Frattaglie di febbraio

La storia contamporanea racconta di un inedito Gustavo V di Svezia che nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, raccoglie le idee sul da farsi e stempera la tensione dedicandosi al ricamo. Se punto erba, catenella o margherita non è dato sapere, ma io che ormai ritrovo uno scampolo di calma interiore solo più a ritmo di quadri al punto croce sfornati, intelaiati e regalati in tempi da primatista olimpico, allineando migliaia di croci ogni sera, trovo questo precedente illustre quantomeno confortante.

La verità, io credo, è che in un orizzonte sempre più virtuale da un lato e povero di occasioni sociali dall’altro (vedi alla voce: pandemia) il lavoro manuale regala un duplice beneficio. Non servono manuali di psicologia per ricordarci che la ripetizione dei gesti, la ritualità, la routine in generale, insomma, allenano la pazienza e infondono sicurezza; l’altro plus è invece insito nel risultato della nostra creatività, che alla fine è lì, tangibile e visibile sotto i nostri occhi, quasi a ricordarci che Ehi! Ma allora siamo vivi, consistenti, operativi anche noi! Perché quanto appagante è rimirare un manufatto interamente realizzato a mano, anche con tutto il suo corredo di imperfezioni e crepe varie, ma pur sempre realizzato da noi, con le nostre operosi falangi? Non per nulla, in tempi pandemici, la riscoperta degli hobby e del fai-da-te hanno agevolato un’impennata nelle vendite del più svariato tipo di attrezzature, dai tappetini per lo yoga agli stampi per i plumcake, come la mia merciaia di fiducia (arrivata a spacciarmi fili DMC sottobanco nel buio della sera sporgendoli oltre il finestrino dell’auto durante il lockdown semi totale, cosa per cui non la ringrazierò mai abbastanza – io, i miei occhi non so) conferma soddisfatta.

Ma insomma: tutta questa sbrodolota socio-tecno-personal-bricolagistica per dire che sì, a febbraio ho sostanzialmente continuato a ricamare come un’invasata. Dovevo finire in tempo per il solito corniciaio – che da vent’anni “non ho il POS, ma lo metterò, ancora un paio di settimane…” perché addì 24 febbraio e poi 2 marzo avrebbero festeggiato il compleanno le due care amiche che vedete ritratte in foto accanto ai loro presenti crocettati. Eh? Come dite? Chissenefrega dei quadri, che carine le mie amiche? Che vi devo dire, non posso che darvi ragione!

Sempre a febbraio ho continuato a lavorare suppergiù con gli stessi ritmi del ricamo, ovvero come uno sherpa sotto anfetamine; ma sul finire del mese il meteo ha ben pensato di regalare ai torinesi qualche assaggio anticipato di primavera, per la gioia di chi come me era (ed è) trincerato in smart ma ha così potuto trascorrere un paio d’ore al portatile in terrazza. Per addolcire ulteriormente la pillola, santo Amazon mi ha portato in dono un’agenda che sembra pensata apposta per me, che di lavoro faccio la Client Coordinator. La vedete anch’essa in foto. e no, non vi sto ad ammorbare sul cos’è e cosa non è questo mio lavoro, ché tanto manco a casa nessuno l’ha ancora ben capito. In fondo, sono nuova del mestiere solo dal 2006!

L’altro beneficio della parentesi primaverile – cui, manco a dirlo, è puntualmente seguito un ritorno a temperature degne de La Marcia dei Pinguini che ci ha fatto riscoprire parka, brividini ed arti color melanzana – è che ho potuto per la prima volta estrarre dalla naftalina il mio adorato cappotto-confettoso, un regalo a tinte…pastello dell’augusta genitrice che risale a tredici mesi fa. E che, per cause facilmente immaginabili, l’anno scorso non ha mai, mai visto la luce. E qui mi piacerebbe aggiungere: solo quella al neon della cabina armadio. Ma la cabina armadio, indovinate un po’…? non ce l’ho.

Sul fronte letture, febbraio è stato generoso. Forte delle scelte ponderate e intelligenti che da sempre mi contraddistinguono (“Che bella cover! Lo prendo!”) ho inspiegabilmente inanellato una serie di scelte felici una dopo l’altra, ivi compreso un rosa che pur non essendo il mio genere, mi ha piacevolmente sorpresa. Il vero colpo al cuore – ma è più appropriato dire: allo stomaco – me l’ha però assestato La città dei vivi, il docu-romanzo-reportage-studio che Nicola Lagioia ha dedicato al brutale omicidio Varani. Sì se siete stomaci forti, ma sì anche se non lo siete, perché certe cose secondo me è sempre bene saperle. Io l’ho recensito qui: https://www.goodreads.com/review/show/3833484537?book_show_action=false&from_review_page=1

Ma insomma è passato un anno esatto da quando tutto è iniziato. Tanto che non c’è neanche più bisogno di specificare che cosa, sia iniziato: stiamo ormai cavalcando, e purtroppo anche e ancora molto soccombendo, alla terza ondata pandemica. Roba che se un anno fa ci avessero preannunciato: “Sapete cosa? tra dodici mesi, saremo ancora messi così!” avremmo pensato ad una battuta infelice. E invece. A casa, a ricordarci la triste ricorrenza, c’è pure il compleanno del maritt’, che cade in un beffardo 29 febbraio. L’anno scorso, anno bisesto (…anno funesto, appunto), a metà febbraio ci preparavamo a festeggiare con tutti i crismi visto che una volta ogni quattro anni ci sta, in montagna, in un locale caruccio, in baldanzosa compagnia….salvo poi cancellare tutto in fretta e furia sulla scia delle inquietanti immagini della città fantasma di Codogno e delle prime avvisaglie di ordinanze regionali anche in Piemonte. Quest’anno il 29 febbraio manco c’è stato ma, per quel che mi riguarda, stappare una bottiglia e azzannare una fetta di torta a casa di Sara e Luca, genitori della migliore amica di Cami nonché amici carissimi, mi è già sembrata una benedizione.

E insomma in qualche modo siamo arrivati alla fine – del mese e di questo mio flusso di coscienza arraffazzonato che non ho manco voglia di rileggere. Confido nel correttore automatico, confido nella vostra indulgenza. E se poi voleste farmi proprio felice, raccontatemi nei commenti quanlche vostro accadimento recente degno di nota. Ricordando che vale un po’ la qualunque, anche l’aver riparato una mensola claudicante con il flessibile o l’aver intagliato col temperamatite il vassoio da portata.

Scorie di gennaio. But the best has yet to come: e speriamo!

Cari naviganti, come state, anzi come sto? per alludere alla sottiliiissima vena di presenzialismo di colui che pensò bene di far franare il governo in questo momento storico tutto frizzi & lazz…ah, no.

Ma d’altronde, come argomentavo su IG l’altro giorno, a quali buone novelle fa presagire un anno che si apre con un cosplay di Jamiroquai che bardato di copricapo orecchiuto capeggia l’assalto a Capitol Hill al grido di: è qui la festaaa?! Non so voi, ma io il povero Biden non l’invidio manco un po’.

Digressioni politiche a parte, ché qui il livello è e vuole essere Trono Over & dintorni, ché la vita è già sufficientemente pesante senza i governanti nostrani che s’accapigliano nei talk show delle 21, io vi chiedo perdono in anticipo: quello che segue è una sorta di flusso di coscienza di zeniane memorie, zero filtri e molto, ma MOLTO scaz*o. Perchè se anche i ricchi piangono, figuriamoci i tapini derelitti tutto pc e tavolo della cucina dal lontano marzo 2020.

  1. Dopo quasi undici eterni mesi di smart-working, sono ufficialmente PIENA. So che non è una novità e che mi ripeto a mo’ di disco rotto, ma nulla come un giorno in ufficio due settimane fa mi ha restituito una parvenza di vita sociale – e di abbigliamento degno di tale nome. Commozione pura poi al momento della pausa pranzo in the city – allora eravamo gialli – con zero pasti altrui a cui pensare bensì sosta comfort (food) da Starbucks e incursione tattica da Oysho – perché al tavolo della cucina è pur sempre con felpe e leggings, che ci si veste. Resto insomma dell’avviso che lo smart, per chi come me fa un lavoro che vi si presta al 100% e per di più viaggia, è una manna divina, ma come tutto va dosato. Ho amici cui è stato proposto già a settembre un upgrade contrattuale che prevede tipo l’85% di smart e il 15% in presenza e che dopo aver firmato entusiasti, ora si mangiano le mani se solo le stesse non fossero già impegnate a firmare verifiche di scienze e correggere temi sulla comunicazione non ostile. Mentre si lavora, e prima, e dopo, e durante, ca va sans dire.
  2. Ma a proposito di scuola/minore: baldanzosa dopo i colloqui di primo quadrimestre, ho ricambiato il favore e guadagnato qualche punto di rating materno aiutando Camillozza con un (bellissimo) progetto di italiano: lo vedete in foto, raccontare un libro letto in immagini ed oggetti. Et voilà la scatola decoupage de “L’ultimo elfo”, contenente fiori in tessuto, draghi plasticosi, pini silvestri e tutto ciò che l’emporio cinese del PAM aveva da offrire di vagamente attinente alla storia. Storia che mi son sciroppata anche io, eccerto, che sto al fantasy suppergiù come Trump sta alla moderazione e al politically correct. ‘Na faticaccia, insomma.
  3. L’amicizia, questa chimera! E lo spirito della crocerossima, questa condanna! In queste ultime settimane ho avuto modo di riflettere parecchio, e di condividere a voce con un paio di amiche – amiche vere – la mia profonda costernazione al cospetto di atteggiamenti di quelli che reputo amici, o comunque affetti solidi che davvero nulla ma nulla di amicale contengono. Infinite richieste di favori goffamente dissimulate, zero considerazione o riconoscimento per il tuo tempo, il concetto della reciprocità semplicemente sconosciuto, ma sconosciuta anche, alle volte l’ABC della basica, comune educazione. Partiamo dalla premessa che, forte di una palestra familiare non cattolica ma oserei dire calvinista (!), io, piuttosto che chiedere un favore, perdo il sonno (e il senno) alla ricerca di una soluzione che mi consenta di “non disturbare nessuno“: esagerata, certo, ma di conseguenza anche stanca di elargir favori su favori che richiedono dispendio di tempo e di energie (due risorse che al momento peraltro scarseggiano quanto e più della mia voglia di preparar la cena stasera). Sono stanca di questuanti invadenti così come di fantasmi, persone per cui tu avresti dato un braccio e che da un giorno all’altro, pof! evaporano. E sì, se lo sto scrivendo è perchè la cosa non mi lascia indifferente. A., mi manchi, ‘azz! E fa male, ma fa più male arrovellarsi e interrogarsi senza contradditorio su colpe e omissioni che in tutta onestà non crediamo di avere. E allora basta, m’arrendo. Chi troppo, chi niente. NO MARIA IO ESCO. Ecco: Tina Cipollari mood ON, sempre!
  4. Cosa si meritano invece gli amici degni di questo nome? Ma variopinti, fittissimi, estrosi quadretti al punto croce sulla scorta dei modelli di Lindner’s Kreuzstiche, ufficialmente il mio nuovo feticcio made in Germany per schemi e modelli davvero ma davvero originali. Ne ho uno pronto in tema drink dal corniciaio e uno ongoing in tema panificazione sulla solita penisola del divano per altrettante amiche che spero di far sorridere almeno un po’ ai rispettivi compleanni. Li vedrete a tempo debito sennò rischio di spoilerare la sorpresa. In realtà, nessuna mi legge, orache ci penso 😀
  5. Mio suocero sognava di metter nero su bianco la storia della sua infanzia et voilà un libercolo con tanto di immagini che profuma di Sicilia e di neoralismo alla cacciatora. Anche qui, investito un sacco di tempo e dato fondo a tutto il mio estro creativo, alacremente stimolato ingollando cannoli ricotta e cioccolato innaffiati da Zibibb…ah no. Stimolato sottraendo ore ed ore ed ore ed ore etc. a tante altre cose che magari lì per lì avrei preferito fare, e qui vedi punto 3, perché va bene tutto, lo fai per far felice persone a te care, solo alla fine alle volte ti aspetteresti un finale diverso.

E con questo, anche gennaio è andato, sgocciolato via nella consueta catatonia frammista a superlavoro e NIENT’ALTRO che caratterizza questi undici mesi pandemici & patemici. Ma vi avevo avvisati, no, che sono stanca e insofferente, e che quindi davvero questo* è il meno peggio che potessi registrare in agenda…?

*no, beh, in effetti a gennaio ho anche cambiato la macchina e sognato sulla scia di un paio di letture bellissime. Ma solo perché a) l’auto precedente (Puffetta, Micra color topo del 2003 pluriaccidentata e caratterizzata dall’impossibilità di debellare la condensa dai vetri nelle affilate mattine d’inverno) ha minacciato di andare dallo sfasciacarrozze da sola e b) perché dopo “L’ultimo elfo” anche il bugiardino dello Spasmomed Somatic sembra ritmato e avvicente.

2020 wrap up, ovvero sintesi semiseria di un anno vissuto…divAnamente.

Ricordate l’arazzo/quadretto natalizio da regalare agli amici di cui vi ho accennato, e che ha allietato l’ultimo spicchio d’autunno pericolosamente vissuto sul, em, divano…? Ebbene, con manifesto stupore e indicibile sollievo non solo sono riuscita a terminarlo nell’ultima mattina (ancora) utile al corniciaio di fiducia per intelaiarlo e munirlo di cornice rosso-Natale, ma l’ho terminato esattamente nell’ultimo quarto d’ora prima che il laboratorio cornici chiudesse. L’Usai Bolt del diritto & rovescio, insomma.

Tra il sollievo dei miei due coinquilini, che come ho raccontato su IG sono stati redarguiti per un mese con la grazia di un don Vito Corleone con coliche renali in atto se solo osavano occupare l’angolo-penisola del peraltro unico divano di casa temporaneamente riconvertito ad angolo del ricamo, il quadretto è dunque volato in quel di Torino centro, ove ha trovato casa nel negozio degli amici, che pare abbiano apprezzato.

In tutto questo, io ancora non mi capacito che quest’anno di mer, em, così nefasto, sia finalmente giunto al termine, e per di più con le prime, centellinate dosi di vaccino Pfizer a coprire parte dello strameritevole personale sanitario dello stivale.

Se mi guardo indietro, e se cerco di farlo abbandonando l’allure mesta da Evita Peron al patibolo (espressione in cui eccelle la minore quando si tratta di metter mano ai compiti delle vacanze, roba che Actor’s Studio scansate proprio), non posso però oggettivamente affermare che proprio tutto sia stato da buttare.

Nessuno dei miei famigliari, innanzitutto, si è ammalato. Nessun amico lo ha fatto in modo così grave da lasciarci le penne o uscirne con strascichi cronicizzati di varie ed eventuali. Le rinunce e le restrizioni ci hanno provato, indubbiamente, ma ci hanno anche allenato ad accumular sporte cementifere di pazienza in quantità che non sospettavamo di avere.

Lo smart working è stato ed è tuttora pesante solo perché in questa casa/famiglia/paese/continente (!) si sconta ancora l’eredità retrograda di un modello famigliare arcaico, in cui troppo spesso il carico di lavoro domestico ricade in percentuali sbilanciate assai sulle spalle di noi povere donne; ma sotto tutti gli altri punti di vista è stata una manna divina, una benedizione insperata, un regalo celeste che non solo ha contribuito ad aumentare la produttività della forza lavoro (statistiche alla mano, è andata proprio così) ma nel caso di specie mi ha permesso di trascorrere tanto tempo come mai prima con la minore di cui sopra. Che, in questi mesi crepitanti di angoscia e tensione, ha avuto (ha) quantomeno la sua mamma vicino, ad asciugar lacrime, schierare carri armati su tabelloni verdi e strappar sorrisi.

Con conclamata e vicendevole sorpresa, maritt’ed io non ci siamo né ammazzati né azzuffati, eccezion fatta per alcuni, em, animati diverbi da stress infra-traumatico a marzo e dintorni. E ancora, quando la pandemia ci ha rinchiusi tutti a casa alle porte della primavera, il maledetto virus ci ha costretto a reinventarci sotto infiniti punti di vista, primo fra tutti nel farci creativi ed ingegnarci a trovare il modo di stare vicini…senza stare vicini.

Non solo. Secondo la Reading Challenge di Goodreads, quest’anno ho affondato il naso nei libri come se non ci fosse un domani – pronostico che peraltro, in determinati scorci d’anno, è parso quasi vero, ohibò: ho letto ben 56 libri anziché i 50 che mi ero riproposta. E li ho recensiti tutti, ma proprio tutti, su Goodreads, e senza limitarmi al solo carnet di stellette: complice una certa insofferenza da lockdown, direi che un terzo abbondante l’ho proprio fatto a pezzi.

E per cotanta grazia lettoria ringrazio (si fa per dire) la mia BBF Insonnia che da marzo 2020 s’accompagna a questa comune inquietudine claustrale, che in qualche modo ho tentato di riconvertire in qualcosa di non totalmente inutile, lacrimevole e penoso.

A conti fatti, però, mica lo so, se ci sono riuscita. In un anno segnato da tanti, troppi eventi luttuosi, nel nostro Paese come nel mondo e nella cerchia dei conoscenti, è stato dannatamente difficile continuare ad indossare il sorriso e sparpagliare in giro l’usuale scemen placida leggerezza che è un po’ la mia cifra caratteriale.

Quel che so per certo è di avercela messa tutto. Di aver comunque fatto incetta di momenti, emozioni e parentesi luminose, che sono poi il motivo per cui posso arditamente sostenere che, di quest’annata nefasta, non butterei via proprio tutto-tuttissimo.

Ciò, detto, se adesso caro 2020 vedi di levarti dalle p…e, ne siam tutti felici.

Niente di personale, eh.

So this is Christmas, o così dicono

Sei o sette anni fa – non ricordo esattamente quando perché per cancellare memorie dolorose ripulisco non solo la mailbox ma anche la cache, l’hard disk e la Smemoranda: non vi dico quando devo cancellare un ex – di ritorno dalle vacanze estive maritt’ ed io avevamo deciso di portarci avanti e prenotarci un miniviaggio al caldo durante vacanze di Natale in arrivo.

Fatta eccezione per un siderale e parecchio alcolico capodanno londinese, non facciamo praticamente mai nulla in inverno se non qualche toccata e fuga in montagna, montagna a cui peraltro io sono allergi…em, che non amo particolarmente se non in occasione di conviviali gozzoviglie a base di brasato e polenta, ecco, ma a quel giro eravamo incappati in un’offerta di quelle imperdibili.

Cinque giorni all inclusive a Dubai, in uno di quegli albergoni mastondotici e ultra kitsch comprensivi di acquario interrato, fontane con giochi d’acqua e tutto l’armamentario da Second Life sborona che normalmente rifuggo come il piano cottura ma che ad un prezzo davvero irrisorio mi avevano fatto cedere alle lusinghe delle caldi carezze del vento caldo del Golfo. Non da ultimo perché qui all’ombra delle Alpi l’inverno dura quanto ad Helsinki. O forse un pelino di più. O forse è così che io lo percepisco, ma tant’è.

Ma insomma a inizio settembre la prenotazione è bell’e che fatta ma io, astuta come una volpe (ma con l’Alzheimer) decido di non informare il resto della famiglia e di rimandare l’annunciazione al momento del check-in…o del viaggio verso Malpensa, toh.

Natale è sempre Natale e come in tutte le famiglie dello stivale vigono regole non scritte ma codificatissime a base di liturgie immutabili, che nel caso di specie prevedono tra gli altri un sontuoso pranzo con i cugini a Santo Stefano e il periplo tra le case del parentado tutto nei giorni a seguire per auguri, regalie e vin brulé.

Ora: premesso che anche per me Natale significa santità, festività e famiglia sicché la partenza alla volta di cammelli ed emiratini sarebbe avvenuta il 26 dopo la cena della vigilia, la messa di mezzanotte e il pranzo combo del 25 genitori & suoceri, in pratica avrei dato forfait solamente al pranzo con i cugini, che tuttavia avevo già in agenda di invitare a casa al rientro.

Tutto bene, dunque, no? Ecco…no.

Alla vigilia della vigilia, corroborata da una mezza bottiglia di Grignolino e già pregustando il bikini a sostituire da lì a poco le mutande in caldo-cotone, mi decido e sputo il rospo (spillo the tea, dicono i gggiovani Z Generation) con i miei genitori.

Apriti cielo! Non entro nel dettaglio ma la reazione, credetemi, avrebbe fatto desistere anche Donald Trump.

E la pratica di annullamento e rimborso aperta in seguito, anche il Mahatma Gandhi.

Ma insomma se c’è una cosa che mi ha insegnato quell’esperienza è che a casa mia, le feste di Natale, intese come quell’arco temporale che inizia con la vigilia, passa dai baci sotto il vischio e termina coi Ferrero Rocher nella calza della Befana, è bene passarle in zona. Al più, rintuzzando qualche giorno in montagna, armati di biancheria termica e corroborati alla prospettiva di polenta & cinghiale.

Ma perchè questo opinabile momento amarcord, amici e amiche on air in questo scelleratissimo anno che ha segnato la Toponomastica della Sfiga per eccellenza?!

Ma per confermarvi che nell’annus domini 2020 tutti i rituali di rigore hanno trovato compimento e addì 8 dicembre, come tradizione vuole, si è proceduto all’allestimento del solito albero di Natale animalier (in foto). Di un mini presepe panciuto e di elfi norvegesi disseminati a caso tra le librerie, così, tanto per fare atmosfera. Ah, e naturalmente non andremo da nessuna ma nessuna parte, durante le feste: pensate…con ogni probabilità, non lasceremo neanche il nostro comune...!

Ma chissà perché, qualcosa mi dice che in questo sono in buona, anzi ottima compagnia.

E allora forza, datemi conferma & conforto e raccontatemi un po’ quali sono i vostri progetti in queste feste…alternative!

Io, se mai finirò un arazzo in tema natalizio (esatto: non un ricamo, non un quadretto ma una roba mastodontica che mi sta cavando gli occhi e levando il sonno dal 20 di novembre o g n i s a n t o g i o r n o) ma che intendo assolutamente personalizzare e regalare ad una cara amica (io al 20 di novembre: “massììì, in fondo si sta sempre in casa, figuriamoci se un mese non mi basta per ricamare e finire da qui a Natale…” Ecco, NO.) ho intenzione di esorcizzare la mia avversione per il freddo e i rigori dell’inverno e tuffarmi a mo’ di foca monaca sulla letteratura nordica. Ma nordica nordica…islandese, per l’esattezza:

dopo 101 Reykyavik e le surreali vicende del nullafacente Hlynur Björn, ho da poco iniziato tale Hotel Silence, che per ora mi ha strappato qualche sorriso con il suo lessico very artic style, vedi la giovincella “lentigginosa come un uovo di piviere”.

Il problema è che mi sveglio all’alba per ricamare e vado a letto tardi sempre per ricamare (Penelope è il mio secondo nome, oltre a quello vero della bimba deliziosa appena avuta dai nostri amici del mare, ndr) e nel mezzo non bastano otto ore al PC perché è una fine d’anno densissima anche sul lavoro e quindi le ore al PC son molte di più. La Pagnottella infila verifiche di fine quadrimestre via una avanti l’altra e – poichè non ricordo una beata mazza di proprietà delle potenze, forze endogene/esogene e complementi partitivi – sono stata nominata d’ufficio “l’interrogatore” di casa. E insomma io ringrazio solamente Just Eat e chi l’ha creata che viene in mio soccorso una sera sì e l’altra pure quando si tratta di sfrantarsi esausti attorno alla tavola all’ora di cena.

Ah, dimenticavo. Arazzo a parte, sono ad un terzo dei regali di Natale perché evidentemente la mia corteccia frontale non ha più spazio per elaborare altre liste.

In compenso accomula debiti di sonno che altro che cashback di stato.

In compenso questo Natale staremo vicini, vicinissimi….murati, oserei dire.

Perciò, con la buona pace della family tutta…Buon Natale, amici miei cari!

E raccontatemi che farete di bell…em, domestico anche voi 🙂

Carta canta!

Non sono scomparsa, no. Anche se sotto il peso dello zaino della minore – equiparabile a quello di una betoniera nei giorni buoni, a un intero cantiere in attività durante i temibili giorni dei rientri settimanali che la nana però si passa interamente a scuola dopo aver scoperto l’acqua calda che la mensa scolastica batte la cucina di casa 10:1 – ho vacillato e rischiato più volte la vita, questo sì.

Poi ho gradualmente fatto il callo (e l’ernia discale) al mio nuovo status di sherpa di lungo corso incaricato di prestare le spalle a pesi da bodybuilders navigati ed accompagnare riprendere riaccompagnare ririprendere Cami da scuola, palestra, amichetti anche più volte al giorno e sulla base di un calendario settimanale che sembra uscito dal General Counsel del CERN.

Assodato che ancora non mi sono spiaccicata al suolo sotto il peso della cultura, parliamo però di un altro tipo di libri, ché della scolastica non ne posso già più. Ah? Come dite..? E’ solo inizio ottobre e siam solo in prima media? NO MARIA, IO ESCO.

Ma dunque, dicevamo. Ognuno ha le sue compulsioni e c’è chi si rilassa spadellando a mo’ di Chef Ramsey in salsa mediterranea, chi trova la mindfullness aggredendo col Rowenta incandescente pile pericolanti di biancheria multiproprietà (tanta stima: io non stiro un fazzoletto dal 1999), chi intona stornelli felici smacchiando pavimenti e battiscopa…

ecco, io appartengo alla nutrita schiera di chi si rilassa spostando, svuotando e riempiendo librerie. Che, come ogni lettore forte sa, non sono mai abbastanza né mai abbastanza ordinate con raziocinio.

Ecco, si dà il caso che in quest’estate post-pandemica (post ‘n ciufulo, vabbeh) abbia finalmente avuto accesso a due nuove librerie – di tek massiccio, peso specifico cento zaini/betoniere di Cami – belle capienti ma soprattutto più vuote dei palinsesti di Telesubalpina il 15 agosto. Strategicamente collocate nella fattoria astigiana, visto che la cittadina magione è grande quanto una scatola di Stan Smith ha perimetro limitato, fanno ora bella mostra di sé con una serie di dorsi cromaticamente fluidi, un (non) criterio di ordinamento libresco che ho sempre rifuggito come il frullatore ad immersione ma che, adesso, toh! non mi dispiace più.

Anzi.

E sapete perchè non mi dispiace, amici bibliofili all’ascolto? Perché sempre quest’estate, nei tempi morti languidi del “vediamo qualcuno? mah, no, magari è un rischio…vediamoci le repliche della Toffanin” armata della pazienza di un amanuense benedettino e del sacro fuoco della psicosi ordine, mi sono pazientemente schedata tutti, ma proprio tutti i miei libri disponibili in casa, in cantina, in garage, dai miei e nell’alloggio della vicina del secondo piano. Okay, da lei no, ma quasi.

Manie ne abbiamo?

Rassicurata da cotanto interminabile Excel (favorisco un estratto: a stamparlo, in Calibri 8, non bastano 15 pagine) e dalla sua colonnna dedicata anche alla shelf location, modo più figo per dire: ‘ndo azz l’ho messo? ho iniziato mesi fa ad alleggerire scaffali domestici che rischiavano l’implosione e disseminare i miei possessi terreni e odorosi d’inchiostro tra città & campagna.

Che dire, amici: la consapevolezza di una mini -biblioteca casalinga, con tanto di funzionalità “trova” e “cerca e cancella doppioni” su file mi distilla una pace interiore che solo pochi altri piaceri al mondo, quasi tutti mangerecci, of course, mi regalano.

E adesso però non fatemi ulteriormente dubitare della mia sanità mentale e raccontatemi un po’ che rapporto avete voi con i libri: siete selezionatori attenti o accumulatori seriali – o entrambi, perché no? Li prestate con disinvoltura? Dove li stipate, e con che criterio? Ma soprattutto…

…come caspita avete fatto – se lo avete fatto – a convincervi a passare al Kindle?!?

Sono i giorni roventi delle offerte del Prime Day di Amazon e niente, nonostante tutte le allettanti e snellissime promesse dell’e-reader, io proprio non riesco a tradire la mia amata, vissuta, orecchiabile carta stampata. Ohibò.

Middle school, non ti temo! Okay, giusto un po’…

Non so da quanto tempo mi riprometto di tornare su questi schermi e di tener traccia del nuovo che avanza; ma ad occhio, croce e ragnatele, vi direi dal glorioso 29 agosto, quando di ritorno da delle insperate, godibili vacanze estive culminate con una meravigliosa tre giorni in Umbria, mi sono appuntata di concedermi un break tra una lavatrice e l’altra e di provare a tradurre in parole l’ineffabile sensazione di pace che mi ha regalato Assisi, con le sue cattedrali dalle facciate pulite e lineari rifinite con pietra bianca e rosa, quasi a voler riflettere il candore dei santi che le popolarono. E poi di tradurre in parole il sapore sublime degli strangozzi alla norcina e delle pappardelle al ragù di lepre, certo.

Com’è evidente, non ho fatto nulla di tutto questo e mi ritrovo invece nel primo giorno di questo autunno zoppo [voglio essere ottimista, ma un po’ particolare questo autunno lo sarà] a fare i conti con una minore che non ha propriamente reagito beniiissimo al passaggio alle scuole medie.

Va premesso che il lockdown e la famigerata DAD, almeno per quel che è stata la nostra esperienza, non ha aiutato: disabituata a gestirsi dei tempi fissi e strutturati, i lunghi mesi confinati nella sua cameretta le han lasciato questa sensazione di indolenza ed apatia avvinghiata alle ossa sicché adesso già solo puntare la sveglia alle 7.15 è un piccolo trauma.

Aggiungiamoci che undic’anni è, notoriamente, un’età infame: né bambino né adolescente, né piccolo né grande, né carne né pesce: la Pagnottella alterna momenti in cui non fa nulla per nascondere che le mie parole e quelle di suo padre sono poco più di un fastidioso ronzio nelle orecchie e noi due nabbi fatti e finiti [un giorno porterò tutto in lavanderia e dedicherò un post al nuovo slang della generazione Y, quella dei figli delle nuove tecnologie drogati di e dei social, promesso] a serate quasi imbarazzanti, in cui magari siamo fuori a cena e lei, stanca, mi si rannicchia in braccio a mo’ di baby koala (!) scoccandomi bacini sul collo tra gli sguardi perpliti dei commensali. Bellissimo, eh, per carità, vorrei che tutta questa fisicità non si esaurisse mai: ma davvero alle volte mi chiedo se non sono finita dentro un episodio distopico di Black Mirror, ecco!

La scuola media, dicevamo. Abbiamo ponderato parecchio la scelta della scuola, a suo tempo, decidendo di orientraci su questo istituto pubblico a gestione privata ed indirizzo internazionale esattamente in virtù di queste sue caratteristiche: da una parte la retta mensile (male) che ti consente, volendo, di lasciare i pargoli sino alle 18 (bene), dall’altra la possibilità di assistere a lezioni di materie, principalmente scientifiche, in lingua, di frequentare laboratori, di sorbirti beneficiare di ore extra di conversazione.

E dunque, dopo aver investito in libri di testo e materiale scolastico l’equivalente di una Kelly di Hermès vintage, caricato le spalle – prima le mie, poi le sue – di uno zaino dal peso atomico dell’uranio, addì 15 settembre la minore ed io abbiamo varcato baldanzose i cancelli della nuova scuola. Superato un check point ove abbiamo provato di non avere febbre ma solo mani pulite & mascherita chirurgica ben calcata sul naso, ci siamo separate dopo il canonico appello iniziale.

Camilla, che già sapeva essere in classe con tre compagni delle elementari, tra cui un’amichetta rodata, ha scoperto che in totale sarebbero stati 28. Che non conosceva nessun altro. E – questo a pranzo, a casa, con voce strozzata e uno sguardo vitreo modello Laura Palmer rediviva – che non aveva memorizzato neanche il nome di un professore. Che era finita nel banco singolo dell’ultimo angolo dell’ultima fila, al polo opposto o quasi rispetto all’amica A. Che non aveva scambiato parola con anima viva. Che non aveva fatto l’intervallo. Che non sapeva come si chiamasse il suo compagno di destra e davanti. Che per andare ai servizi da allora in poi era opportuno non aspettare l’intervallo ma, causa norme antiCovid, alzare la mano durante la lezione “facendo una figuraccia, perché nessuno ancora ti conosce e già tutti ti guardano“. E via discorrendo.

Alla sera, dopo essersi trascinata inerte per casa con la vitalità di un cetaceo arenato mentre io peraltro lavoravo al PC e non potevo quindi neanche incoraggiarla più di tanto, gran finale con crollo sul letto a mo’ di stella marina schiantata e calde lacrime onde rimarcare il concetto: “Voglio tornare alle elementariiiii!!!”

Ora. Penso che chi mi legge lo intuisca e chi mi conosce lo sappia sin troppo bene, eam: sono una strenua, indomita, battaglierissima sostenitrice dell’uso senza parsimonia e senza confini dell’ironia e del sarcasmo. Non solo perché regalano un po’ di brio a una narrazione che diversamente magari suonerebbe austera o monocorde, ma perché ingredienti capaci di modificare la percezione stessa della realtà. Un ottimista – ed io lo sono, inguaribilmente – guarda alla vita attraverso lenti diverse rispetto a quello di un pessimista. Chi fa dell’ironia, o meglio ancora dell’autoironia, si ritrova a ghignare da solo sotto i baffi anche quando magari nessun altro indossa manco l’ombra di un sorriso. [Poi ci sono tragedie di fronte alle quali è impossibile anche solo proferir parola e ne so qualcosa: proprio il 15 settembre, quando Camilla si disperava per la mancata socialità di classe, la mamma della mia amica B. si spegneva per sempre. Per dire.]

Ma insomma, questo per dire che anche questa volta – visto che si poteva — l’abbiamo provata a risolvere con il metodo montessoriano e illuminatissimo di casa: buttandola in caciara.

Spiegato e convenuto che il suo era un duplice trauma – un po’ c’è il salto dalle elementari e alle medie, la novità del tutto e okay, ma dall’altro ci sono le restrizioni imposte dal Covid, che dopo un po’ intaccherebbero la tempra di una testa di cuoio ma che numi volendo, prima o poi cesseranno – sia io che suo padre ci siamo dilungati nei racconti, un po’ romanzati, dei nostri “primi di prima media”.

Che poi per la verità su di me, undicenne occhialuta e paffutella figlia di una temibile prof di lettere operativa nella mia stessa scuola & dispensatrice di certi disturbanti kilt scozzesi sotto il ginocchio – c’era ben poco da romanzare: aspettative allo zenit da parte dei docenti suoi colleghi, sguardi in tralice dai compagni di un po’ tutte le sezioni ancor prima di aver proferito verbo. Per non farmi mancare proprio nulla, alla conta si aggiungeva anche l’omonima compagna bulletta che mi aveva presa di mira e che – udite udite – abitava nel mio stesso palazzo, ergo mi pedinava in compagnia dei suoi sfottò e di un manipolo di seguaci per tutto il tragitto a piedi verso la scuola & ritorno.

Vi dico solo che dopo tre minuti di racconto Camillozza si era già ripresa. Non solo: incapace di trattenersi oltre, ha circumnavigato il tavolo della cucina, mi è venuta accanto e mi ha sussurrato, gli occhioni acquamarina velati di lacrime di solidarietà retroattiva: “Povera mami! Chissà che BRUTTA GIOVINEZZA, la tua! Ma sappi che se fossi stata in classe con te, non ti avrei mai sfottuta, anzi ti avrei difesa e saresti diventata LA MIA MISSIONE!”

Ma insomma. Questo per dire che la prima media ai tempi del dopo Covid è iniziata un po’ in salita. Ma che, come osserva un’amica amante delle ruote, la strada è sempre fatta di salite ma anche discese, strapiombi ma anche collinette.

E adesso mandatela buona a me, che domani rientro in ufficio, two days a week, e non mi sento poi così diversa dalla bambina col kilt daltonico tallonata dall’altra Chiara dalla lingua acuminata.

Una vita in vacanza

Scrivo proprio da qui, appollaiata sull’unica estremità in ombra di questa panca in legno che s’affaccia sul riquadro di giardino confinante con quello degli amici torinesi e tedesco/senesi che occupano le altre due casette a schiera; all’orizzonte, la docile campagna grossetana, con i campi arati e l’inconfondibile profilo dei lecci e dei pini ad ombrello, unica forma di vegetazione che ai miei occhi dfferenzia questa porzione di Maremma dalla nativa campagna astigiana.

E’ l’ennesima mattina di sole ma, ahinoi, non dei nodi necessari a manovrare le vele dei kiters, stando a Windfinder, aka il Colonnello Giuliacci degli inseguitori del vento: nessun problema davvero, per quanto mi riguarda, visto che il Maestrale ha soffiato vigoroso un giorno sì e l’altro pure da quando siamo arrivati, due settimane fa, per la gioia dei peones delle tavole ma non dei miei occhi ormai del tutto simili a quelli di un coniglio albino.

E’ un agosto anomalo, questo, sospeso e un po’ sottotono, funestato com’è dalle notizie del rinvogorirsi del virus tra i giovani italiani patiti della movida, rimpatriati da lidi stranieri più a rischio o, semplicemente, così sfortunati da aver contratto il Covid anche osservando tutte le misure di sicurezza. E s’accoda ad un luglio che, per quanto mi riguarda, ha registrato picchi di malinconia ai massimi storici soprattutto per il duro colpo che ha segnato l’amica B., con la sua mamma sempre gravissima sballottata tra una struttura di lungodegenza e l’altra, il tutto senza un piano sanitario condiviso, nessuna traccia di ribalitazione, in un girotondo impazzito di nuovi medici con altrettanti aggiornamenti contradditori e una sola certezza: se un nostro caro s’ammala, alla lunga (ma anche alla veloce, eh)…son tutti fatti nostri. Per quel poco che potessi fare, ho cercato di stare vicina a B. (letteralmente) ogni giorno, coinvolgendola verso la fin del mese anche nelle mie camminate mattutine verso il caffé pre-lavoro e strappandole qualche (raro) sorriso. Il problema è che l’ictus della mamma non è stato “la” disgrazia, ma la miccia che ha innescato una serie di altre esplosioni a catena, a riprova del detto che, spesso, le disgrazie non arrivano mai sole.

Sarà anche per questo che qui in Maremma, tra noi “grandi”, la sera dopo la cena sul patio – cerchiamo infatti di evitare troppe cene fuori e assembramenti di specie – è spesso un interrogarsi sul senso della vita, tra un sorso di birra e un boccone di donzella – una mirabolante specialità locale che ha la consistenza di uno gnocco fritto ma la lunghezza di un rubatà, unto, salato e calorico nella stessa misura…yum!

Momento salivazione a parte (…), dicevo, mai come quest’anno ho sentito tanti amici e conoscenti domandarsi che senso abbia, alla fine della fiera, trascorrere l’esitenza sulla proverbiale ruota del criceto, sputando sangue e affannandosi per ricomporre ogni giorni quel tetris malefico di incastri tra lavoro (lavoro, lavoro), vita famigliare, sociale, impegni e chi più ne ha più ne metta. Gli amici che son qui con noi, ma che avrebbero dovuto essere con noi…aum…quei 6-7.000 km più in là (sigh), son ristoratori, e la componente “lavoro” impegna di conseguenza la maggior parte del loro tempo, weekend inclusi. I senesi sono megamanager in una multinazionale farmaceutica, e basti dire che lo scheduling di lui, da almeno cinque o sei anni, prevede l’alternanza di una settimana in sede in Toscana e una a Bruxelles. Dani ed io…beh, noi siamo semplici impiegati, ma se alle otto ore di lavoro quotidiano che soprattutto per lui tendono già da sé a dilatarsi aggiungiamo le quasi due impiegate sprecate per viaggiare da e verso l’ufficio…quel che resta è veramente, veramente poco. Troppo poco, secondo me.

Tant’è che quando durante una delle ultime Zoom call ha preso la parola una manager esordendo con “Allora, penso siamo tutti ansiosi di rientrare in ufficio e riappropriarci della nostra normalità…” ho represso a stento un moto di nausea: nella mia azienda, che pure è una multinazionale e perciò tutti, ma davvero tutti i colleghi all’estero beneficiano da mo’ di remote working e flessibilità varia, il “ritorno alla normalità” consisterà nella ripresa dell’attività rigorosamente da ufficio 5 giorni su 5, dopo un breve periodo di interregno/alternanza casa/ufficio sulla scia degli ultimi strascichi della pandemia..

Eppure solo una manciata di mesi fa quando a prender la parola via Skype eran gli stessi vertici con lo sfondo delle librerie del salotto, era tutto un meravigliarsi di come i numeri tenessero, l’impegno profuso da tutti encomiabile (nonché documentato dai numeri di cui sopra), il mood incoraggiante, il tempo inedito da dedicare agli affetti e alla famiglia un bene ineguagliabile di cui mai più privarsi e via discorrendo.

“Eh, ci vorrebbe una vita in vacanza!” è la conclusione a cui giungiamo all’unanimità quando spazziamo via le ultime briciole di pane fritto e impiliamo nel lavello le tazzine di caffé. E nel remoto caso in cui ci rimanesse qualche dubbio, ad accoglierci in spiaggia la mattina ritroviamo Martin, argentino, un reticolo di rughe sotto una zazzera di capelli grigi e una risata contagiosa, con un glorioso passato da fantino e un presente tutto da scrivere: due/tre mesi all’anno istruttore di kite, i restanti “sotto l’Equatore” con il suo piccolo Thiago, tre anni, per vivere di quel che ha messo da parte nella sua vita anterior, la vita di prima, e godersi finamente la pienezza di un tempo che conosce solo hoy e non si cruccia troppo del mañana che verrà.

Ah, quanta sabiduría!

Under the Astigian sun. Cronache di una prudente estate alla vaccinara.

Anche quando hai fatto dello humour di dubbio gusto la tua bandiera, vi sono cose talmente serie non solo da non poter sdrammatizzare, ma che addirittura ti scoraggiano dal mettere mano ad argomenti decisamente più leggeri, che all’improvviso da lievi si trasformano in fuori luogo e (diciamo pure) creti*i.

Nel pieno del lockdown, il babbo di una cara amica – una forza della natura, una roccia nel senso più concreto del termine, inteso come spalla solida cui appoggiarsi, guida nelle asperità e faro luminoso nelle nebbie delle incertezze – s’aggrava tutto d’un colpo. Troppo veloce anche solo perché la sua famiglia possa entrare nell’ottica della malattia (che poi, in che ottica vuoi entrare esattamente…?), si spegne e un po’ della sua luce la porta via con sé anche nei suoi cari.

O ancora, c’è questo mio amico dai tempi dell’Uni trasferitosi in Polonia al seguito della sua deliziosa Ewa; dopo quindici anni di malattia, perde la sua mamma mentre si trova all’estero e si macina duemila km di strada in auto per assistere al funerale, solo col suo groppo in gola mentre le stazioni radio cambiano lingua al varco di ogni confine; perché la prima estate post-lockdown è anche questo, una giungla di buracrozia, limitazioni e divieti che rendono gli spostamenti anche più indispensabili un tetris imbrogliatissimo.

E poi c’è B, una sorella per te, colei con cui hai condiviso i pizzini sottobanco durante le interrogazioni di greco e le estati in assoluto più ridenti e lievi della tua vita, che assiste con i propri occhi all’ictus, imprevedibile e devastante come solo questi mali codardi sanno essere, della sua dolce mamma. Succedeva lo scorso 11 giugno, tra poco sarà un mese. Un mese di coma per la mamma, un mese in cui la tua amica e il suo papà hanno esaurito tutte le loro lacrime, vuoi perché la compromissione è grave vuoi, di nuovo, perché i protocolli ospedalieri in epoca Covid ostacolano non solo le visite, ma persino le telefonate in (da) reparto. Peripezie e giri di giostra incredibili anche solo per parlare con un medico – che poi è un medico sempre diverso, ovvero quello che capita in terapia intensiva sulla base dei turni; e che purtroppo, fatte salve lodevoli eccezioni, spesso non brilla per umanità e empatia…pure!

Però…però la speranza, quel filo sottile che tiene in vita i nostri cari e un po’ anche noi finché é presente, non bisogna abbandonarla mai. (Poi tra il dirlo e il farlo/provarlo c’è di mezzo il Pacifico, lo so.)

Ma intanto sabato B. ha stracciato tutti i protocolli e, complice un’infermiera dall’animo gentile, è riuscita ad infilarsi in ospedale e parlare alla sua mamma, che inerte sul letto la guardava senza vederla con gli occhi fissi e velati. Ecco…incredibile a dirsi ma a distanza di un giorno (casualità o conseguenza? Io dico conseguenza!) la sua mamma inizia per la prima volta a manifestare le prime, timide reazioni agli stimoli da un mese a questa parte!

Ed io son così felice, così speranzosa che allora sì, daje, qualche scampolo d’estate sento di poterlo condividere, ora. Confessandovi di essermi sentita un’idiota, in questi ultimi mesi, ad aver rimpianto il mancato viaggio oltreoceano, essermi preoccupata per i rimborsi e menate così: ma son crucci che son durati quanto una relazione di Temptation Island, ecco.

Ai pachidermi delle aviolinee della TAP abbiamo sostituito rotondità più rassicuranti – e nostrane: le balle di fieno del cugino Army, i tronchi strategici dei vicini di fattoria nell’Astigiano. Il progetto estivo per intero prevede anche di metter finalmente mano al secondo piano del cascinale in campagna, ma la realtà è che nel weekend la pigrizia la fa da padrona e quindi…estate 2021? Camilla dice: più realistico 2025.

Quando parlo di sabati indolenti, mi riferisco a questi, per dire. L’Astigiano ospita alcune piscine defilate e incuneati tra vallate verdi che son delle autentiche perle; nulla ma proprio nulla a che vedere con alcune immagini raccapriccianti di muscoli e panze tremule stipati come jappi in metro all’ora di punta in certe piscine cementifere che COVID-19, questo sconosciuto?

Dato che qui si lavora sino ad agosto inoltrato, vediamo di sfruttare appieno i benefici dello smart, ché quando ci ricapita? mi son detta. E dunque: a due passi da casa, ho scoperto uno spazio co-working che…lascio parlare le immagini, daje. (Dimenticavo: postazione, wifi, area snack con caraffe d’acqua e dispenser di caffé per tutto il giorno, 5€)

E poi? Beh, visto e considerato che l’assembramento, sui lidi ove facciam tappa da quattro anni a questa parte, non è un problema (o meglio: può non esserlo, ma bisogna essere accorti e calibrare le scelte, mai come ora che il livello d’allerta pare sceso ai minimi storici)…com’è che faceva la canzone? per quest’anno/non cambiare/stessa spiaggia/stesso mare… Abbiamo tastato il terreno con una toccata&fuga a giugno (pictured) e se tutto va bene ci torneremo , con mascherina sul naso e insalatiera di fettuccine onde evitare intasamenti al bar.

E voi, stenui lettori on air? Riuscirete a ritagliarvi qualche giorno di break, qualche weekend d’evasione oppure nei giorni sospesi della post pandemia l’opzione divano, ciabatta e condizionatore – ma anche risveglio lento&profumo di caffé – ha acquisito un suo perché?

Didattica a distanza: pentoloni che sobbollono e ambasciatori che abdicano

Al pari della mia esimia concittadina e autrice Paola Mastrocola, neanche io riesco ad immaginare che addì 14 settembre non si torni a scuola, nel senso tangibile nonché univoco, sino a febbraio 2020, del termine.

Mi si strizza il cuore ma mi si attorcinano anche le budella al sol pensiero, perché mai come in questi mesi appena archiviati di cd “didattica a distanza” ho sputato sangue, spillato sudore e scomodato santi.

Ma andiamo con ordine.

Sono figlia di un’insegnante e per osmosi parecchio addentro al sistema scuola da che ne ho memoria: basti dire che tra i ricordi in assoluto più vividi e felici delle mie vacanze bambine c’è il trillare del postino che a fine anno scolastico recapitava a casa scatoloni panciuti di testi di narrativa cui era stato tagliato il triangolino a margine della retro copertina. Era il segno che si trattava di copie omaggio, copie che le case editrici generosamente sparpagliavano tra i docenti dell’italico stivale nell’auspicio di poterle far adottare da intere classi o sezioni nel nuovo anno a settembre.

L’ebrezza del taglierino che scivola sullo scotch della carta da pacco, il profumo vanigliato delle pagine intonse, gli occhi che si riempiono di copertine colorate sono Polaroid multisensoriali indelebili nella memoria dei miei sensi.

Digressioni a parte, l’aver conosciuto il mondo della scuola al di là ma un pochino anche al di qua delle cattedra – grazie alla mater familias, ho una discreta cultura in materia di consigli d’istituto monopolizzati da parolieri logorroici, presidi bislacchi e piccole e grandi faide in sala professori – mi vede una strenue sostenitrice della tanto vituperata scuola pubblica italiana.

Che con tutta la sua polverosità e le sue magagne (anche tangibili: vedi i soffitti che un anno sì e l’altro pure popolano le cronache sgretolandosi sulle capocce dei poveri alunni) da sempre mette l’accento su programmi formativi ambiziosi che non trovano di simili nel resto dei Paesi, programmi veicolati con empatia e trasporto (beh, si spera) nel momento cardine della lezione frontale, in aula, insomma: un luogo d’apprendimento fisico e mentale stratificato, in cui nozioni ed emozioni si mischiano e si rinforzano, aiutando a sedimentare memorie, in cui le scalette lasciano il passo all’improvvisazione e alla digressione, in cui si finisce per imparare magari il 30% della materia ma il 70% di tante altre cose iniettate lì quasi per caso e magari/spesso più importanti ancora. Coscienza civica, etica, parità, indipendenza…

Immaginazione e libertà, argomentava la Mastrocola in un bellissimo editoriale della recente epoca pandemic, sono tutt’uno con il grande potere della parola e dello scambio. Con la lezione in aula – o in cortile, in giardino, in palestra, sul tetto – ma insomma, con “quel” tipo di lezione.

Ora. Io non lo so, padri ma soprattutto madri, sorelle, zie all’ascolto, come abbiate vissuto voi l’esperienza della didattica a distanza. Ma vi posso brevemente enucleare la mia; e attenzione che qui s’espone una i cui nickname sono La Svizzera e Kofi Annan in virtù di un esercizio, come dire…sistematico, della diplomazia e del politically correct.

Alla facciazza di Kofi Annan io a marzoaprilemaggio ho rosicato e borbottato da mattino a sera come una pentolaccia di fagioli a fiamma alta! Il tutto mentre imitavo la grafia panciuta di mia figlia (ebbene sì, è capitato e non me ne vergogno), imprecavo in aramaico e battevo il cinque quando, finalmente, quest’agonia chiamata secondo quadrimestre finiva.

E prego notare che qui la diretta interessata da contanta innovativa modalità di insegnamento, l’incolpevole Pagnottella studentessa (ex) modello di quinta elementare, manco l’ho nominata. E sapete perchè?

Perchè in una classe ove le poche lezioni online son partite placide placide addì 10 maggio 2020 (e sapete a che ora? alle 13.30; e sapete per quanto? per un’ora al giorno; e sono seria? sì), sino a quella data, ma in effetti anche dopo, il programma di studio è consistito in elenchi biblici e sfalsati di commesse – chi il lunedì, chi il giovedì, chi la domenica sera durante il tiggì; chi via Whattsup, chi email e chi Classroom; chi con riferimenti ai libri, chi ai quaderni, chi a fogli scritti di suo pugno, chi sul retro dell’editoriale di Signorini su Chi (ah no: quella ero io che trascrivevo!)

…E allora chi, secondo voi, sussultava come un Fabrizio Corona al cospetto della guardia di finanza ogni qualvolta i cui un drin! annunciava la ricezione di un nuovo papiro Ebers (venti metri, signori miei, gli Egizi li ho studiati bene), pardon, di una nuova lista di compiti su Whattsup?

Chi ne teneva traccia su un planner originariamente concepito per segnare le scadenze d’ufficio ma presto riconvertito a calendario delle scadenze del sistema respiratorio e delle faglie sismiche?!

Nel caso in cui non si fosse capito, da quello sventurato 23 febbraio e nella mia personale esperienza, l’insegnamento è stato praticamente demandato ai genitori alle madri, diciamocelo. Per alcune materie, in toto.

Non ci credete?

Un’insegnante che si è distinta per non avere mai mai mai non dico tenuto ma neanche registrato ‘na mezza lezione su Zoom e che dal 10 maggio ha assolto all’unico incarico di mandare sul gruppo Whattsup alle 13:25 il codice per il collegamento allo Zoom meeting – condotto da altre, fosse mai! – ha dato prova della sua personale e illuminata interpretazione della didattica a distanza così:

un messaggio Whatssup a settimana di questo tenore qui: studia da… a; completa questionari presenti sul libro; ricopia disegni/schemi/grafici/laqualunque sul quaderno; infine fotografa le pagine del quaderno e rimandamele. Ciao(ne).

Roba da offendere l’intelligenza della scimmietta ammaestrata del Circo Togni, oltre a demotivare anche il più volentoroso degli undicenni. Forti di tale sapiente guida, le scimm, em, gli undicenni han studiato copiato le regioni italiane sino al Lazio e stop. Perciò se ora chiedi a Camilla dov’è Napoli…vabbeh, quello lo sa perché siamo alla terza stagione del Boss delle Cerimonie;-) La correzione dello schema sugli affluenti dei fiumi appenninci, però, la aspettiamo ancora.

Va da sé che sarebbe un errore grossolano e irriconoscente far di tutta l’erba un fascio. Le insegnanti professionali, appassionate, genuinamente interessate a far bene il proprio lavoro c’erano prima e ci sono state in questi mesi, sia pur solo via messaggio sino al fatidico 10 maggio. Un paio, ne son certa, resteranno nel cuore della Pagnotta per sempre.

Io stessa, mentre sorseggiavo il caffé del dopo pranzo e lasciavo spazio sulla scrivania tavolo della cucina a Cami ho infra-sentito alcune lezioni in diretta e non ho potuto che restare ammirata dalla capacità di alcune maestre di coinvolgere, in quei risicati sessanta minuti imposti dai vincoli dello Zoom free, tutti ma proprio tutti gli allievi collegati. Una domanda per ognuno, un “hai capito?” o “come lo spiegheresti tu ai tuoi compagni?” a ciascun bambino, in sintesi un’estrema attenzione a far sì che tutti, ma proprio tutti, si sentissero ancora parte di un tutto improvvisamente fattosi briciole. E Pagnottella confermava il mio sentire, dicendomi che da quando aveva avuto la possibilità di rapportarsi/ricollegarsi con le maestre, sia pur dietro uno schermo, riquadro tra i riquadri di un puzzle di faccini dapprima frastornati e via via più distesi, non tanto i livelli di comprensione quanto il suo umore si erano risollevati.

Perchè – ed è questo ciò che mi ha fatto veramente male in questi mesi, molto più del dover assommare alle otto ore di smart working almeno un paio d’ore aggiuntive di vice-docenza per supportare una bambina che da proattiva e appassionata s’era trasformata in una specie di bradipo letargico – ecco…ciò che mi ha fatto veramente male è stato quanto ho appena menzionato: l’aver visto mia figlia regredire, in un crescendo di apatia e avversione per questo sistema di sostanziale “vomitamento compiti” che pure è durato mesi, e che tanto mi ricordava l’infelice uscita dell’altrettanto infelice ministra Azzolina sui famosi imbuti da riempire.

Camilla – son parole sue – in questi mesi s’è sentita abbandonata. Tradita. Messa all’angolo da alcune delle persone che stima(va) di più al mondo. E’ un’impressione, è soggettiva, è più che opinabile…ma di fatto, questo è quanto è successo qui. Il patto fragile che ha tenuto insieme presidi, insegnanti, studenti e genitori mi è parso quantomai sbilanciato, con dirigenti scolastici impreparati a gestire lezioni online, libri di testo inutilizzati, le molte e innovative potenzialità del digitale rimaste carta bianca. Zoom, per dire, lo usiamo tutti per le videoconferenze e decisamente non è una piattaforma per la didattica!

Eppure la pagella del secondo semestre saluta le scuole elementari in un tripudio di successi, mentre a me resta il dubbio se le insegnanti si accorgessero che in videolezione la Pagnottella rispondesse a stento, si alzasse o spegnesse proprio il video, tessendo una trama di silenziosi segnali d’insofferenza lanciati un po’ così, ad muzzum, ma che io alle sue spalle coglievo eccome.

Il problema è che il rischio di non tornare in aula a settembre, cavalcando onda del coronavirus, non si sa se per vera paura/prudenza o perché assist perfetto per quelle come la maestra dispensatrice di codici alfanumerici (…), è concreto.

D’altro canto l’Italia, fanalino di coda in tutte le classifiche sul digitale, non credo e voglio sperara non possa permettersi di cancellare le conquiste tecnologiche di questi primi, difficili mesi in cui s’è dovuta reinventare da capo.

L’auspicio, allora, è che a settembre sia didattica in aula, interattiva ma in presenza, ma anche moderna e inclusiva, tale da garantire a tutti le stesse condizioni di partenza. Perché è troppo facile “esser bravi” da casa con un genitore (o una nonna;-) che fa da vice-docente, mentre la magia del vero meastro è dosare in maniera sapiente quel mix di preparazione e improvvisazione che solo lo spazio fisico dell’aula consente, e far “diventare bravi” anche quelli che beh, marsupiali letargici un pochino lo sono sin dai blocchi di partenza.

Walking in Memphis. Ah no, non Memphis, AzzolinaLand

Vedete queste immagini che denotano la scarsa nulla padronanza dell’ABC della fotografia non-sovraesposta quassù..? Ecco. Sono scorci della mia città e le ho scattate stamattina alle 8, mentre macinavo la consueta tratta della smartworker forzata casa-centro città-caffé takeaway-e ritorno.

Ma perché soffermarsi su immagini di dubbio gusto, ivi comprese le calzature altamente professionali con cui mi cimento in cotanta marginale attività aerobica?

Ma perchè come persino le piante grasse sanno, già il binomio attività aerobica – me medesima suona credibile quanto…boh…Italia & Piano Pandemico (piano what?), o Vacanze 2020 e Prenotazioni Assennate. Non è un accostamento credibile, insomma, visto che al mio curriculum, alla voce Sport & Interessi, si legge punto croce, lettura, lettura in lingua, Netflix e divano. Okay, no, Netflix e divano no ma idealmente ci starebbero.

In ogni modo! Per vincere la sedentarietà coatta da smartworker dal 23 febbraio 2020 e scollarmi da quella che era una normale sedia da cucina ed è andata via via assumendo le sinuose forme della prezzolata Him/Her (altresì nota come sedia a sede*e)… incredibile ma vero, pare proprio io mi sia convertita alla marcia! O walking, o fitness su strada che dir si voglia, anche se la descrizione esatta rimane questa: agognato momento di evasione pre-lavoro volto al raggiungimento del caffé del cuore, della panetteria e di qualsivoglia esercizio commerciale aperto tra le 8 e le 9 di mattina, piedi ben ancorati sull’asfalto (o sul selciato, sul pavé, sui sanpietrini), cuffie nelle orecchie, inedita e godibilissima sensazione di star facendo, una volta tanto, qualcosa di buono solo per me (e che no, non è shopping).

E non, per dire, aiutare a completare una carta geopolitica della Toscana (in 5° elementare, addì 22 maggio, grazie alla merd poderosa didattica a distanza siamo arrivati dalle parti di Firenze, devo commentare?). E neanche ad aiutare qualcuno (di sesso maschile e coniugato) nella sempiterna ricerca del famoso calzino spaiato. Eccetera eccetera.

Sotto certi cieli tersi che dei giorni sembrano tavole laminate d’azzurro, la mattina è diventata il mio momento e la funzione Salute (questa sconosciuta) dell’Iphone la mia bussola e il mio medagliere. Perché ammiccante e motivante come soltanto la cartellonistica “saldi”, l’app mi ricorda che son partita un mesetto fa a colpi di 3, 4 km al dì mentre adesso, nelle giornate buone, ovvero in quelle che prevedono un’uscita non solo pre- ma anche post- lavoro arrivo a toccar picchi di 12 km rigorosamente on foot.

In quei giorni, raggiungo vette tali di olimpico benessere e natalizio buonumore che medito persino l’acquisto di una bicicletta, toh.

Poi penso alla quotidiana videolezione della minore che l’attende, ma di fatto attende (= interrompe) tutti alle 13.30 (TREDICIETRENTAAA signora miaaa), diciotto bambini ancora imbrattati di sugo e talvolta qualche ruttino che scappa a microfono acceso, e tutti i benefici aerobici della mia fantastica attività outdoor sapete dove vanno istantaneamente a finire, sì…?