So this was Christmas…anche se

…anche se la sensazione di essere nata dalla parte giusta del mondo per pura fatalità non mi ha mai mollata: troppi, troppi orrori, torture e repressioni restituite con potenza sconvolgente da immagini che, semplicemente, non puoi cancellare né dalla mente né dal cuore – né tantomeno pensare di annegare nel terzo giro di panettone farcito pistacchio, ecco

…anche se nei giorni antecedenti al Natale, ho toccato vette di sconforto che manco il Monviso e livelli di autostima più sottili della pasta briséé con cui quest’anno non ho – peraltro – rollato i sempitermi croissant salati, vale a dire uno dei due cavalli di battaglia della leggendaria cucina di casa. Cucina leggendaria per restare perennemente intonsa, dico

…anche se ad un certo punto, in certi interminabili weekend dicembrini di apatia e noia, la sensazione palpabile era che il soggiorno di casa – con i suoi lamentosi abitanti – emanasse il calore di una scena del crimine; ma qui c’è da dire che un po’ di suggestione innescata dalle maratone in pausa pranzo di “Delitti sotto l’Albero”, “Vicini assassini”, “Fratelli Coltelli” e palinsento del 9 tutto ha senz’altro contribuito

…anche se a voler frugare nella risacca dei ricordi smorti di questa fine d’anno inquieta, tutto il bello che son riuscita a trovare è condensato nel ponte lungo dell’8 dicembre a Roma – io, la minore e la mater familias, tre generazioni al femminile a macinare kilometri incredibilmente ridanciani e tiepidi (18 gradi!) di sanpietrini vaticani e non; ho pubblicato qualche immagine gastro-turistica, quassù: purtroppo mia madre coltiva un’avversione endemica per le foto pubbliche ed è un peccato perché alcuni scatti che la ritraggono a braccetto a Campo de’ Fiori con l’amata nipote, capi incurvati l’uno sull’altro a mo’ di pini nella foresta, sono quanto di più dolce possiate immaginare; ma poiché arriviamo pure sempre da una tripletta di capponi & panettoni no stop, glicemia a posto così…daje

…anche se poi a farmi ricredere e risollevare un po’ da questo clima di spleen che Evita Péron, scansate! son come sempre i piccoli, insperati interludi di felicità autentica: l’amica di sempre che sceglie per me il bracciale che avevo rimirato con lei in vetrina mesi addietro; la cenetta alle porte con l’altra compagna di risate e vita, dai banchi di scuola al bancone del Todrà; la leggendaria biografia di Tina Cipollari (!) ricevuta in dono da mia cugina, conoscitrice eccelsa dei gusti nazionalpopolari della qui scrivente; maritt’ che nel buio della sala del cinema cittadino, mentre lo schermo rimanda bianchi e neri di una pellicola d’ess…ah, no, del nuovo di Aldo, Giovanni e Giocamo (em), mi prende la mano e la tiene tra le sue sino alla fine del film, uno di quei gesti estemporanei che mi piace leggere come…le parole che non ti ho detto, sempre per restare in tema di lungometraggi mainstream

…anche se una stanchezza strisciante mi resta attaccata alle ossa ormai da ottobre, quando il mio lavoro ha subito un’impennata potente che nell’anno nuovo spero troverà da un lato tregua e dall’altro riconoscimento.

…anche se mi sento un po’ in colpa, a inanellare tutti questi “anche se”, perché è pur vero che mentro scrivo nessun mare scintilla sotto il sole e nessuna bava d’aria tipieda lambisce nessuna spiaggia sabbiosa ma son comunque qui, qui e ora. Un manipolo di affetti solidi e in salute a puntellare le mie fondamenta quando si sgretolano…

e poi, chiaro, una lettura svolazzantepronta per me, sul comodino, e chissà che il piumaggio incipriato di Cinecittà… non serva ad accativarsi l’anno nuovo che verrà!

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