella lezione a porte aperte di prova lì per lì le era sembrata un’opzione, anche sulla scia dell’entusiasmo di K che in quanto a futuro accademico aveva già le idee abbastanza chiare.

Il gesso corre veloce sull’ardesia mentre il professore – una nuvola grigia di chiome canute, dalla sua postazione aerea a bordo del semicerchio – confabula di cloruro di sodio e composti atomici. China sul suo quaderno, K prende appunti a gran velocità. Ed in quel momento la nostra biondina realizza con cristallina evidenza che non frequenterà mai chimica: di quanto tracciato col bianco sul fondo nero della lavagna d’ardesia lei non vede nulla, ma assolutamente nulla, ‘NA MAZZA, complice una miopia da Maga Magò che neppure la correzione da lenti a contatto corregge interamente. E di partire da casa ore prima tutti i santi giorni per aggiudicarsi un posto in prima fila non se ne parla: il fato vuole che il suo futuro non sia la chimica, punto e basta.

Ora. Da poco tempo, anzi forse per la prima volta, in quel mitico 1995 di sbarramenti per le matricole e amenità accademiche annesse e connesse, il Politecnico di Torino aveva istituito il numero chiuso anche per l’ingresso ad Architettura. Che, ca va sans dire, era la seconda scelta della nostra eroina, sempre sulla scorsa del “Perché no, visto che non disegno così male?“.

Si cimenta dunque con il test di ingresso ad Architettura, che prevede pur sempre 1.500 posti disponibili, ma lo fa piazzandosi in una posizione talmente insperata che…che ci ripensa.

Perché – argomentavo con la minore – da un certo punto di vista, non avere un particolare talento o propensione per qualcosa di specifico vuol anche dire non precludersi, potenzialmente, nessuna strada. Se non sei un asso con la briscola né con il tressette, allora puoi giocare senza troppe paranoie a briscola, a tressette, a scala quaranta e a strip poker. Perché nessuno ti vieta di provarci, perdere miseramente o perché no, scoprire che la mano vincente è proprio la tua!

Cerco di velocizzare, ché qui tra un po’ le vacanze son finite e voi agonizzate ancora nel mezzo del cammin della mi’ vita.

Per farla breve, la nostra eroina dal presente gaudente ma dal talento incerto si domanda perché non fare delle sue inclinazioni così inesistenti sparpagliate virtù, cimentandosi con quello che, quell’anno, è il test di sbarramento per antonomasia per la facoltà più fumosa e dispersiva per definizione: SciDeCom, Scienze della Comunicazione – o Scienze delle Merendine, per il popolo letterato di Palazzo Nuovo, 250 striminziti posti a fronte di un numero di iscritti al test da moltiplicarsi almeno per dieci.

Il resto è storia, perlomeno qui negli annali di casa: Cami sa che quelli di SciDeCom sono stati per me tra gli anni più interessanti, gagliardi e – diciamolo pure – festaioli di sempre.

Tra le file di poltrone di chinz dei cinema torinesi che erano spesso riconvertiti ad aule temporanee giacché la facoltà non disponeva neanche di locali dedicati a suffficienza, a luci basse ho assistito alle dissertazioni più illuminanti di sempre e scoperto materie che sino a quel momento avevo accarezzato solo nei sogni (Sociologia! semiotica! linguistica! linguaggio radiotelevisivo!).

Ma soprattutto, ho stretto alcune delle amicizie più speciali di sempre (Mari, se mi leggi…riconosciti pure) ed imparato a canalizzare la mia propensione alla, em, socialità, a scopi non solo ludici ma anche lavorativi.

Mi spiego: come chi mi conosce ben sa, per qualche motivo a me ignoto ma che credo e spero si colleghi ad una naturale propensione al sorriso e al vedere il mitico bicchiere non mezzo pieno, ma del tutto pieno (da una parte liquido, da una parte aria: ve l’ho detto, no, che mi piaceva la chimica?), sin dall’infanzia mi sono ritrovata nella condizione di agire più spesso di quanto non immaginassi da sorta di calamita sociale gigante, capace di attrarre a sé persone di ogni foggia e genere.

La selezione naturale ha voluto poi che chi mi restasse accanto nel tempo, in campo sentimentale e amicale, fosse, per l’appunto, selezionato, ma la propensione a stringere amicizia non è mai scemata. Anzi.

Forte di cinque anni di studio matto e disperatiss…em, no, non proprio: diciamo di studio diligente e approfondimenti in campo comunicativo mirati, sfoggiando parlantina sciolta e una buona dose di faccia tosta, sono scivolata da un’esperienza lavorativa all’altra senza soluzione di continuità. Ma soprattutto, ho sempre cambiato per cimentarmi in ciò che più scoprivo, strada facendo, di amare, assecondando la mia anima, em, social: dall’ufficio stampa al recruiter, dall’insegnante per adulti alla coordinatrice expat.

E proprio in quest’ultimo ruolo e nel contesto di uno studio dal respiro internazionale ho trovato la mia dimensione, e tessuto una nuova rete di relazioni che contribuisce almeno al 50% alla mia soddisfazione lavorativa complessiva. Che, come avrete intuito, è tanta. Amo il mio lavoro, ma perchè il mio lavoro si può riassumere nel comunicare. Facendolo in maniera professionale, in ottica client-oriented ovvero mettendo in contatto colleghi, clienti, committenti, provider di servizi terzi. Italiani, inglesi, malesi, australiani… Comunico, al telefono, via email e su Teams per il cento per cento del mio tempo lavorativo. E non mi stanco mai!

E comunico, benché in forma leggermente diversa (e inframezzata da molti più drink) anche nel restante tempo, continuando a coltivare le mie amicizie, supportando chi magari attraversa mari più tempestosi, creando contatti tra i miei contatti: last but not least, onore e gloria alla chat de “Le panchinare” messa su alla chetichella in vista di un indimenticabile weekend langarolo tutto al femminile. Quando io conoscevo tutte, ma non tutte si conoscevano tra loro. Risultato: un legame che moltiplica legami, come un punto catenella virtualmente infinito per il più sodddisfacente dei crochet. Ma nei lustri ho formato anche coppie, ed è nato persino qualche lattante, col mio zampino.

Mentre scrivo (ore 23:30 di giovedì sera, quando farei meglio a pensare alle valigie ma tant’è) pregusto per esempio le prossime vacanze toscane, in una spiaggia che ha ormai assunto i tratti di una community, per cui in queste settimane è tutto uno scoppiettare di messaggistica tra amici conosciuti proprio nel corso delle estati e che non vedo l’ora di riabbracciare…e Camilla idem come me.

Perché anche un apparente non-talento come quello dell’essere semplicemente aperti alla vita e pronti ad accogliere il nuovo e il diverso – è stata un po’ la sintesi e la conclusione della mia supercazzola di cui sopra alla povera minore, che alla fine manifestava segni evidenti di stordimento cerebro-acustico – può trasformarsi in un talento prezioso.

Basta lavorarci un po’ su.

Perchè non è banale né aver voglia di condividere esperienze e neppure nutrire fiducia nel genere umano, men che meno di questi tempi. Perciò, quando la piccola mi racconta di come ha messo pace tra due amichette litigiose o ha consolato una compagna in difficoltà, o ancora, ha intenzionalmente evitato di riportare un pettegolezzo o una cattiveria gratuita, sta di fatto affinando un talento.

Che non sarà da Tokyo 2020, ma ai miei occhi è assolutamente degno di un bronzo – ma facciamo anche argento – e che potrà, chissà, portarla lontana. Abbraccio dopo abbraccio, maglia dopo maglia.