L’assedio. Prove empiriche di sopravvivenza a una primavera sfidante

La vedete quella collezione di guance paffute lassù?

Tralasciando Cami, che ormai conoscete, gli altri concentrati di tenerume si chiamano Mira, Danelo e Yari. Hanno rispettivamente 9 mesi, 2 e 4 anni, ma qualche mese in meno quando sono arrivati nella mia città a marzo di quest’anno da Leopoli, Kherson e Mariupol.

Mentre la propoganda russa lanciava implacabile missili e menzogne, le loro giovani mamme e nonne smantellavano vite intere da mattina a sera; sullo sfondo di scheletri anneriti di città un tempo ariose e luminose, salutavano tra le lacrime gli uomini di casa per salire a bordo dei pulmini organizzati dai salesiani della scuola di Cami; pulmini che attraversando Italia, Austria, Ungheria e Slovacchia sino al confine di Vysne Nemecke e ritorno, provavano a restituire ai profughi uno scampolo di respiro.

Serenità certamente no, con la guerra che tuttora ci assedia con i suoi boati, con i volti scavati degli uomini al fronte, con quel pianto di neonata nel gelo della metropolitana di Kiev – un’immagine che, insieme a quella, inenarravile, delle fosse comuni del Donbass – è forse quella che mi s’è infilata più a fondo nel cuore, emblema di sin dove può spingersi la follia di un dittatore paranoico.

Da marzo di quest’anno, la vita stessa sembra aver poggiato il piede su un acceleratore impazzito cui io personalmente non riesco più a star dietro; la vita galoppa mentre io m’affanno al trotto, talora anche al passo, toh. Troppe cose e troppo grandi e gravi per metabolizzarle ed affrontarle.

Ma alla guerra no, alla guerra che ci bussa da vicino non si può restare indifferenti.

Sarà perché scortando Cami a scuola ho avuto modo di conoscerli, i piccoli Danelo, Mira, Yurij, con le loro mamme Olena, Nina, Marjana…sarà perché accompagnadomi ad Almira, la mia amica russa (russa: e in prima fila nel supporto ai profughi della nostra città, nota bene), le barriere linguistiche sono cadute ed ho così guadagnato anche io la fiducia e l’affetto di questa piccola comunità, lontana nella geografia d’origine (Mariupol si trova a 1.200 km da Leopoli, che è come dire da Catanzaro a Trento), accomunata da una tragedia nazionale ma soprattutto compattata da un comune obiettivo: farcela.

Apprendere i rudimenti di una lingua che mai avrebbero immaginato di dover masticare – c’è una rete a trama fitta sapientemente ordita di volontari che mattino e pomeriggio radunano gli ucraini in gruppi e tengono lezioni sempre più partecipi e interattive; acquisire abilità manuali magari spendibili più avanti; garantire ai ragazzi e ai piccoli una primavera non dico serena, ma sicura: sono queste le attività che occupano quotidianamente le giornate di quelli che oramai Almi ed io chiamiamo “i nostri amici ucraini”.

Che andiamo a trovare quando possiamo, spesso la sera quando io termino lo smart e allora lei passa a prendermi con la sua station wagon argentata, il cui bagagliaio risponde a misteriose leggi entropiche per cui, per quanto stracolmo di borse di giocattoli e vestiario, non è mai veramente così pieno.

C’è sempre lo spazio anche per le mie, di borse, ed è così che alla viglia di Pasqua (la nostra: loro avrebbero celebrato una settimana più tardi la Pasqua ortodossa) abbiamo improvvisato un brindisi alla pace con pizzette e Prosecco. Estratti un po’ tiepidi dal bagagliaio magico, consumati tra abbracci e lacrime – di sfogo, di paura, di commozione ma anche di affetto.

Perché ci si vuole bene a vicenda, ormai. Si festeggiano compleanni, si regalano smalti e trucchi, ci si racconta di figli e nipoti (e qui sorvoliamo sul fatto che a raccontarmi della nipotina sia anche una nonna mia coetanea…), si partecipa se si può alle tante iniziative di beneficenza del sempre efficente corpo salesiano.

Camilla mi segue raramente ed è un peccato perché sarebbe un ottimo corso accelerato di educazione civica: la realtà è che (effettivamente) due o tre dei teenager ucraini son proprio carini e allora lei, che sta sgusciando via dall’infanzia a velocità di acceleratore di neutrini, si imbarazza un po’. E’ un peccato, ripeto, perché per quel che mi riguarda la mia limitatissima, insignificante, microscopica attività di volontariato è forse anche l’unica che sento, in questi mesi, di poter definire “sensata”, nel senso di portatrice di senso, di valore.

Il resto è tutto abbastanza un caos (manco tanto) calmo.

Piove un weekend sì e l’altro pure e quindi in campagna, dove di norma trovo pace da giornate tiranneggiate da scadenze e impegni, si va pochino; con grande rammarico di Cami, perché i cugini-vicini ospitano una nuova cucciolata mai abbastanza sazia di coccole & grattini. O viceversa;-)

Nonostante i ritmi impazziti e il carico mentale a mille (o forse proprio in virtù di quelli), attraverso inspiegabilmente una fase di lettura bulimica. Leggo la sera prima di dormire e riprendo la notte quando mi risveglio; tra marzo e aprile penso di aver macinato otto o nove libri. Di recente la mia attenzione libresca è rivolta ad un altro tipo di follia, quello della politica “Zero Covid” di Xi Jinping, con decine di milioni di cittadini del Celeste Impero nuovamente reclusi a mo’ di topi da laboratorio con una formula di lockdown implacabile e militaresco davvero degno del peggior regime.

Ed è quindi con un moto di tenerezza che, pochi giorni fa, mi son ritrovata a sfogliare un improbabile raccoglitore ad anelli datato 1993, un reperto (decisamente) d’epoca religiosamente custodito a casa dei miei. Un reliquiario Cartiere Pigna, ecco. Contiene disegni e bozzetti di scarsa qualità ma genuino entusiasmo di un’epoca della mia vita in cui avevo tempo anche per disegnare…oltre a studiare, leggere, scrivere su non uno ma tre diari condivisi, dare ripetizioni, ricamare, innamorarmi, disamorarmi, fantasticare, uscire e insomma guardare al futuro con genuino slancio ed entusiasmo.

Ora come ora, lo slancio è un po’ quello di un canguro morto; poi però mi guardo attorno (e davanti, dietro, in alto, in basso) e realizzo che non posso lamentarmi.

“Yari, manda un bacio a papà!” gli dice la sua mamma.

E Yari apre il palmo, appoggia la bocca e allunga la mano al cielo, perché il suo papà non c’è più, perché il suo papà è uno dei molti, troppi caduti senza colpa nel Donbass.

Ansia sociale e inquilini di Gotham city: la FOMO si perpetua ed io ne ho le prove

Quando iniziai a frequentare Daniele, nel lontano settembre 2005 e nel leggendario segno del “No ma…niente di serio!”, a colpirmi del futuro consorte furono due caratteristiche che essendo da me molto distanti, mi incuriosirono come uno scimpanzé pigmeo e mi attirarono come un magnete al neodimio, in virtù della sempreverde legge per cui gli opposti che si attraggono (ma si respingono anche, come i magneti, certo).

Anyway.

La prima era l’abilità degna di cabarettista di Broadway di cogliere caratteristiche psicocomportamentali della colleganza tutta – nascevamo colleghi anche noi – e di riprodurle, il venerdì sera postlavorativo e preweekendaro al Caffé delle Scienze, con un combo di imitazione vocale & gestuale in una caratterizzazione così precisa e raffinata da farti sputare il tuo mohjito propiziatorio dal naso (ogni fatto o riferimento…) in preda a crisi di riso impossibili da contenere. Per la cronaca io, in vent’anni di onorata carriera corriera mi sono giusto specializzata nella replica approssimativa dell’inconfondibile parlata cantilenante in inglese indiano, il famoso Hinglish, dei colleghi dell’helpdesk di Hyderabad.

La seconda e ancor più caratterizzante peculiarità del mancato cabarettista era questa sua, em, come dire? refrattarietà ad archiviare qualsivoglia legame sociale per conservare, di contro, rapporti di conoscenza risalenti ai tempi del Pliocene: dal compagnetto dell’asilo all’amichetto del parco-avventura con cui era capitato di smezzare un Ciocorì a sei anni nell’estate dell’82, tutti, ma davvero T U T T I, nello sterminato albo amicale & ancor più mastodontica rubrica telefonica di maritt’, conservavano e tuttora conservano un angolino dedicato e un moto di tenerezza quando gli capita di ricordarli e risentirli. E cioè spessissimo.

In quell’inverno del 2005 già un po’ hollywoodiano di per sé – la guardinga Turin City in pieno fermento si apprestava ad accogliere il grande boom turistico collegato alle Olimpiadi invernali, con il centro città normalmente algido e austero scoppiettante 24/24 di stand, eventi ed emittenti televisive – camminare per strada mano nella mano con Daniele significava percorrere una sterminata passarella in cui sfilavano quasi esclusivamente comparse a lui note. “Ciao Tizio!” “Ehi Caia? Tutto bene? E tua sorella? Il cane…?”.

A me, ragazza più di campagna che di città, che facevo un vanto nel poter dire che sì, okay, conoscenti ne avevo a iosa ma gli amici veri su contavano sulle proverbiali dita della mano, l’impressione era quella di essere stata catapultata in un universo lontano e alieno.

Perchè, sia chiaro, le frequentazioni maritali non si limitavano certamente solo a questi, em, retaggi storici, ma ricomprendevano anche – soprattutto – un esorbitante numero di amici-amici. Scettica come solo chi a giorni alterni sogna di ritarsi a) a Gotham City o b) nella campagna non astigiana ma finlandese, ove il concetto di vicino di casa prevede boschi da attraversare e fiumi da guadare/su cui schettinare, per molto tempo ammetto di aver dubitato che una sola persona, peraltro occupata al lavoro otto ore al dì, potesse mantenere viva cotanta vita sociale, ma soprattutto chiamare “amico” così tante persone.

Col tempo, mi sono ricreduta. Per maritt’, le interazioni sociali – vedere gente, parlare con la gente, far cose con la gggente, e più ce n’è, meglio è – vengono davvero al primo posto (e qui invito tutti ad un momento di silenzio: potete vagamente immaginare quale fosse il suo umore, e di conseguenza il mio, durante il primo, drammatico, totale lockdown? Mi dico sempre che se non ci siamo salutati allora – alla presenza dell’avvocato, dico – non ci scollerà più niente).

Se costretto a farlo – costretto da me, dico – in realtà sa distinguere anche lui chi sono gli amici-amici dai semplici conoscenti, i coprotagonisti dalle comparse.

Resta il fatto che se volevi fare un torto a maritt’, ai tempi bastava rivelargli che Tizio, Caio e Sempronio si erano giusto visti il weekend prima per provare quel nuovo local…e ops, aspe’, non ne sapevi niente, arggg? Parlo al passato, però, perché negli anni quella che ha anche un nome tecnico (FOMO, Fear of missing out, paura di essere tagliati fuori) ha lentamente ma costantemente ceduto il passo ad un approccio alla socialità molto più contaminato dal mio zen.

C’è senza dubbio il tempo degli amici, delle rimpatriate, della convivialità, ma non posso smettere di credere che lo si apprezza veramente solo se a quello si alterna il tempo per la solitudine, la placida vita di famiglia/solitaria, le serie cringe su Netflix sbriciolando Toblerone l’introspezione, ecco. Diciamo che con gradod i convincimento diverso, adesso ne conveniamo entrambi.

Entrambi…ma non la minore!

Eh già: se credevo di aver archiviato tra i ricordi polverosi di gggioventù gli episodi – altrui – di ansia sociale collegata al non volersi perdere nemmeno un’unghia della social life de noiartri... Camilla mi conferma ogni giorno di essere degna figlia di suo padre.

Tanto mi assomiglia fisicamente, tanto il carattere è uno sputato copia&incolla delle idiosincrasie paterne.

L’ho realizzato un paio di weekend fa, quando tutta la sua compulsività da FOMO-girl è deflagrata di fronte all’inammissibile: un suo amichetto aveva organizzato una imperdibile serata pizza&Risiko, le sue amiche erano state invitate e lei … NO!

Giuro di aver asciugato calde lacrime e disseppellito memorie delle mie scuole medie da paria nostrano inviso pure ai bidelli e all’orologio da parete (occhiali da vista, apparecchio fisso, fisico informe e stigma tra gli stigma, figlia di una Prof!) che avrei volentieri lasciato languire per due o tre sere consecutive.

E proprio quando sembrava l’avessi persuasa che l’adolescenza è un periodo critico, perché fa ruotare l’autostima attorno al gruppo dei pari, ma unico è bello, non essere invitati a tutte le uscite, tutte le feste e non essere amico di tutti ma risultare invece spigoloso a qualcuno è perfettamente normale, e anzi distinguersi e autodeterminarsi è cool

l’amichetto ha invitato anche lei.

Al che padre, che chiaramente soffriva ma doveva farlo in sordina, e figlia si son battuti il cinque intonando le note di A E I O U Ypsilon ed hanno convenuto che l’occasione richiedeva un nuovo paio di Nike-non-so-che-modello “perché, dai, T U T T I le portano ormai!“.

Io comunque l’ho presa benissimo e infatti sono alla ricerca di voli solo andata per Rovaniemi.

“Desculpe, buen hombre…” Flamenco, tapas e gaffes da quel di Siviglia

Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi: e come contraddire l’esimio Cesare Pavese?

Tanto più che davvero, di questa due-giorni-e-mezzo sivigliana, ciò che resterà impressa nelle profondità paludose delle memorie di noi sei gloriosi viaggiatori, sarà una serie comica di gaffes sullo sfondo maestoso di una città luminosa e vibrante nell’aria tiedida fragrante di zagare di una primavera celebrata, finalmente, con tutti i crismi.

L’ultimo vero viaggio di famiglia, un weekend lungo a Budapest, risaliva infatti al lontano ottobre 2019, era ante-Covid, insomma: per questo non ho potuto trattenere un urletto di gioia quando il Boeing Ryanair ha bucato deciso la coltre di nubi torinesi, lasciando che il sole pieno sopra le Alpi inondasse la cabina… e un po’ anche il mio cuore.

Cuore che ho decisamente lasciato nella capitale andalusa, vivace e sorprendente, con l’eco delle chitarre del flamenco a rallegrare i passanti tra gli acciottolati dei barrios, l’architettura cesellata, fatta di ricami di pietra e suggestioni moresche, il giallo andaluso delle facciate e degli azulejos, le tapas saporite…e decisamente economiche rispetto ai nostri pretenziosi e spesso scialbi apericena.

Non abbiamo fatto in tempo a visitare l’iconica cattedrale (ma sabato sera ci siamo regalati una pausa-sangria su un rooftop affacciato sulla Giralda, una vista davvero da diesci), ma in compenso abbiamo goduto di una guida iperpreparata e sin troppo ciarliera che ci ha fatto scoprire tutto, ma veramente tutto, di interni ed esterni dei Reales Alcázares de Sevilla, la residenza reale ancora in uso più antica d’Europa.

Esempio perfetto del locale stile mudejar, l’enorme complesso monumentale si trova proprio in centro (ed è un labirinto di locali, stanze sontuose e patii lussureggianti che hanno ospitato il set de “Il trono di spade” – e qui alla guida stupitissima del fatto che nessuno di noi avesse seguito la serie apprezzate il fatto che mi son trattenuta dallo spiegare che io sono più una fedelissima della Maria – De Filippi – nazionale.

Ma ciò che mi ha veramente entusiasmata sono stati i sette, sterminati ettari di giardino, che non per nulla rappresenta quasi la metà dell’intero verde del centro storico di Siviglia: con ventimila piante di oltre duecento specie, pappagalli, papere e pavoni, è stata non solo per me ma per tutta l’allegra brigata un’autentica parentesi di benessere, relax e ristoro.

Dopo mesi di risvegli incrostati di stanchezza e sorrisi sfibrati, non so descrivere quanto bene mi abbia fatto questa toccata & fuga di sola e smagliante bellezza. Bellezza della città, del clima, della gente, bellezza anche e moltissimo della compagnia, che non poteva rivelarsi più azzeccata, affiatata e…a prova di gaffes, perché avevamo pur sempre un toscanaccio a bordo, eh!

E dunque memorabili resteranno gli estemporanei quesiti del nostro toscano alla forbitissima guida dell’Alcazar, Samuel, dopo che questi si era ridotto con la gola riarsa per raccontarci con dovizia di particolari vita, morte e miracoli di re don Pedro I – ma basti sapere che il complesso è chiamato anche palazzo del re Don Pedro perché nato come edificio privato per il re, ma soprattutto… noi ne sentivamo disquisire da trenta minuti buoni:

“Desculpe, ‘orse mi sono distratto ‘n momento: ma perché stai sempre a parlare di ‘esto Don Pedro…?’

Palma d’oro poi alla sua epica uscita all’ombra del sontuoso Alfonso XIII, uno dei cinque stelle più prestigiosi non solo della città ma dell’intera Spagna, noto per essere l’hotel prescelto dal re di Spagna durante le sue visite di Stato a Siviglia.

Consigliatoci per un drink (ma non per un pernottamento: si parte dai 1.000€ a notte), lo abbiamo incrociato quasi per caso mentre trottavamo verso la gigantesca Plaza de España – altri cinquantamila metri quadri, perché se c’è una cosa che ho capito da questa puntata spagnola è che in Andalusia less is not more, ecco.

Di fronte al monumentale ingresso e alle Bentley schierate sulla soglia, Almira ed io non abbiamo dubbi; vale la pena fermarsi, scattarsi quei cinquecento selfie e mettersi pazientemente in coda per un aperitivo sulla terrazza, che è ad uso sia di ospiti che di turisti. A quota 12 kilometri già macinati, il nostro toscano non è però così propenso ad attendere. Tempo tre minuti e si avvicina a quello che ha tutta l’aria di essere un pacioso custode prossimo al pensionamento: viso un po’ floscio ma gioviale, panciotto teso su ventre primente, penna nel taschino, mani sui fianchi e sguardo indagatore.

“Desculpe buen hombre, ma ‘un è che lei mi sa dire come funziona la cosa qui…? ‘he noi non è ‘he possiamo far ‘oda da qui alle otto de las tardes…”

La faccio breve, ma se ci ripenso rido ancora sino alle lacrime: dopo aver scrutato il nostro toscano e annessa compagnia scarmigliata e zainettomunita con perplessità evidente, il custode si è presentato (e come, si è presentato) non prima di aver accennato un baciamano ad Almira e alla qui scrivente: quarto o quinto uomo più ricco di Spagna, ed incredibilmente, cliente – ovviamente VIPPISSIMO – dell’azienda del nostro bravo toscano! E qui…hai voja, a spararsi stories, selfies, la qualunque!

Bon, chiudo qui perché mi scappa la pipì da ridere.

Spero anche a voi,, come spero che la “mia” Siviglia vi sia piaciuta… diciamo almeno uno spicchio gustoso di quanto è piaciuta a me!

Hasta lluego!*

*se non ci arrestano prima per molestie, claro.

Mai stati così felici. Vabbeh, prima del Covid sì

In questo ultimo biennio abbastanza distopico, la carta stampata mi ha tenuto una compagnia senza uguali. Secondo la Reading Challenge di Goodreads, ambiziosamente settata sui cinquanta testi annui, non solo ho raggiunto il traguardo entrambi gli anni ma l’ho addirittura superato: 56 libri letti nel 2020, altri 56 nel 2021. Ullallà.

Lungi dal pensare che questi numeri mi ammantino di una qualche aura pseudoletteraria – lo dice anche l’Istat, che tutti abbiamo letto tendenzialmente di più, in tempi di pandemia – ho comunque sorriso parecchio sotto i baffi quando, ad inizio anno, si è scatenata un’infuocata polemica a colpi di tweet perché qualche ignaro lettore ha ardito usare la piattaforma per tirare le somme delle letture macinate nell’anno appena archiviato. Orrore! Abominio! Ubris! Indimenticabile il Tweet di tale @moopkid da cui poi la polemica è espolsa, assumendo contorni tra il grottesco e il fantozziano:

“giudicare qualcuno da QUANTI libri abbia letto in un anno è una pu**anata. io potrei aver letto 3 libri, tu 40, ma io mi sono letto il manifesto del pc, lavoro salariato e capitale e la condizione anarchica, tu la saga di geronimo stilton. è la stessa cosa? no”

Ma non flexare, stai calmo bro… sarebbe il serafico commento di mia figlia, che è poi in soldoni il sentire – e il twittare – della maggior parte di chi s’è preso la briga di investire tempo ed energia nell’articolare una risposta al Robespierre di Karl Marx, dando vita appunto ad un botta e risposta tanto eterno quanto sterile. Io non ero tra quelli, ca va sans dire. Ero impegnata a leggere Paperinik.

Ma venendo a noi e a quella copertina stratopica, ops, volevo dire, strabella che occhieggia quassù: ho appena archiviato un tomazzo di quasi settecento pagine che m’ha allietato le serate/nottate negli ultimi dieci giorni. Un romanzo ipnotico, meraviglioso, dallo storytelling articolato e assolutamente accattivante.

L’ho appena recensito su Goodreads e vorrei farlo anche qui, fosse mai che qualcuno fosse in cerca di spunti di lettura. Non so se s’è capito, ma ne sono entusiasta.

***

C’è un motivo per cui la narrativa nordamericana mi attira a mo’ di cane pavloviano e per me curiosa come una scimmietta quel motivo risiede nel fatto che nessuno ti spalanca la porta di casa quando un autore a stelle e strisce: ci avete mai fatto caso?

Sicuramente sì. Nella letteratura come nel cinema e nelle serie, otto volte su dieci avverti potente e magnetica l’energia di una storia che diventa presto anche un po’ la tua, di storia.

Impossibile non pensare a un “4321” di Auster, con le quattro sliding doors delle quattro possibili vite di Archie, o correre col pensiero alle notti insonni di binge watching ingordo che una saga famigliare televisiva come “This is us” innesca nello spettatore, presto ipnotizzato dalle travagliate vicissitudini della famiglia Pearsons tanto da non riuscire a premere sul tasto stop.

Ma veniamo a “Mai stati così felici” e alle mie cinque stelle entusiaste: se ancora nutriste qualche dubbio sul fatto che le storie americane (okay: molte, storie americane) sono storie di tutti, storie in cui si entra, ci si accomoda sul pouf in soggiorno, si partecipa con trasporto alle vicende di queste grandi famiglie disfunzionali sino alla dipendenza… io davvero vi invito a tuffarvi senza rete di protezione in questa stratificata, poderosa indimenticabile saga famigliare.

Non fatevi intimorire dalle quasi 700 pagine perché – credetemi – se il genere è il vostro, punterete sveglie antelucane pur di sapere cosa ne è delle fantastiche sorelle Sorensen, le cui vite anche adulte tornano e gravitano attorno alla casa di infanzia di Fair Oaks, dove gli amorevoli genitori, David e Marylin, non hanno mai smesso di essere porto sicuro e riparato all’ombra del ginko di famiglia – come evocano le foglie in copertina.

L’autrice, di cui si stenta a credere che sia il primo romanzo, gioca abilmente da un lato sullo sfasamento dei piani temporali, con un plot elaborato che scivola agile su e giù lungo le linee del tempo e dall’altro sul continuo cambio di prospettiva di quelli che risultano protagonisti a tutto tondo, una fauna di comune eppure eccezionale umanità consegnatoci con dialoghi vivaci e tratti rapidi ma molto evocativi, in una perfetta sintsei del sempreverde vademecum del bravo scrittore anglosassone: “Show, dont’ tell”.

Wendy la ribelle, Violet l’individualista, Liza la generosa e Gracie l’immatura sono particelle subatomiche con cariche respingenti – conflitti irrisolti, rivalità di fondo, idiosincrasie caratteriali – che pure non smettono di cercarsi, attraendosi e respingendosi, entrando ed uscendo dalle reciproche esistenze imperfette, e sempre con quell’uscio di casa socchiuso a beneficio del lettore, che finisce presto per innamorarsi un po’ di ciascuna di loro.

Personalmente, il personaggio che ha fatto breccia nel mio cuore, strappandomi non poche lacrime, è David, il patriarca – una figura accogliente e remissiva in cui mi sono rivista a tratti e che conosciamo impacciato mentre fatica a scendere a patti con la dimensione placida della vita domestica di neopensionato.

Ci penseranno le sue figlie, con il loro bagaglio XXL di drammi, segreti e conflitti – a ridare vita – e non pochi grattacapi – all’ex medico di famiglia, in un crescendo di pathos tanto articolato quanto verosimile che si srotola attraverso i decenni e che ti conquista, con la celebrazione poderosa della forza senza pari dei legami di sangue.

DiesCi, senza se e senza ma.

***

Si dice che capisci di aver letto un buon libro quando giri l’ultima pagina e ti senti come se avessi perso un amico: ecco, io da ieri sera mi sento profondamente orfana.

Perciò, se anche voi avete consigli di lettura sulla scia di quanto sopra… non lesinate, ecco.

2021. Un anno in apnea, ma degradé

Lo so, lo so.

Il bilancio dell’anno passato non a gennaio, ma praticamente a febbraio dell’anno dopo, beh, anche no.

E allora no, vi risparmio la telecronaca di dodici mesi sghembi e liquidi, scivolati via in un clima di stanchezza avvinghiata alle ossa e certezze pari a zero in un altro anno in apnea dopo un 2020 che a Black Mirror e alla sua realtà distopica, per voler citare l’OMS… je fa ‘n baffo.

Consolatemi e ditemi però che anche voi avete avuto la stessa impressione: che se, occhei, il 2020 è stato un anno tragico, l’Annus Horribilis per definizione, col 2021 non è che sia andata proprio tanto meglio.

Lunga vita ai vaccini e a chi si è speso perché arrivassero nel Belpaese, ma per quanto mi riguarda il 2021 è stato l’anno della pesantezza. Un macigno d’ansia misto pigrizia pulviscolare che non mi ha permesso di far piani non dico a lungo, ma neanche a medio termine; e quindi no prenotazioni, no viaggi, no réunion rimandate dal fatidico febbraio 2020, no anche solo ad organizzarsi da weekend a weekend: e se poi m’ammalo? e se ti ammali tu? o quelli che volevamo vedere a cena? Una pesantezza che manco Alex Belli e il poliamore e Tina e Gemma e la Redazione tutta, signora mia!

Certo, certo, qualcosa da salvare in quest’annata con più ombre che luci c’è anche, e medito anzi di dedicargli il prossimo post (…nel 2023, esatto).

Ho stretto nuove, meravigliose amicizie e ne ho rinsaldate di preesistenti; per contro, ho deciso di chiudere definitivamente certe porte che avevo lasciato lì, mezze socchiuse, ché la seconda chance non si nega mai a nssuno ma qui eravamo arrivati…boh, alla ventitreesima.

Persone a cui ho voluto molto bene, con cui sono cresciuta, persone per cui avrei dato un braccio e pure un avambraccio defilatesi senza una parola, un gesto, un vaffa… nada de nada. E poi persone i cui patrimoni personali sono inversamente proporzionali a quei pilastri base del saper vivere chiamati educazione, umiltà, riconoscenza – e parliamo di persone molto benestanti. Per motivi diversi, in un anno dal plot frastornante anche senza questa dose addizionali di fauna problematica, ho depennato le due categorie di cui sopra dal mio, aum, libro paga.

Ho fatto partecipe anche maritt’, della decisione di cui sopra, e per quanto per lui sia congenitamente impossibile depennare chiunque, dalla sua cerchia amicale e dalla sua rubrica telefonica, fosse anche Hannibal Lecter...beh, diciamo che già solo il fatto che abbia ascoltato le mie ragioni e non le abbia cassate, considerato che in quanto a socialità navighiamo non su due mari, ma su due oceani diversi….tanta roba, ecco.

Ho inanellato qualche soddisfazione lavorativa, anche se le soddisfazioni più grandi restano sempre quelle para-lavorative.

Complice lo smart working, su cui potrei sciorinare l’ennesimo trattato ma col rischio di sfociare in una deriva molto trash e grottesca, ho potuto godermi gioie e dolori – gioie, perlopiù – di quella montagna russa impazzita che è la preadolescenza di una minore in tempi di pandemia. Ecco, senza se e senza me, aver potuto ascoltare, consigliare, abbracciare, strapazzare, scorrazzare, aiutare (vedi alla voce: Powerpoint) e insomma amare a tutto tondo la mia meravigliosa Pagnott’ nel contesto peraltro abbastanza cruciale dell’ingresso in prima media, è stato per me il vero, unico e grande risvolto positivo del 2021.

Perché se prima di questa ecatombe planetaria (non c’è altro modo di definirla e i Robespierre novax possono anche smettere di seguirmi, ché la mia dose di tolleranza s’è esaurita con i posti letto nelle terapie intensive) il nostro legame era solido, fisico, affettuoso oltre ogni mia più rosea aspettativa…dopo questo biennio di convivenza quasi 24/24, abbiamo raggiunto livelli simbiotici che manco le colonie di koala a Kanguroo Island. E’ appagante, è confortante, è consolante perchè se va da sé che le zone d’ombra e le porte in faccia arriveranno anche per lei, mi rasserenacontare sul fatto che vi sia una confidenza tale per cui lei ha ben presente che su questi lidi troverà sempre il supporto più trasparente e disinteressato. E no, non ho detto assoluto e a prescindere: il carabiniere buono, in questa casa, è suo padre.

Ma insomma ho esordito con “non voglio ammorbarvi con dodici mesi di patimenti” e invece paio David Copperfield. Naa, meglio chiudere qui e farlo in bellezza, raccontandovi i miei dodici mesi…su tela AIDA.

Li trovate nelle foto, che mi è piaciuto appiccare lassù perché sono un bel ripasso consolatorio anche per me. Per tutte le ragioni ormai note, nel 2021 ho avuto un botto di tempo per ricamare: quello sottratto al tragitto casa-lavoro e lavoro-casa, certo, ma anche e parecchio quello delle notti insonni in cui il cervello strideva e s’inceppava e non voleva saperne di arrendersi alla stanchezza che comunque c’era.

Nel 2021 ho ultimato la monumentale impresa della tovaglia con gli scoiattoli (“Gita a Central Park”); ho ricamato un evocativo spritz per la mia amica Eli e un’intera panetteria campestre per la talentuosa Sara; ho personalizzato anche tre o quattro bavaglini per altrettante liete new entries amicali, anche se non li ho pubblicati; e ancora, ho provato a ritrarre un delizioso bassotto che davvero si chiama Cookie; ho scoperto su Etsy che gli schemi delle ricamatrici russe sono La Bellezza e da lì non mi son più fermata: h scaricato e riprodotto un modello a tema caffé, lettere e dolcetti subito ribattezzato “Autunno calorico” e prontamente agguantato dalla minore che ha voluto appenderlo sopra la testiera del letto; a Natale ho regalato alla mia cuginetta = la sorella che mi sono accaparrata d’ufficio, diciamo – il quadretto “Cousins“, che ritrae me e lei di schiena, abbracciate, con un disclaimer già lungamente condiviso nel tempo che invita a non accontentarsi di “briciole” ma a puntare a interi “panettoni”; metaforici e non, visto che era Natale. Last but not least, immaginate la mia faccia quando agli sgoccioli dell’anno, in una delle rare sere di convivialità extra-domestica, la mia amica Elena si è presentata nel locale dell’appuntamento con una meravigliosa felpa con stampa del Piccolo Principe e della sua fida volpina: ecco, il quadretto regalo che avevo in serbo per lei e che a quel punto ho estratto dalla borsa sgignazzando come se mi fossi già ubriacata (non ancora, invece: lo avremmo fatto, insieme, dopo) era proprio…il Piccolo Principe!

E insomma il mio anno strambo voglio ricordarlo (anche) così: kilometri di matassine di filo mouliné disseminate sul divano sotto gli occhi roteati verso il cielo di Daniele e Camilla, che si son portati addosso pelucchi e brandelli di spago sui maglioni all year long; ché districare le matasse dei pensieri è un’impresa ma districare i fili DMC è fattibile.

E appagante.

Un po’ meno se sono le 5 di mattina e la sveglia è puntata alle 7, eam.

Tamponi e lenticchie: benvenuto 2022

E insomma pare che questo 2021 avvincente come una bolla d’accompagnamento e fortunato come un Fantozzi qualunque – ma per vicinanza spaziotemporale direi: Fantozzi a Courmayeur alla mercé della signorina Silvani – ce lo siamo lasciato alle spalle.

Si scherza, come sempre su questi lidi dedicati alla leggerezza e al disimpegno, ma i numeri della pandemia sono stati tutt’altro che confortanti, per non parlare delle cifre raggiunte nel 2021 nella lista dei decessi: “Sprecare l’opportunità del vaccino è un’offesa a chi non la ha avuta“, l’ultimo messaggio da presidente del buon Mattarella è un monito in cui mi rispecchio e che spero qualche gomBlottista dell’ultim’ora faccia suo.

Tornando in terreni meno instabili, mentre butto giù due riflessioni sul primo dell’anno siedo al tavolo di legno di un grazioso appartamento di montagna che è la quintessenza dello stile tirolese: scovato su Airbnb, vanta parquet in tutti i luoghi e in tutti i laghi; tappeti a pelo lungo, corto e mezzano; letti e divani identificabili come tali solo dopo aver rimosso le torri pericolanti di cuscini in lino e cotone che li sormontano; immancabile il caminetto sulla cui mensola poggiano decorazioni natalizie, quadri a tema sci, centrotavola di aghifogli e cesti di vimini – ove riporre ciò che non è in tema o in palette, direi. L’illuminazione è morbida e calda, le ampie finestre della zona giorno s’affacciano sulle montagne innevate; manca giusto la poltrona Chesterfield in cuoio coi bottoncini ove sbatacchierei sulla tastiera con maggior gusto ancora ma – ehi! – niente male per dare il benvenuto a questo nuovo anno.

Anno in cui, come penso il 99,99% degli italiani, non ripongo più grandi speranze per il futuro: diciamo timide, basilari speranze per un ritorno graduale ad una normalità ormai archiviata da quasi due anni.

Il mio pomeriggio del primo dell’anno mi è sembrato, in questo senso, beneagurale.

Ora. Come i lettori di lungo corso sanno, io amo profondamente la montagna.

Quella che occhiegia dal lunotto posteriore, però.

Quando salgo in macchina e la saluto, per essere chiari.

Allergica al freddo, alla fatica fisica, nemica dei dislivelli e dell’abbigliamento a strati, sono darwinianamente negata per la vita in quota. Datemi un bagnasciuga e un mohijto e sarò una foca spiaggiata felice; datemi due bacchette da sci e, anche senza volerlo, vi caverò un occhio. Mi spiace, ma è più forte di me: i monti rappresentano per me rocche inespugnabili e punti interrogativi alti quanto lo loro vette; soffrire di vertigini anche dall‘alto basso di un tacco otto e di pressione più bassa della nebbia bassa in Val Padana non contribuisce.

Eppure. Eppure ho acconsentito di buon grado a passare il Capodanno in montagna, perché non c’è orogenesi alpina che una festosa e vociante compagnia (rigorosamente tamponata) non mi faccia by-passare senza se e senza ma. Ma soprattutto: oggi pomeriggio ho acconsentito ad unirmi al resto della ciurma in quella che per tutti è stata una rigenerante passeggiata verso uno chalet-ristorante in quota (1.700 m; si partiva da 1.550), per me l’equivalente della ritirata di Russia dei reparti mitraglieri di sterneniane memorie nel ’43.

Scivolando con la grazia di un grizzly sulle pozzanghere di fanghiglia – c’è un anomalo caldo primaverile che ha sciolto gran parte della neve – la luce che fa breccia tra i larici e i pini che bordeggiano la mulattiera – accecandomi – posso asserire con empirica certezza di aver raggiunto la meta solo grazie alla pazienza e al braccio destro dell’amico Giò, che ha eroicamente fatto da traino e da contrafforte a questa creatura pavida e negata che saltabecca sulla neve come se schivasse bombe disinnescate a metà in un nuovo release di Super Mario: Super Mario Nabbo on The Alps, ecco.

Capito ora perché il mio pensiero prima è corso al buon Fantozzi in quota?

Ma insomma tutto questo per dire che ho realizzato, non senza una bella sportina (a losanghe tirolesi, of course) di autocompiacimento, di aver appena inaugurato l’anno vincendo una delle mie paure e mettendo da parte remore – e pigrizia. Rispondere a un anno che si prospetta sfidante cogliendo una sfida: ecco, per qualche motivo (forse collegabile alla carenza di ossigeno in quota? chi può dirlo) questa faticaccia salita di oggi m’ha messo addosso appetito, ottimismo e fiducia.

…durati sino al momento di rientrare nella bomboniera di legno e leggere l’ennesimo bollettino Whattsup sugli amici degli amici degli amici scopertisi positivi, e realizzare che questa sera avrei dovuto contaminare la splendida cucina di Heidi cucinando.

Un’altra mia passione innata, tipo quella per lo sci, per capirsi.

Happy New Year, dicevamo?

Tamarro è bello, anzi deppiù

Lo so. Latito come manco Messina Denaro, in questo scorcio d’autunno in cui fatico a stipare tutto nelle ventiquattr’ore quotidiane, riducendomi a tappezzare la casa di post-it per tracciare tutto ciò che rimane da fare.

Sul lavoro – ma lì ho un blocco a spirale A4, che ultimamente ha assunto le dimensioni di un club sandwich – in casa, a scuola, in famiglia, in banca, in posta e alla Qualunque.

Il lavoro, in particolare, è un frullatore particolarmente pressante prestante e se ci aggiungiamo anche solo la manutenzione ordinaria della minore – ivi compreso un intervento chirurgico ed una cresima – il risultato sarà un accumulo mentale e fisico (di panni da stendere e di scartoffie da smistare, per esempio) che ti fa vagheggiare il ritiro immediato nell’onirico rehab new-age di Nicole Kidman in quel piccolo capolavoro di estetica hippieggiante che è “Nine perfect strangers”.

E qui – pacca sulla spalla a me medesima – eccomi servito su piatto d’argento 925 il destro per passare a qualcosa di decisamente più frivolo e leggero, quale è stata la visione – in notturna – della serie e, prima, la lettura compulsiva dell’omonimo romanzo-blockbuster:

il trash, amici, il trash!

Ma quanto è bello, disturbante eppure confortante, surreale e grottesco ma inspiegabilmente irresistibile al tempo stesso, il tamarro allo stato alfa? Chi di voi, confessate, non ha mai almeno provato una suoneria ultrapop per il suo smartphone, di quelle che nel 2000 dovevi addirittura pagare, chi non ha mai visto, fosse anche in terza serata sui Bellissimi di Rete4 (altra roba per palati fini…) un cinepanettone di vanziniane regie…? Chi – ma qui ci spingiamo a livelli altissimi, ne convengo – saprebbe nominare i cani mai più sgangherati protagonisti di Alex l’Ariete?!

Ecco. Se un sorriso vi ha increspato le labbra e non avete smesso di leggere (miei eroi), allora lasciate che condivida con voi la mia ultima, debordante, folgorante lettura.

Un saggio che speravo di accaparrare al Salone del Libro, magari strappandoci l’autografo dell’autore, ma che allo stand di Cairo Editore era andato tutto esaurito. Sold Out, come direbbe la Ferracchia. BTW, sul Salone nel mio retrocranio ho pronto un post a parte, perché non ci mettevo piede da lustri e a) ci sono tornata con la migliore compagnia di sempre b) nella miglir edizione di sempre e c) mi ha anche regalato, alcuni degli incontri più luminosi di sempre. Chiusa parentesi, per ora il post resta nel retrocranio, ché il tempo è tiranno e si sa, sgocciola via come manco il Pink Martini all’aperitivo con le amiche).

Ma insomma il libro tanto sognato, che ho poi recuperato da Feltrinelli, è Travolti dal trash nell’immenso mare del brutto. Viaggio alla scoperta del cattivo gusto per imparare ad amarlo dell’eccelso Matteo Fumagalli, istrionico bookblogger e filmaker che se ancora non lo fate, vi invito caldamente a seguire, sia su IG che sull’omonimo canale.

Ed ora, con equa dose di pigrizia e candore, voilà: vi copi&incollo qua la mia recensione su Goodreads, perché mi piace pensare di aver toccato i main topics (come diciamo in ufficio, soprattutto in sede di gare d’appalto, em em) in poche righe ma con incisività. E fiuto per la tamarraggine, certo.

Reviewer de noairti, a lei la linea.

“Ho riso, o almeno sorriso come non mi succedeva da tempo, da pagina 1 a 220 😀

L’ottimo Matteo ci consegna un saggio spumeggiante e pirotecnico, ma al contempo rigoroso e accuratissimo nel ricostruire con dovizia di esemplificazioni tratte dal mondo della letteratura, della musica e della cinematografica l’affresco grottesco di un’estetica trash in cui, se hai almeno più di trent’anni, hai proprio la sensazione di rituffarti a mo’ di volo d’angelo.

Non manca davvero nulla, del tamarro nostrano e d’oltreoceano, nella ricerca della deriva trash che più trash non si può:

si parte dall’eurodance degli Eiffel 65 (che per inciso non mi vanterò mai abbastanza di aver conosciuto, qui ad un paesotto di distanza, nei plasticosi anni 2000) passando per le baby-band sgangherate come i Gazosa; occorre silenziare dal lobo occipitale il ritornello della disturbante (ma ipnotica, come tutto ciò che è trash) Danza Kuduro o di wwwmipiacitu per sciogliersi con i fotogrammi milanesi anni ’90 dell’inimatibile “Sposerò Simon Le Bon” e quindi fiondarsi sul bidone dell’umido ricordando le raccolte poetiche di Flavia Vento (per inciso, ho conoscenti che fanno di peggio, of course).

E’ un tuffo nel passato, ma un passato molto vicino e soprattutto molto vivido (e acceso, e squllante – tipo interni dorati di case simil Casamonica nei daily di contenitore di kitschume che è oggi Real Time, ecco) che potrebbe proseguire all’infinito, ma di cui mi limiterò a citare quella che per me è l’apoteosi, ringraziando infinitamente Matteo che al caso mediatico, non per nulla, dedica un capitolo:

il fantasma di Mark Caltagirone.

Sipario.

Applausi

L’estate su uno scaffale

Sebbene sia andata bofonchiando un giorno sì e l’altro pure appellativi non propriamente oxfordiani all’indirizzo di scirocco e maestrale, che hanno soffiato implacabili per qualcosa tipo sedici dei venti giorni di vacanza toscana per la gioia dei surfisti/kiteristi spiaggiaroli MA l’afflizione delle portatrici sane di lenti a contatto e mal di testa latenti, c’è da dire che al riparo sommario di gazebo paglierino ed occhiali da sole Pantani-style le letture non siano mancate:

ho totalizzato il personale record di cinque-libri-in-venti-giorni, che per quanto non paragonabile al miraggio di verdoniane memorie di sette-chili-in-sette-giorni….malaccio comunque non è.

Non solo: con il combo smart working, che ha visto convertirsi parte dei tempi di viaggio in tempi di lettura (o di ricamo, o di spritz, o di caciara varia; ma parecchi libri, tra un drink e l’altro, diciamo) + giornate dilatate di giugno e luglio, la mia sportina di letture estive s’è decisamente rimpinguata.

Tanto che segna ad oggi un lusinghiero + 13 libri macinati da inizio estate ad oggi. Ed anche se dall’odierno cielo color roditore non si direbbe, ehi, l’estate non è ancora finita!

Ma dato che ci pensa Goodreads (la mia personale scheda cartacea di reso/prestito di utente bibliotecaro d’antan – amici boomers come me, chi se la ricorda..?) a tener traccia di tutti i miei articolati, opinabili sproloqui a caldo sulla bontà delle letture, quel che vorrei tracciare qui è invece un fulmineo commento in pillole su ciascuno dei 13 prescelti.

Metti mai che qualcuno cerchi spunto su cosa tuffarsi…o cosa invece rifuggire come l’herpes zoster:

3, 2, 1…si parte.

  1. La spinta, Ashley Audrain. L’anaffettività è (anche) una tara genetica? Osannato dalla critica internazionale, per me il “folgorante” romanzo d’esordio di questa autrice canadese resta un perlito question mark. Giudizio: MEH.
  2. L’inganno delle buone azioni, Kiley Reid. Un tema spinoso come il razzismo è servito in salsa stelle e strisce con tutti i cliché del caso, ivi compresi balli liceali di fine anno, coinquiline party-addicted, anchormen di belle speranze e assicurazioni sanitarie quali passaporti per l’età adulta. Giudizio: da ombrellone sì, premio Pulitzer no.
  3. Supereroi, Paolo Genovese. Più che un libro, una sceneggiatura bell’e pronta su cosa vuol dire restare in coppia per un ventennio al giorno d’oggi, con tutte le curve a gomito del caso. Giudizio come per Venezia, bello ma non ci vivrei.
  4. L’angelo di neve, Ragnar Jónasson. Fedele alle premesse: è un giallo islandese, quindi ci scappa il morto ed è sulla neve. Sì se meditate un viaggio a Reykjavík, no se cercate ritmo e azione. Giudizio: BRR, RONF.
  5. Assassinio sull’isola, Anne Glenconnier. L’autrice è l’ex dama di compagnia della principessa Margaret, sorella dell’inossidabile Elisabetta, l’isola la verdeggiante, caraibica Mustique, di cui Margaret era assidua frequentatrice. Aggiungi a questi ingredienti un tot di rampolli tanto ricchi quanto sfaccendati e per me questo giallo non può che essere un grande sì. Giudizio: come i Caraibi, belli e ci vivrei eccome.
  6. L’ultimo regalo, Kathryn Hughes. Sto ancora decidendo se sia più sciatta la trama o la scrittura; quel che è certo è che la protagonista alla ricerca della madre scomparsa è più sfigata di David Copperfield e più soporifera del cloroformio. Giudizio: non so; se c’ero, dormivo.
  7. Mai Stati così Uniti, Simona Siri e Dan Gerstein. Il sottotitolo, Cosa ho capito dell’America litigando con mio marito americano, assolve egregiamente alla funzione di sinossi del romanzo, che capitolo dopo capitolo affronta con contezza di causa e brio le più eclatanti tra le tante macro differenze culturali tra la terra della cacio&pepe e quella degli spaghetti in lattina. Giudizio: Fratelliiii/d’Italiaaaa…
  8. Un bel quartiere, Therese Anne Fowler. Lotta di classe e riscatto sociale, conflitto generazionale e il germe silente ma infido dell’odio razziale: quanta paccata di roba può dividere un confine di proprietà, terreno e metaforico? Bella la storia ma non il finale e la mia compagna di ombrellone (e di gin tonic al tramonto, awww, SAUDADE) Stefy che l’ha letto dopo di me ha espresso lo stesso identico pensiero. Giudizio: peccato, partiva col botto, comunque per me Maria è un sì.
  9. L’inganno, Chalotte Link. Sono di parte perchè adoro quest’autrice tedesca e quindi per me anche il bugiardino del Voltaren, se scritto da lei, sarebbe da dieSci. Ma qui siamo al cospetto di un giallo veramente ingegnoso, oserei dire pirotecnico, ove sul finale convergono con credibilità quelle che inizialmente sembrano due trame a sé. Il mio giudizio non può dunque che essere un sonoro ed entusiasta: sììì – fuochi d’artificio!
  10. Italian life: Una fiaba moderna di amori, tradimenti, speranze e baroni universitari, Tim Parks. Ho sensazioni più ambivalenti su Parks, inglese di nascita ma italiano d’elezione, indubbiamente espertissimo conoscitore del cespuglioso sottobosco del mondo accademico del BelPaese. Ecco, il romanzo ruota tutto intorno a questo, e lo fa tra il documentario e la fiction per quelle che su carta son 432 pagine, percepite 4.300. Peccato, perchè se sfoltito di due terzi sarebbe stato godevolissimo. Giudizio: gessetto o cloroformio, Prof?
  11. La figlia perfetta, Anne Tyler. Siete forse alla ricerca di una storia scorrevole e delicata, ad oggetto la saga di due famiglie adottive molto diverse (super americana l’una, immigrata iraniana fedele alle proprie origini l’altra) legate a doppio filo dall’iconico ‘Giorno dell’arrivo’ delle loro bambine dalla lontana Corea? Eccola, vagamente malinconica, sicuramente godibile. Giudizio: sì ma tenete i Kleenex a portata.
  12. La famiglia al piano di sopra, Lisa Jewell. Delusione per la nuova fatica di quest’altra autrice che ho imparato ad amare negli anni. Il plot è frastornante, nel senso che ogni elemento e indizio risulta alla fine funzionale alla storia, ma lasciandoti la sensazione di aver ingurgitato un’insalata russa sovraccarica – e paradossalmente anche un po’ noiosa/ indigesta. Giudizio: Gaviscon plus, una compressa prima dei pasti.
  13. Dente per dente, Francesco Muzzopappa. E qui basta avere una vaga idea di chi sia l’autore per correre in libreria. Non l’avete? Di corsa ad arraffare un Muzzopappa qualsiasi! Copywriter, pubblicitario, pure figo, il buon Francesco è anche e soprattutto un autore comico esilarante, che vi farà sogghignare sotto i baffi nelle situazioni più disparate con la sua ironia corrosiva e intelligente.

E nulla, sorrido tra me e me alla fine di questa carrellata misto fritta perché il numero 13 mi ha riportato alla mente alcuni siparietti Totò-style delle passate vacanze, quando eravamo la metà di mille ed in un paio di occasioni si è rischiato di ritrovarci in tredeci a tavola. In quei frangenti ci convincevamo così che i minori valgono mezzo, o che i quattrozampe, all’uopo, posso esser considerati commensali se gli si passa il salame della Garfagnana da sotto il tavolo.

E con questa ho proprio finito, direi.

Hasta siempre, amici. E se quest’estate avete amato qualcosa di meritole – o vomitevole, certo – non mancate di famelo sapere nei commenti;-)

Italia’s got talent. Io ‘nsomma!

Il post è lungo: mi son stancata io a scrivere, penso a voi anime pie che leggete! L’ho quindi suddiviso in due parti così da concedervi un break tra un capitolo e l’altro. Perfetta una pausa caffé, ancor meglio una pausa mohijto.

PARTE 1. Camilla alla ricerca del talento perduto

Una dodicenne scarmigliata che si trascina ciabattando per casa e giunta alle tue spalle emette sonori sbuffi “perché tu stai sempre al PC, mamma!” (si chiama smart working, bellezza) è simultanea fonte di fastidio e goduria allo stato pure.

Fastidio, perché giunta alla soglia dei quarant****anni, la sola idea che la giovane erede stia sprecando, sbuffando e annoiandosi, anche solo un minuto misercordioso di quei lunghi, interminabili, goduriosi tre mesi di vacanze estive assume i contorni del delittuoso; purtroppo, come l’esperienza insegna, godere del “qui ed ora” non è altrettanto facile dell’annegare in copiose lacrime di coccodrillo e di rimpianto, lustri dopo, per quanto non fatto “lì ed allora”. Sob.

Goduria, perché l’enorme ed indiscusso (ma forse anche unico) privilegio in virtù di questa ecatombe di pandemia è stato per me il poter lavorare da casa e dunque trascorrere tanto, tantissimo tempo inedito con una preadolescente negli anni forse più delicati e complicati della sua crescita. (E no: “dopo è pure peggio!” me lo avete già detto in tanti ma al momento preferisco fingere di esser sorda. Com…’ Cos..? Bzzz….Interferenz…. Non ci sento, riattacco, auf wiedersehen, ciaooo!)

Ma insomma la convivenza 24/24 o quasi con la scarmigliata sciabattante, qui, è stata e continua ad essere per la maggior parte delle volte un’autentica benedizione. Legate da sempre ed egualmente amanti delle coccole e del contatto fisico (in psicosociopedagogia de noiartri, dicesi la ciccipucciosità, ndr) abbiamo cementato il nostro rapporto come non mai.

La minore è arguta, scanzonata, spassosa, tranne quando si abbandona a lunghe e astruse confidenze sul fatto che a) tutte le sue amiche e coetanee hanno almeno una crush (simpatia, infatuazione) mentre lei no: lei ne ha una per il protagonista di un manga, ma non crede valga e b) non è affatto sicura di avere un talento particolare per qualsivoglia materia, arte o abilità, mancanza che la porterà sicuramente a scegliere un indirizzo di studi superiore lanciando i dadi (cit.), adattarsi ad una prefessione ad muzzum, condannarsi isomma ad un’esistenza grigia e meschina interamente consegnata al caso!

“Ti prego, ma’, spiegami come si fa a capire quali sono i propri talenti per coltivarli, spiegami come ci sei riuscita tu, spiegami quando lo hai capito!”

A pari merito con “Chiaraaa….non trovo i calzini/la t-shirt/gli shorts/la testa del pater familias, quella sopra è decisamente la domanda più ricorrente dell’ultimo bimestre.

Ma anche molto più difficile di quella sui calzini smarriti!

Perché Camillozza non chiede tanto per chiedere, no: lei lo fa con genuino interesse e palese preoccupazione, argomentando con il fatto che essere brava a riprodurre manga, seguire con attenzione le lezioni in classe di modo da fare poi il meno possibile a casa (eam) e comportarsi con naturalezza da brava mediatrice, così da ricomporre i dissidi e andar d’accordo un po’ con tutti, non costituisce un talento degno di questo nome.

Non perlomeno come quello di Nonna Ida, sorta di Trivial Pursuit umano, conoscenze accademiche sterminate e indiscusse che il suo talento di ottima docente old style permette di trasmettere in modo fluido ed incisivo; o come l’inclinazione del suo papà con gli sport, qualunque sport, che siano enduro, ciclismo, tennis, kite-surf: e in effetti la controparte potrebbe decidere di allenarsi da domani per scalare il Kangchenjunga l’anno prossimo e ce la farebbe.

O ancora, nulla a che vedere col pollice verde (salvia?) di nonno Mario, che sarebbe capace di trasformare in una serra rigogliosa anche le piane disseccate del Negev, e via discorrendo risalendo nell’antichità sempre più su per l’albero genealogico di famiglia grazie anche ai miei aneddoti sui bisnonni che Pagnottella non ha avuto la fortuna di conoscere: il talento di sarta fai-da-te di nonna Marieta, di fashionista ante litteram di nonna Mariuccia, di master in Settimana Enigmistica di Nonno Romeo, di uomo che sussurrava ai segugi di nonno Giulio – che poi, che bello è, rievocare i propri cari e tenerne vivo il ricordo tracciandone un ritratto a parole?

Ma insomma, tornando a noi.

Non so se lo avete notato, ma in tutta la casistica virtuosa di talenti famigliari, nelle parole di Camillozza manco io. Che, a suo dire, sono un esemplare di tanti talenti approssimativi e fumosi, non meglio pervenuti, ecco, ma in qualche modo combinati, amalgamati & shakerati in un cocktail di… disinvoltura, premura, accudimento e ca***eggio.

Giuro. Giuro che qualche mattina fa, la giovane erede (che ovviamente adesso resta erede spirituale ma esclusa dalle volontà testamentarie,) mi ha descritta proprio così. Un mix tra Nonna Papera e Ray Simpson dei Village People, ove l’anima rocckettaro-festaiola spesso prevale dando vita a tanti, troppi, momenti cringissimi.

La verità è che crescere accanto a Camilla – e crescere anche un po’ con Camilla – mi porta a farmi un sacco di interrogativi che nella vita A.C. (ante Covid) non mi avrebbero mai sfiorata semlicemente perché…perché non ne avrei avuto il tempo.

Ora invece tra una Zoom, una Teams e un calzino smarrito ringrazio di avere l’opportunità preziosa di specchiarmi costantemente negli occhi dell’altro, ove l’altro è colui che amo di più al mondo; e dunque di soffermarmi su osservazioni, appunti e spunti che (direbbero le influencer amiche di FitVia) mi consentono di lavorare su di me, su una versione migliore di meee (codice sconto in Swipe Up, amiooo!).

Tornando quindi al dubbio che più tormenta Cami, quella famosa epifania dei propri talenti, l’illuminazione che ad un certo punto del cammin di nostra vita ci ha folgorati sulla via di Damasco (o del Dams), teletrasportandoci verso quella che sarebbe diventata La Strada, la nostra strada, dopo averci riflettuto a lungo tra un falò di Temptation Island e l’altro, ecco quello che le ho raccontato.

INTERVALLO. Le trasmissioni riprendono dopo la pausa caffé. O mohjito, of course.

Parte 2. Chiara e il talento-non-talento di trasformare in talento ciò che talento non è

Correva l’anno 1995. A fine settembre, una diciannovenne fresca di maturità classica poco lungimirante e molto confusa non aveva la benché minima idea di cosa fare del proprio futuro. A partire dal proprio futuro accademico, perché sul fatto che lo sport non fosse un’opzione aveva dissipato presto ogni suoi dubbio (…ma poi ce ne restano mille, esatto!).

E insomma in una mattina grigiolina di inizio autunno si ritrova con l’amica K appollaiata sugli ultimi gradoni, quelli più in alto, dell’aula magna a semicerchio di Via Pietro Giuria, a Torino, ove ha sede la facoltà di Chimica.

“Perché no?” si era detta: anche se durante il liceo le ore di chimica erano state poche, complice un’insegnante… modello Nonna Ida, ecco, la materia le piaceva e – cosa che aveva del sovrannaturale, dato che in matematica e fisica era La Nemesi – non trovava apparenti difficoltà a intercettare formule e scomporre metalli e polimeri. Perciò, partecipare a quella lezione a porte aperte di prova lì per lì le era sembrata un’opzione, anche sulla scia dell’entusiasmo di K che in quanto a futuro accademico aveva già le idee abbastanza chiare.

Il gesso corre veloce sull’ardesia mentre il professore – una nuvola grigia di chiome canute, dalla sua postazione aerea a bordo del semicerchio – confabula di cloruro di sodio e composti atomici. China sul suo quaderno, K prende appunti a gran velocità. Ed in quel momento la nostra biondina realizza con cristallina evidenza che non frequenterà mai chimica: di quanto tracciato col bianco sul fondo nero della lavagna d’ardesia lei non vede nulla, ma assolutamente nulla, ‘NA MAZZA, complice una miopia da Maga Magò che neppure la correzione da lenti a contatto corregge interamente. E di partire da casa ore prima tutti i santi giorni per aggiudicarsi un posto in prima fila non se ne parla: il fato vuole che il suo futuro non sia la chimica, punto e basta.

Ora. Da poco tempo, anzi forse per la prima volta, in quel mitico 1995 di sbarramenti per le matricole e amenità accademiche annesse e connesse, il Politecnico di Torino aveva istituito il numero chiuso anche per l’ingresso ad Architettura. Che, ca va sans dire, era la seconda scelta della nostra eroina, sempre sulla scorsa del “Perché no, visto che non disegno così male?“.

Si cimenta dunque con il test di ingresso ad Architettura, che prevede pur sempre 1.500 posti disponibili, ma lo fa piazzandosi in una posizione talmente insperata che…che ci ripensa.

Perché – argomentavo con la minore – da un certo punto di vista, non avere un particolare talento o propensione per qualcosa di specifico vuol anche dire non precludersi, potenzialmente, nessuna strada. Se non sei un asso con la briscola né con il tressette, allora puoi giocare senza troppe paranoie a briscola, a tressette, a scala quaranta e a strip poker. Perché nessuno ti vieta di provarci, perdere miseramente o perché no, scoprire che la mano vincente è proprio la tua!

Cerco di velocizzare, ché qui tra un po’ le vacanze son finite e voi agonizzate ancora nel mezzo del cammin della mi’ vita.

Per farla breve, la nostra eroina dal presente gaudente ma dal talento incerto si domanda perché non fare delle sue inclinazioni così inesistenti sparpagliate virtù, cimentandosi con quello che, quell’anno, è il test di sbarramento per antonomasia per la facoltà più fumosa e dispersiva per definizione: SciDeCom, Scienze della Comunicazione – o Scienze delle Merendine, per il popolo letterato di Palazzo Nuovo, 250 striminziti posti a fronte di un numero di iscritti al test da moltiplicarsi almeno per dieci.

Il resto è storia, perlomeno qui negli annali di casa: Cami sa che quelli di SciDeCom sono stati per me tra gli anni più interessanti, gagliardi e – diciamolo pure – festaioli di sempre.

Tra le file di poltrone di chinz dei cinema torinesi che erano spesso riconvertiti ad aule temporanee giacché la facoltà non disponeva neanche di locali dedicati a suffficienza, a luci basse ho assistito alle dissertazioni più illuminanti di sempre e scoperto materie che sino a quel momento avevo accarezzato solo nei sogni (Sociologia! semiotica! linguistica! linguaggio radiotelevisivo!).

Ma soprattutto, ho stretto alcune delle amicizie più speciali di sempre (Mari, se mi leggi…riconosciti pure) ed imparato a canalizzare la mia propensione alla, em, socialità, a scopi non solo ludici ma anche lavorativi.

Mi spiego: come chi mi conosce ben sa, per qualche motivo a me ignoto ma che credo e spero si colleghi ad una naturale propensione al sorriso e al vedere il mitico bicchiere non mezzo pieno, ma del tutto pieno (da una parte liquido, da una parte aria: ve l’ho detto, no, che mi piaceva la chimica?), sin dall’infanzia mi sono ritrovata nella condizione di agire più spesso di quanto non immaginassi da sorta di calamita sociale gigante, capace di attrarre a sé persone di ogni foggia e genere.

La selezione naturale ha voluto poi che chi mi restasse accanto nel tempo, in campo sentimentale e amicale, fosse, per l’appunto, selezionato, ma la propensione a stringere amicizia non è mai scemata. Anzi.

Forte di cinque anni di studio matto e disperatiss…em, no, non proprio: diciamo di studio diligente e approfondimenti in campo comunicativo mirati, sfoggiando parlantina sciolta e una buona dose di faccia tosta, sono scivolata da un’esperienza lavorativa all’altra senza soluzione di continuità. Ma soprattutto, ho sempre cambiato per cimentarmi in ciò che più scoprivo, strada facendo, di amare, assecondando la mia anima, em, social: dall’ufficio stampa al recruiter, dall’insegnante per adulti alla coordinatrice expat.

E proprio in quest’ultimo ruolo e nel contesto di uno studio dal respiro internazionale ho trovato la mia dimensione, e tessuto una nuova rete di relazioni che contribuisce almeno al 50% alla mia soddisfazione lavorativa complessiva. Che, come avrete intuito, è tanta. Amo il mio lavoro, ma perchè il mio lavoro si può riassumere nel comunicare. Facendolo in maniera professionale, in ottica client-oriented ovvero mettendo in contatto colleghi, clienti, committenti, provider di servizi terzi. Italiani, inglesi, malesi, australiani… Comunico, al telefono, via email e su Teams per il cento per cento del mio tempo lavorativo. E non mi stanco mai!

E comunico, benché in forma leggermente diversa (e inframezzata da molti più drink) anche nel restante tempo, continuando a coltivare le mie amicizie, supportando chi magari attraversa mari più tempestosi, creando contatti tra i miei contatti: last but not least, onore e gloria alla chat de “Le panchinare” messa su alla chetichella in vista di un indimenticabile weekend langarolo tutto al femminile. Quando io conoscevo tutte, ma non tutte si conoscevano tra loro. Risultato: un legame che moltiplica legami, come un punto catenella virtualmente infinito per il più sodddisfacente dei crochet. Ma nei lustri ho formato anche coppie, ed è nato persino qualche lattante, col mio zampino.

Mentre scrivo (ore 23:30 di giovedì sera, quando farei meglio a pensare alle valigie ma tant’è) pregusto per esempio le prossime vacanze toscane, in una spiaggia che ha ormai assunto i tratti di una community, per cui in queste settimane è tutto uno scoppiettare di messaggistica tra amici conosciuti proprio nel corso delle estati e che non vedo l’ora di riabbracciare…e Camilla idem come me.

Perché anche un apparente non-talento come quello dell’essere semplicemente aperti alla vita e pronti ad accogliere il nuovo e il diverso – è stata un po’ la sintesi e la conclusione della mia supercazzola di cui sopra alla povera minore, che alla fine manifestava segni evidenti di stordimento cerebro-acustico – può trasformarsi in un talento prezioso.

Basta lavorarci un po’ su.

Perchè non è banale né aver voglia di condividere esperienze e neppure nutrire fiducia nel genere umano, men che meno di questi tempi. Perciò, quando la piccola mi racconta di come ha messo pace tra due amichette litigiose o ha consolato una compagna in difficoltà, o ancora, ha intenzionalmente evitato di riportare un pettegolezzo o una cattiveria gratuita, sta di fatto affinando un talento.

Che non sarà da Tokyo 2020, ma ai miei occhi è assolutamente degno di un bronzo – ma facciamo anche argento – e che potrà, chissà, portarla lontana. Abbraccio dopo abbraccio, maglia dopo maglia.

Questo piccolo grande errore

Il post di oggi, nonché probabile post del mese vista la mia (inesistente) assiduità su questi lidi mi frullava in mente da un po’.

Poi però, vuoi perché il lavoro in piena tax season mi assorbe con la protervia con cui il mocio risucchia il risciacquo del parquet, vuoi per i dodici (D O D I C I) colloqui docenti di fine anno (chi in video, chi in presenza; chi in pausa pranzo, chi in orario caffé prima dell’inizio delle lezioni, ché qui non ci facciamo mancare nulla. Che soddisfazioni, però!) ho lasciato arenare l’idea tra le sinapsi sempre più provate. Alle volte, restitendomi l’eco del nulla cosmico.

Poi capita che una sera a cena l’amica E. mi chieda se conosca Tizio, cugino di Caio, genitore montano di un’amica della figliolanza. Le spiego che sì, conosco o meglio conoscevo bene soprattutto Caio perché ex fidanzato della sorella di un ex (vi siete persi? perfetto, meno dettagli riconducibili a fatti & persone potenzialmente querelanti dissemino, meglio è) e a riprova della passata frequentazione sfodero FacciaDiLibro e il primo piano all-in su Caio.

E prima ancora di osservare che Caio non è invecchiato per nulla, ma no, neanche un filo di grigio fumo di Londra tra i riccioli chiari, ma neanche noi in effetti lo siamo, ci difendiamo alla gran… l’occhio cade su un suo post di qualche tempo addietro, in cui Caio immortala e tagga il mio ex con fulva progenie al seguito.

Sbadàm! Mentre amica E. commenta che “Oh, bel tipo!” il mio cuore ha un sussulto, ma proprio uno scossone tipo montagne russe all’imbocco dell’anello capovolto: e no, non è un rigurgito di ammmòre….è un rigurgito e basta!

Mi fa effetto rivedere colui che nei miei sogni di ventottenne (parliamo di ere glaciali fa, esatto) sarebbe diventato il padre dei miei figli, il grigliatore della domenica & l’autista unico di una station-wagon, mi fa strano vederlo padre di un figlio (altrui), mi dà fastidio soprattutto ricordare che è da tanto, troppo tempo che voglio metter nero su bianco queste due considerazioni ad muzzum a mo’ di incoraggiamento solidale per tutti coloro i/le quali stanno soffrendo per ammòre.

POI PASSA. Credetemi: anche se vi sembra impossibile, anche se in questo momento il vostro cuore sanguina come un arrosticino abruzzese infilzato dopo scarsa cottura…il dolore passa. Ci vorrà un po’, e nel mentre con ogni probabilità pescherete nel fondo degli abissi della disistima, magari riducendovi ad appostamenti notturni degni del peggior investigatore di noir francese; parlerete di lei/di lui sino all’annientamento acustico dei vostri interlocutori, direte magari no alla pasta e ai tiramisù, o magari direte di sì a troppa pasta e a troppi tiramisù, ma….passerà. E la vita vi mostrerà che la contabilità dell’ammòre non chiude sempre in passivo. Anzi!

Come lo so? Mettetevi comodi e lasciate che ve lo racconti.

  1. L’inizio, Woman in love (Barbra Streisand)

Quanti Grandi Amori si contano nella vita di un essere umano? Ho amiche capaci di elencarne un almanacco modello Frate Indovino e altre che categoriche : zero, non ce n’è covidd...em, non esiste l’ammòre!

Ecco, nella mia personalissima esperienza, al netto di tutte le storielle diciamo sotto i mesi, io oscillo tra il due e il tre.

Sul numero uno vacillo perché fu il vero, primo ammòre e solo in quanto tale occupa un posto speciale nella mia memoria a lungo termine – ed io nella sua: decenni dopo, un matrimonio fallito alle spalle (non con me, eh), il numero Uno si ripresentò alla mia porta per mostrami la mano sinistra priva di fede. Non so quale fosse esattamente l’intento, ma in compenso ricordo bene il responso: “L’articolo non mi interessa, grazie!“, modello auf wiedersehen, venditore Folletto senza appuntamento! Il terzo, toccando ferro, è l’attuale e spero imperituro marito in carica, nonché compagno di vita, speranze e cialtronerie varie da ormai sedic’anni. Quindi un numero Tre in cronologia ma un numero Uno da tutti i punti di vista – non da ultimo, la stoicità con cui regge i miei continui scioperi dei fornelli & piadina days.

Resta insomma da fare i conti con il numero Due, che per comodità chiameremo il kebabbaro, in virtù della professionale, inflessibile mano con cui fece, ai tempi, straccetti di carne fumé del mio cuore insanguinato.

Il kebabbaro, di diec’anni più grande di me, bazzicava nella mia stessa compagnia astigiana quando contavo venticinque primavere, un armadio di top e minigonne di dubbio gusto ma soprattutto una capacità di reggere l’alcool degna di studio monografico. Erano i primi anni 2000, e se eravamo sopravvissuti al Millenium Bug, potevamo forse vacillare al terzo bicchiere di Keglevich alla fragola ingollato sulle note degli Alcazar..?!

Ma insomma succede che una sera, fuori dal locale in cui si arenavano i due terzi delle nostre serate, il kebabbaro ed io iniziamo a parlare. Non ci eravamo mai scambiati più di un saluto ed invece quella sera, vuoi perché il cielo di dicembre era una lastra perfetta di blu puntinato da una miriade di stelle, vuoi perché al terzo o quarto shottino il freddo s’era tramutato in una specie di abbraccio caldo e liquido che agevola la prossimità mentale e fisica, chiacchieriamo per un bel po’. E prima di salutarci, ci scambiamo gli indirizzi e-mail.

Come novelli Tom Hanks e Meg Ryan (C’è posta per te era uscito nel 1998, ndr), a neanche venti km di distanza diamo vita da una corrispondenza più offline che online, corrispondenza che quasi subito si trasforma in un invito ad uscire. L’invito in un bacio, il bacio in un qualcosa che inizialmente fatico molto a chiamare storia o, giammai!, relazione: il più coinvolto è decisamente lui, che peraltro ha appena lasciato la sua fidanzata antecedente e ne soffre per procura (lo so, lo so: quanti campanelli d’allarme ignorati, me tapina). Il distacco iniziale è tale per cui quel Capodanno non rinuncio, anzi mi godo dall’inizio alla fine, il viaggio già in agenda a Vienna con l’amica di sempre M., ospiti di uno svalvolato viennesse con una pericolosa propensione alla zuppa di cipolla, che ci propina a parnzo, a cena e in occasione di uno dei Capodanni più surreali, divertenti e indimenticabili di sempre. Un giorno magari (nel 2030) gli dedicherò un post.

Purtroppo, come spesso accade sulla bilancia dell’ammòre, non passa molto che l’equilibrio tra i due piatti si inverta: di ritorno da Vienna, rincitrullita da un paio di dichiarazioni ad effetto, dai primi pucciosissimi regali di Natale, dalle telefonate quotidiane con cui kebabman si sincera che io sia arrivata sana e salva sul posto di lavoro (all’epoca ero stagista nelle Risorse Umane di una multinazionale a 80km da casa ma soprattutto ubicata nelle lande della nebbia), nell’arco di un paio di settimane da scettica e tiepida mi ritrovo totalmente rincretinita e cotta a puntino.

Il mio cuore batte a ritmo di rave party ogni volta che il suo numero retroillumina il display dello Startak Motorola; se non lo vedo per più di due giorni inizio a palesare segni incontrovertibili di crisi d’astinenza; tutto ruota intorno a lui, al sentire lui, al vedere lui, è una vita kebabbaro-centrica che tanto mi ha ricordato quell’amore tossico di cui Arisa ha cantato quest’anno a Sanremo, o di cui la Lucarelli ha così ben raccontato in un podcast a puntate in cui paragona certi tipi di amori sghembi ad una tossicodipendenza.

2. Il proseguo, Rollercoaster (Emis Killa)

Perché il punto proprio questo. Non c’è nulla di male (anzi: è meraviglia allo stato puro) nell’essere totalmente presi di una persona…quando si è corrisposti. Le crepe s’insinuano quando appare evidente che la storia non è più bilanciata, che una delle due parti è diventata succube o quantomeno a rimorchio dell’altra.

E il kebabbaro, dopo aver scardinato ogni mia remora ed incertezza, regalato emozioni che non credevo appartenessero a questo mondo, conquistata come Cristoforo Colombo conquistò l’America….come una nutrita fetta di Maschi Alfa, semplicemente, iniziò ad avercene abbastanza.

A distanza di anni (ma parecchi, anni) ammetto che la bionda con le gote arrossate che ti rimira con lo sguardo appannato di un cocker spaniel al momento delle crocchette qualunque cosa tu favelli, fossero anche le previsioni meteo per il weekend, non ha tutto ‘sto gran fascino; come non ne ha la ragazzina che noleggia una videocassetta una volta a settimana per trascorrere la serata insieme, ma nella serata che decidi tu e quando vuoi tu. Che non fiata quando una domenica, dopo una grigliata sgangheratissima, vede planarsi una ciabatta sullo zigomo destro, ciabatta lanciata per dispetto e senza motivo alcuno, e non dice beh. Perché chi l’ha lanciata è una sua amica, amica di lui, dico, e nella sua corteccia prefronatale, quella preposta al ragionamento e al giudizio, la ragazzina sente di dover già solo esser grata di prender parte a quel barbecue in quella domenica – perchè quelli sono i suoi amici, ma WOW! E lei è stata ammessa nella loro cerchia divina! AriWOW! Perciò pazienza se sono sono hippie cinquantenni con cui si fatica a parlare d’altro che non siano Simon&Garfunkel, pazienza se di fronte a loro il kebabbaro fa fatica a prenderle la mano! Ma mettiamo su un 45′ e facciamoci un altro Brachetto, no?!

E ancora, che appeal avrà mai la tua fidanzata se si sforza di non far caso alla brunetta tutte curve che, ad una festa all’aperto, ammiccante gli allunga un bigliettino, che lui sornione s’infila in tasca. (“Amore, cos’era?” “Mmmm…niente”. “Ah, ottimooo!”). Che piange in silenzio modello Evita Péron quando un’altra volta, al rientro da una gita in moto, scoppia una discussione ed allora il kebabbaro la molla lì, in mezzo alla piazza del (suo) paese, a 20km di casa, rigagnoli sul volto e casco Nolan con orecchie da orsetto appiccicate con le ventose in mano.

Per più di due anni, la mia impressione è stata quella di vivere sulle montagne russe. Bastava un nulla per toccare il cielo con la punta del naso, bastava un nulla per sfiorare terra e irrazionalmente temere di schiantarti. Il problema è che con certe relazioni tossiche finisci per schiantarti davvero: io per esempio ho davvero preso un muretto di cinta dopo un appostamento notturno sotto casa su…em, vabbeh!

Ma insomma, e scherzi a parte. Ci sono storie che fanno bene, e storie che fano male. E quando una storia diventa così dispari non può che far male, anzi malissimo.

3, La fine, Wake me up when September ends (Greenday)

Più che “Svegliami quando finisce settembre”, io quell’anno sognavo: “Svegliami quando finisce questro stramaledetto agosto!”. Il mese del mio compleanno, dell’anguriata di ferragosto, dei tramonti di luce ambrata sul mare e dei falò al chiaro di luna: il mio mese preferito in assoluto si era trasformato nel peggiore dei miei incubi, chiaro presagio di una fine ormai vicina.

Quell’estate, infatti, in una lectio magistralis di zerbinismo, quando dopo due anni la storia imbarcava più acqua del Titanic sottocoperta, pensai bene di tentare il tutto per tutto e di prenotare una vacanza insieme. L’ultima, vacanza insieme…ca va sans dire.

La meta (ma che ve lo dico a fare?) per la verità la scelse lui. Se io sognavo sabbia color borotalco ed acque turchesi al profumo di frangipane, il kebabbaro giustamente scelze Lanzarote: 250 km di coste asprissime a bordare paesaggi lunari spazzati da venti implacabili tra le gole riarse, spiagge laviche (e quindi di sabbia nera, un tocco di classe sulle chiappe pallide) incuneate tra la roccia, stradine ritorte tra vitigni collinosi e silenziosi paesini di pescatori.

Col senno di poi, Lanzarate è probabilmente anche molto affascinanate e carica di un’energia tutta sua, primordiale e selvaggia. Purtroppo io dell’isola ricordo solo il clima di spleen che aleggiava sulle nostre colazioni in albergo a Puerto del Carmen (un ecomostro di rara bruttezza, peralto), l’umore immancabilmente cupo (intonato al paesaggio, pensavo allora) del kebabbaro, il fatto che pur di non far conversazione con me, si fosse tuffato nella lettura di tutti i libri che avevo stipato nel trolley. Uno, il delizioso “Me parlare bello un giorno” di Sedaris, vorrei solo dirvi che mi chiese di poterlo avere in prestito per finirlo dopo esserci lasciati…ma sorvoliamo! E ancora, come dimenticare una desolata cena di compleanno in una marisquerie in un paesino di pescatori lungo Costa Teguise, un vistoso orologio dal cinturino rosso estratto con trepidazione al momento del dolce dalla scatolina che io credevo contenesse altro (AHAHHAHA).

Camerero, una otra ronda de sambuca, por favor!

E adesso arriviamo al gran finale. Rientriamo da Lanzarote e a beneficio del kebabbabro faccio sviluppare tutte le foto vacanziere (ah, i mitici rullini Kodak) che ad imperitura memoria spiaccico su due album identici con tanto di didascalie e ghirigori. Il kebabbabro ringrazia e sparisce. Si smaterializza. Evapora, tale e quali ai fumi del vulcano Timanfaya.

In quei giorni di silenzio implacabile, io vivo accartocciata in pigiama tra letto e divano. Nel mentre ho cambiato lavoro e per fortuna la nuova sede dista pochi minuti da casa: per fortuna, sì, perchè per tutto il tragitto lavoro-casa e ritorno, i miei occhi sono un fiume in piena di lacrime e singulti e la mia guida sulla Peugeot 206 è un susseguirsi ansimante di sussulti, sbalzi e rantolii. Un po’ miei, un po’ del motore.

La ciliegina sulla torta, però, è chi lascia chi, quantomeno sulla carta: avete puntato milioni di Bitcoin su un finale che pare scontato…? Maaaale! Perché dopo settimane di telefonate agonizzanti e mezze confessioni estorte con i mezzi più lacrimevoli (tra cui una magistrale: “Non sei tu, sono IO. Se sto senza vederti uno, due, tre, cinque giorni non mi manchi. MAGARI al sesto giorno però sì…” (e che è, il lotto sulla ruota di Asti?) sono io a scendere dal suo pickup ove un tempo sognavo di affastellare cani, bambini e mobilia Ikea e sbattendo la portiera, una sera di fine estate, mettere la parola fine a ‘sta storia d’am tortura cinese.

Come anche i muri delle vostre cucine avranno capito, tuttavia, la vera lasciata ero io.

L’ennesima incobenza, quella più greve, quella del lasciarsi, era ricaduta su di me. Che mi ritrovai così, quella sera di settembre 2004, a risalire in casa e versare tutte le mie lacrime sul pullover del mio povero, incolpevole padre. L’immagine di me abbarbicata a mio papà sul divano, volto paonazzo e singhiozzi sincopati, mentre lui mi accarezza i capelli e in piemontese prova a sdrammatizzare: “N’autra vira andrà mej…“, la prossima volta andrà meglio è un’immagine che porto stampigliata sul cuore da ormai quasi vent’anni. E che decisamente ha preso il posto di tutte le cicatrici collocate nei pressi.

Il punto è che soffrire dopo un post operatorio, soffrire per un male (curabile, ecco) è un conto, ma soffrire per ammòre è qualcosa di lancinante per cui non esistono antidolorifici che tengano.

Per sei mesi ho pensato che quelli del RIS mi avrebbero ritrovata tra gli incarti dei kinder. Per sei mesi ho parlato di lui e con lui (la notte, in sogno) financo con il parcheggiatore del Dì per Dì e con le divinità indiane. Incapace di concentarrmi sul lavoro, incapace di svicolare dall’unico pensiero monotematico (mi ha lasciata! mi ha lasciata!) la sensazione era quella di essere un ingranaggio rotto, con arti d’argilla e un cuore infilzato a mo’ di spiedino. Di kebab, per ovvie ragioni.

Eppure. Eppure ne sono uscita. Eppure sono tornata dapprima ad accennare sorrisi e poi a ridere a tutto tondo. A credere di nuovo nell’Amore, e a trovarlo, dodici mesi dopo, in un volto luminoso ed una gestualità avvolgente. La mia terapia sono stati gli amici, i dolcissimi amici di allora, che la vita ha un po’ allontanato ma il ricordo no, e che ai tempi hanno saputo tessere attorno a me una sorta di rete di salvataggio fatta di affetto, presenza e coinvolgimento, tipo tendone elastico di quelli che stendono i pompieri sotto i palazzi in fiamme, e che io usai per cadere, riposare e infine trovare lo slancio per ripartire ancora. Diciamo anche che la vacanza friends only ad Ibiza l’estate dopo aiutò parecchio, ndr. 🙂

Ma insomma.

Per gli indomiti che son giunti sino a qui, il mio messaggio è: gagliardi! Ci vuole coraggio, a sorbirsi tutto ‘sto papiro di Amunnakht! Ma anche…e soprattutto: l’amore sa essere un intrigo di curve a gomito, ma anche una distesa lussereggiante di bellezza e speranza.

Mai, mai smettere di crederci, anche dopo aver sofferto come cani sulla piazzola di sosta: arriverà un’altra famiglia e un altro giardino, e sarà più bello di prima.

E’ il mio augurio per tutti voi, ma per un paio di voi in particolare ancor di più.

Come direbbe il sommo poeta (mio padre, ovvio): Ai suma capì😉