Didattica a distanza: pentoloni che sobbollono e ambasciatori che abdicano

Al pari della mia esimia concittadina e autrice Paola Mastrocola, neanche io riesco ad immaginare che addì 14 settembre non si torni a scuola, nel senso tangibile nonché univoco, sino a febbraio 2020, del termine.

Mi si strizza il cuore ma mi si attorcinano anche le budella al sol pensiero, perché mai come in questi mesi appena archiviati di cd “didattica a distanza” ho sputato sangue, spillato sudore e scomodato santi.

Ma andiamo con ordine.

Sono figlia di un’insegnante e per osmosi parecchio addentro al sistema scuola da che ne ho memoria: basti dire che tra i ricordi in assoluto più vividi e felici delle mie vacanze bambine c’è il trillare del postino che a fine anno scolastico recapitava a casa scatoloni panciuti di testi di narrativa cui era stato tagliato il triangolino a margine della retro copertina. Era il segno che si trattava di copie omaggio, copie che le case editrici generosamente sparpagliavano tra i docenti dell’italico stivale nell’auspicio di poterle far adottare da intere classi o sezioni nel nuovo anno a settembre.

L’ebrezza del taglierino che scivola sullo scotch della carta da pacco, il profumo vanigliato delle pagine intonse, gli occhi che si riempiono di copertine colorate sono Polaroid multisensoriali indelebili nella memoria dei miei sensi.

Digressioni a parte, l’aver conosciuto il mondo della scuola al di là ma un pochino anche al di qua delle cattedra – grazie alla mater familias, ho una discreta cultura in materia di consigli d’istituto monopolizzati da parolieri logorroici, presidi bislacchi e piccole e grandi faide in sala professori – mi vede una strenue sostenitrice della tanto vituperata scuola pubblica italiana.

Che con tutta la sua polverosità e le sue magagne (anche tangibili: vedi i soffitti che un anno sì e l’altro pure popolano le cronache sgretolandosi sulle capocce dei poveri alunni) da sempre mette l’accento su programmi formativi ambiziosi che non trovano di simili nel resto dei Paesi, programmi veicolati con empatia e trasporto (beh, si spera) nel momento cardine della lezione frontale, in aula, insomma: un luogo d’apprendimento fisico e mentale stratificato, in cui nozioni ed emozioni si mischiano e si rinforzano, aiutando a sedimentare memorie, in cui le scalette lasciano il passo all’improvvisazione e alla digressione, in cui si finisce per imparare magari il 30% della materia ma il 70% di tante altre cose iniettate lì quasi per caso e magari/spesso più importanti ancora. Coscienza civica, etica, parità, indipendenza…

Immaginazione e libertà, argomentava la Mastrocola in un bellissimo editoriale della recente epoca pandemic, sono tutt’uno con il grande potere della parola e dello scambio. Con la lezione in aula – o in cortile, in giardino, in palestra, sul tetto – ma insomma, con “quel” tipo di lezione.

Ora. Io non lo so, padri ma soprattutto madri, sorelle, zie all’ascolto, come abbiate vissuto voi l’esperienza della didattica a distanza. Ma vi posso brevemente enucleare la mia; e attenzione che qui s’espone una i cui nickname sono La Svizzera e Kofi Annan in virtù di un esercizio, come dire…sistematico, della diplomazia e del politically correct.

Alla facciazza di Kofi Annan io a marzoaprilemaggio ho rosicato e borbottato da mattino a sera come una pentolaccia di fagioli a fiamma alta! Il tutto mentre imitavo la grafia panciuta di mia figlia (ebbene sì, è capitato e non me ne vergogno), imprecavo in aramaico e battevo il cinque quando, finalmente, quest’agonia chiamata secondo quadrimestre finiva.

E prego notare che qui la diretta interessata da contanta innovativa modalità di insegnamento, l’incolpevole Pagnottella studentessa (ex) modello di quinta elementare, manco l’ho nominata. E sapete perchè?

Perchè in una classe ove le poche lezioni online son partite placide placide addì 10 maggio 2020 (e sapete a che ora? alle 13.30; e sapete per quanto? per un’ora al giorno; e sono seria? sì), sino a quella data, ma in effetti anche dopo, il programma di studio è consistito in elenchi biblici e sfalsati di commesse – chi il lunedì, chi il giovedì, chi la domenica sera durante il tiggì; chi via Whattsup, chi email e chi Classroom; chi con riferimenti ai libri, chi ai quaderni, chi a fogli scritti di suo pugno, chi sul retro dell’editoriale di Signorini su Chi (ah no: quella ero io che trascrivevo!)

…E allora chi, secondo voi, sussultava come un Fabrizio Corona al cospetto della guardia di finanza ogni qualvolta i cui un drin! annunciava la ricezione di un nuovo papiro Ebers (venti metri, signori miei, gli Egizi li ho studiati bene), pardon, di una nuova lista di compiti su Whattsup?

Chi ne teneva traccia su un planner originariamente concepito per segnare le scadenze d’ufficio ma presto riconvertito a calendario delle scadenze del sistema respiratorio e delle faglie sismiche?!

Nel caso in cui non si fosse capito, da quello sventurato 23 febbraio e nella mia personale esperienza, l’insegnamento è stato praticamente demandato ai genitori alle madri, diciamocelo. Per alcune materie, in toto.

Non ci credete?

Un’insegnante che si è distinta per non avere mai mai mai non dico tenuto ma neanche registrato ‘na mezza lezione su Zoom e che dal 10 maggio ha assolto all’unico incarico di mandare sul gruppo Whattsup alle 13:25 il codice per il collegamento allo Zoom meeting – condotto da altre, fosse mai! – ha dato prova della sua personale e illuminata interpretazione della didattica a distanza così:

un messaggio Whatssup a settimana di questo tenore qui: studia da… a; completa questionari presenti sul libro; ricopia disegni/schemi/grafici/laqualunque sul quaderno; infine fotografa le pagine del quaderno e rimandamele. Ciao(ne).

Roba da offendere l’intelligenza della scimmietta ammaestrata del Circo Togni, oltre a demotivare anche il più volentoroso degli undicenni. Forti di tale sapiente guida, le scimm, em, gli undicenni han studiato copiato le regioni italiane sino al Lazio e stop. Perciò se ora chiedi a Camilla dov’è Napoli…vabbeh, quello lo sa perché siamo alla terza stagione del Boss delle Cerimonie;-) La correzione dello schema sugli affluenti dei fiumi appenninci, però, la aspettiamo ancora.

Va da sé che sarebbe un errore grossolano e irriconoscente far di tutta l’erba un fascio. Le insegnanti professionali, appassionate, genuinamente interessate a far bene il proprio lavoro c’erano prima e ci sono state in questi mesi, sia pur solo via messaggio sino al fatidico 10 maggio. Un paio, ne son certa, resteranno nel cuore della Pagnotta per sempre.

Io stessa, mentre sorseggiavo il caffé del dopo pranzo e lasciavo spazio sulla scrivania tavolo della cucina a Cami ho infra-sentito alcune lezioni in diretta e non ho potuto che restare ammirata dalla capacità di alcune maestre di coinvolgere, in quei risicati sessanta minuti imposti dai vincoli dello Zoom free, tutti ma proprio tutti gli allievi collegati. Una domanda per ognuno, un “hai capito?” o “come lo spiegheresti tu ai tuoi compagni?” a ciascun bambino, in sintesi un’estrema attenzione a far sì che tutti, ma proprio tutti, si sentissero ancora parte di un tutto improvvisamente fattosi briciole. E Pagnottella confermava il mio sentire, dicendomi che da quando aveva avuto la possibilità di rapportarsi/ricollegarsi con le maestre, sia pur dietro uno schermo, riquadro tra i riquadri di un puzzle di faccini dapprima frastornati e via via più distesi, non tanto i livelli di comprensione quanto il suo umore si erano risollevati.

Perchè – ed è questo ciò che mi ha fatto veramente male in questi mesi, molto più del dover assommare alle otto ore di smart working almeno un paio d’ore aggiuntive di vice-docenza per supportare una bambina che da proattiva e appassionata s’era trasformata in una specie di bradipo letargico – ecco…ciò che mi ha fatto veramente male è stato quanto ho appena menzionato: l’aver visto mia figlia regredire, in un crescendo di apatia e avversione per questo sistema di sostanziale “vomitamento compiti” che pure è durato mesi, e che tanto mi ricordava l’infelice uscita dell’altrettanto infelice ministra Azzolina sui famosi imbuti da riempire.

Camilla – son parole sue – in questi mesi s’è sentita abbandonata. Tradita. Messa all’angolo da alcune delle persone che stima(va) di più al mondo. E’ un’impressione, è soggettiva, è più che opinabile…ma di fatto, questo è quanto è successo qui. Il patto fragile che ha tenuto insieme presidi, insegnanti, studenti e genitori mi è parso quantomai sbilanciato, con dirigenti scolastici impreparati a gestire lezioni online, libri di testo inutilizzati, le molte e innovative potenzialità del digitale rimaste carta bianca. Zoom, per dire, lo usiamo tutti per le videoconferenze e decisamente non è una piattaforma per la didattica!

Eppure la pagella del secondo semestre saluta le scuole elementari in un tripudio di successi, mentre a me resta il dubbio se le insegnanti si accorgessero che in videolezione la Pagnottella rispondesse a stento, si alzasse o spegnesse proprio il video, tessendo una trama di silenziosi segnali d’insofferenza lanciati un po’ così, ad muzzum, ma che io alle sue spalle coglievo eccome.

Il problema è che il rischio di non tornare in aula a settembre, cavalcando onda del coronavirus, non si sa se per vera paura/prudenza o perché assist perfetto per quelle come la maestra dispensatrice di codici alfanumerici (…), è concreto.

D’altro canto l’Italia, fanalino di coda in tutte le classifiche sul digitale, non credo e voglio sperara non possa permettersi di cancellare le conquiste tecnologiche di questi primi, difficili mesi in cui s’è dovuta reinventare da capo.

L’auspicio, allora, è che a settembre sia didattica in aula, interattiva ma in presenza, ma anche moderna e inclusiva, tale da garantire a tutti le stesse condizioni di partenza. Perché è troppo facile “esser bravi” da casa con un genitore (o una nonna;-) che fa da vice-docente, mentre la magia del vero meastro è dosare in maniera sapiente quel mix di preparazione e improvvisazione che solo lo spazio fisico dell’aula consente, e far “diventare bravi” anche quelli che beh, marsupiali letargici un pochino lo sono sin dai blocchi di partenza.

Walking in Memphis. Ah no, non Memphis, AzzolinaLand

Vedete queste immagini che denotano la scarsa nulla padronanza dell’ABC della fotografia non-sovraesposta quassù..? Ecco. Sono scorci della mia città e le ho scattate stamattina alle 8, mentre macinavo la consueta tratta della smartworker forzata casa-centro città-caffé takeaway-e ritorno.

Ma perché soffermarsi su immagini di dubbio gusto, ivi comprese le calzature altamente professionali con cui mi cimento in cotanta marginale attività aerobica?

Ma perchè come persino le piante grasse sanno, già il binomio attività aerobica – me medesima suona credibile quanto…boh…Italia & Piano Pandemico (piano what?), o Vacanze 2020 e Prenotazioni Assennate. Non è un accostamento credibile, insomma, visto che al mio curriculum, alla voce Sport & Interessi, si legge punto croce, lettura, lettura in lingua, Netflix e divano. Okay, no, Netflix e divano no ma idealmente ci starebbero.

In ogni modo! Per vincere la sedentarietà coatta da smartworker dal 23 febbraio 2020 e scollarmi da quella che era una normale sedia da cucina ed è andata via via assumendo le sinuose forme della prezzolata Him/Her (altresì nota come sedia a sede*e)… incredibile ma vero, pare proprio io mi sia convertita alla marcia! O walking, o fitness su strada che dir si voglia, anche se la descrizione esatta rimane questa: agognato momento di evasione pre-lavoro volto al raggiungimento del caffé del cuore, della panetteria e di qualsivoglia esercizio commerciale aperto tra le 8 e le 9 di mattina, piedi ben ancorati sull’asfalto (o sul selciato, sul pavé, sui sanpietrini), cuffie nelle orecchie, inedita e godibilissima sensazione di star facendo, una volta tanto, qualcosa di buono solo per me (e che no, non è shopping).

E non, per dire, aiutare a completare una carta geopolitica della Toscana (in 5° elementare, addì 22 maggio, grazie alla merd poderosa didattica a distanza siamo arrivati dalle parti di Firenze, devo commentare?). E neanche ad aiutare qualcuno (di sesso maschile e coniugato) nella sempiterna ricerca del famoso calzino spaiato. Eccetera eccetera.

Sotto certi cieli tersi che dei giorni sembrano tavole laminate d’azzurro, la mattina è diventata il mio momento e la funzione Salute (questa sconosciuta) dell’Iphone la mia bussola e il mio medagliere. Perché ammiccante e motivante come soltanto la cartellonistica “saldi”, l’app mi ricorda che son partita un mesetto fa a colpi di 3, 4 km al dì mentre adesso, nelle giornate buone, ovvero in quelle che prevedono un’uscita non solo pre- ma anche post- lavoro arrivo a toccar picchi di 12 km rigorosamente on foot.

In quei giorni, raggiungo vette tali di olimpico benessere e natalizio buonumore che medito persino l’acquisto di una bicicletta, toh.

Poi penso alla quotidiana videolezione della minore che l’attende, ma di fatto attende (= interrompe) tutti alle 13.30 (TREDICIETRENTAAA signora miaaa), diciotto bambini ancora imbrattati di sugo e talvolta qualche ruttino che scappa a microfono acceso, e tutti i benefici aerobici della mia fantastica attività outdoor sapete dove vanno istantaneamente a finire, sì…?

Libri e lockdown, accoppiata azzardata

Cari amici quarantenati-ma-un-po’-meno!

Mettetevi comodi che per finire questo post c’ho messo tre giorni; perché no, questa quarantena non mi ha regalato né tempo da dedicare a me medesima né possibilità di coltivare nuovi skills, hobbies e neppure gerani. E tantomeno il tempo di coltivare il blog, com’è evidente.

Voglio comunque provare a raccontarvi delle mie assoltamente random letture da reclusa, partendo da una doverosa premessa.

Non ci voleva infatti l’Organizzazione per la Cooperazione e per lo Sviluppo – né le faccette contrite della Barbarella d’Urso nazionale nel suo contenitore trash pomeridiano – per riconoscere che, se già in condizioni di normalità le donne italiane occupate lavorano ogni giorno circa 4 ore in più degli uomini se al lavoro retribuito si somma quello domestico, un vero e proprio record (in negativo) in Europa, la quarantena ha almeno triplicato il peso dell’emergenza sulle loro spalle.

Perché se allo smart-working si assommano le consuete 4 ore extra di incombenze casalinghe, ma anche un numero di pasti domestici e/o commensali improvvisamente lievitato, la disinfestazione compulsiva di casa/spesa/abiti/ambienti, l’home schooling per chi ha figli in età scolare e un palinsesto di videolezioni partito, per dire, solo addì 11 maggio (ed ogni riferimento a fatti e persone…), senza parlare del contenimento delle intemperanze degli altri abitanti della casa perché si sa, la quarantena ha fatto sbarellare almeno un italiano su due…

ecco, se a otto ore di lavoro al PC (sempre per dire) s’assomma tutto il resto, questo maledetto COVID ha messo noi donne decisamente sotto scacco. E beninteso, la legnata poderosa è estesa anche alle casalinghe di professione, eh: nessuna donna di mia conoscenza portatrice sana di famiglia a carico s’è salvata, in termini di iper-carico, durante questo lockdown.

Si son salvate, immagino, le single – categoria che ho invidiato dal profondo delle viscere per tutti gli oltre sessanta giorni di quarantena “stretta” – che, sempre se la salute propria e altrui consentiva, chiaro, hanno invece magari approfittato di questo tempo sospeso per imprimere un twist persino in positivo alla loro daily routine – come dicono le blogger quarantenate in leggings e top mentre anncheggiano sul tapis roulant e mostrano la prima pastiera della vitah nelle loro IG stories tutte identiche.

Hobbies, ginnastica, letture… ecco, loro sì che magari ce l’han fatta! Perché qui – come già detto – col cavolo che il tempo libero per fare un po’ quello che ci pare s’è moltiplicato: s’è assottigliato al pari del mio girovita… perché care amiche di Fitv*a, Herbal*fe e affini…nulla affama e smagrisce più di una cazzuolata bella ricolma di stress, sappiatelo.

Ma bando alle ciance e alle premesse peraltro pure un po’ inutili, ché il leit motiv delle conversazioni, chat e zoommate con il 99,99% tra amiche, qui e in quarantena, è stato esattamente lo sproposito di lavoro atterrato sulla capoccia di noi mamme/mogli/massaie/maestre/maanchebasta.

Passiamo alle mie letture, che sì, per quando sembri un controsenso rispetto a tutto il pippone di cui sopra, tra marzo, aprile e questo scampolo di maggio sono state molte...sebbene abbastanza sfortunate.

Da quando il lockdown è iniziato, infatti, complice l’insonnia che credo abbia colpito la metà dello stivale, le due attività principali cui mi dedic(av)o dalle 5 o 6 del mattino son state il ricamo e i libri. Ah, e naturalmente l’acquisto online di materiale di supporto per entrambe le attività; il sito di Mani di Fata credo resisterà alla crisi anche grazie a me;)

Purtroppo, sulla scia del clima abbastanza angosciante soprattutto delle prime settimane di marzo, l’effetto immediato della reclusione domestica è stato una sorta di repulsione pressoché immediata per tutta la produzione scritta che mi capitasse tra le mani.

Avessi avuto davanti anche il nobel per la letteratura (anche se non c’era pericolo: i tre neuroni svegli all’alba potevano affrontare poco più dell’almanacco di Topolino) lo avrei probabilmente schifato. E’ andata leggermente meglio nelle settimane a venire, se non altro perché la lettura al far del sole rappresentava il mio angoletto d’evasione da una situazione domestica fattasi davvero ma davvero ma davvero (ho già detto: davvero?) pesante. Ora va meglio, e infatti le mie recensioni su Goodreads finalmente superano le due stelline e un quarto; se volete farvi due risate, le ho recuperate e inserite nei permalink.

Le mie prigioni letture in quarantena

A metà marzo la family tutta s’è intrippata di brutto (mmm…’na frase che sembra uscito dal TikTok della minore, aiut) per un drama coreano trasmesso da Netflix che non saprei come definire se non: unico nel suo genere. Mai, mai visto nulla di simile! La serie si intitola “Crash Landing on you” e racconta le peripezie di un’irresistibile ereditiera di Seul che a causa di un incidente col parapendio supera il 38° parallelo e finisce in terra nordcoreana. Qui incontrerà l’amore nella persona del (figherrimo) ufficiale Ri Jeong-hyuk e tutta la serie ruoterà attorno all’improbabile storia d’amore tra due protagonisti, ma soprattutto due civiltà, tanto diversi. Bello bello bello. Ma perché questa intro? Perché conquistata dalla storia di Yoon Se-ri e del suo militare/pianista (e mo’ basta che sennò vi svelo troppo: se avete Netflix, guardatela) ho ordinato alcuni libri aventi ad oggetto Corea del Sud e Corea del Nord:

Dalla Corea del Sud: vita da precaria tra neon e bandiere sciamaniche di Anna Maria Mariani. Due stellette soltanto: l’ho trovata un’occasione sprecata per dar la parola al Paese e far un passo indietro con l’autoreferenzialità. Bonus track: in compenso ho imparato la ricetta per il kimchi, il totemico cavolo fermentato che unisce tutti i coreani, dal nord al sud attraversando la zona demilitarizzata. La mia recensione su Goodreads è qui: https://www.goodreads.com/review/show/3275844755

Pyongyang Blues di Carla Vitantonio. Idem con patate anche spostandoci nell’impenetrabile Corea del Nord. Tantissime divagazioni, poca ditattura. Tutta la mia schizzinosità su: https://www.goodreads.com/review/show/3275847049

Finita la parentesi dell’Oriente, ho cercato suggestioni più vicine. E dunque:

Zero gradi di Roberta Colombo. Questa in realtà – mi ricorda il buon Goodreads – è la prima lettura che mi ha traghettata in quarantena. Nelle prime settimane a casa ordinavo libri a sorpresa da far recapitare anche ai miei genitori perché si svagassero un po’ e questo è stato uno di quelli, che poi mia madre mi ha passato. Per la verità, me lo ha passato tipo 24 ore dopo il passaggio del corriere con la raccomandazione di “tenermelo pure”: un segnale che non ho saputo cogliere? In realtà la storia è leggera e scorrevole e insomma si fa leggere anche in tempi di pigrizia claustrale. Per saperne di più: https://www.goodreads.com/review/show/3201605288

Vacanze inglesi di Joseph Connolly. Never judge a book by its cover, mai giudicare dalle apparenze, è quel che posso ripromettermi dopo aver macinato a fatica questo polpettone grottesco e triviale, che ha (letteralmente) una copertina bellissima, e che nelle intezioni dell’autore immagino dovesse risultare ironico/esilarante. Bonus track: è la seconda volta che lo compro, quanto potere gli zuccheri in copertina! L’ho demolito qui: https://www.goodreads.com/review/show/3235642659

La giusta distanza di Sara Rattaro. Idem come sopra: poiché la mia razionale e scientifica scelta libresca avviene, in un buon 50% dei casi, in virtù di una copertina appariscente, colorata, leziosa… le librerie di casa collezionano dorsi cromaticamente suggestivi ed io cocenti delusioni per storie definite illuminanti, struggenti, decadenti…ma che a me sembrano di una banalità sconcertante. Poi ripeto: di solito non sono così drastica, solo in prigionia domiciliare ho raggiunto il picco: https://www.goodreads.com/review/show/3156899700

Adulti di Caroline Hulse. E finalmente, gradita quasi (ho detto: quasi) quanto addì 4 maggio 2020 – fase due del lockdown – la commedia brillante di cui sentivamo un gran bisogno: padre e madre separati regalano alla figliola una vacanza alternativa nello Yorkshire con i rispettivi nuovi compagni. Si ride, si piange, sicuramente non è alta letteratura, ma preziosa compagnia per quarantenate insonni sì. Le mie quattro stelle di riconoscenza qui: https://www.goodreads.com/review/show/3187246711

Tropicario italiano di Fabrizio Petrarca. E dopo pochi acquisti fortunati, il saggio più interessante di tutta la quarantena: l’imperdibile caravanserraglio degli italiani in vacanza nelle località che un tempo erano esclusive ed ora irrimediabilmente “cafonal chic” occhieggiava già da mesi nella Billy di casa, pronto solo ad essere assaporato. Lentamente, molto lentamente, perché lo stile dell’autore è ricco, iperbolico, un continuo di rimandi e citazioni socio-letterarie da centellinare con criterio e ammirazione. Il mio bravo Fabrì è qui: https://www.goodreads.com/review/show/3215173955

Se chiudo gli occhi di Simona Sparaco. Vuoi per il mood cinerino da quarantena, vuoi per la stanchezza perenne avvinghiata alle ossa in queste giornate campali di superlavoro, questa autrice, che pure mi piace molto, qui non è riuscita a convincermi. Consiglio il suo Equazione di un amore, che ai tempi mi fece lacrimare come un vitello, ma non raccomando questo e qui vi spiego il perché: https://www.goodreads.com/review/show/3195594019

E i figli dopo di loro di Nicholas Mathieu. Ho davvero scritto “un imponente romanzo corale ambientato nella Francia post-industrale”? Pare di sì, perché la struttura è ambiziosa davvero, l’idea originale anche se nel complesso il mio giudizio è un ni, come ho scritto qui: https://www.goodreads.com/review/show/2965959919

Le fedeltà invisibili di Deplhine De Vigan. Tutte ma proprio tutte le storie (malate, per dirla alla Pagnottella) della De Vigan sortiscono l’immancabile effetto di un pugno dritto allo stomaco e questa non è da meno. Ma è un pugno ben assestato e un dolore che fa riflettere. Il mio poi è molto fresco perché ho terminato la lettura un paio di giorni fa e ne ho parlato qui: https://www.goodreads.com/review/show/3047849175

E a questo punto una doverosa ola da Curva Sud a chi, indomito e sprezzante della palpebra calante, è giunto fino a qui. In realtà sono molto tentata di aggiungere che ho un’altra torre pendente di libri sul comodino (accanto alla Nutella) ma dato che dalla quarantena dobbiamo sforzarci di uscire migliori (e uscire e basta) vi risparmierò. Andate in pace, e se almeno voi trovate mascherine a 50cent + IVA, battete un colpo.

Giorno 50: apologi, lacrime e mascherine nel verde

E fu così che al cinquantesimo giorno quella routine da VillArzilla fatta di riunioni via Zoom e budget costruiti a suon di tazze di Nescafé, ricerche su Sepulveda buonanima e Menenio Agrippa oratore (l’apologo sul Monte Sacro! E chi se lo ricordava?), gimkane serali verso all’area ecologica in monopattino e ricami su tele degne di quella di Penelope e ancora, conoscenza enciclopedica del palinsesto Netflix e scorpacciate di libri seconde solo a quelle di Nutella – comford food per antonomasia in tempi di pandemia – iniziò ad andarci stretto.

E dire che era iniziata così bene!

A inizio marzo, quando ero a casa in smart già da fine febbraio, quindi già ben calata nel pigi…, em, nella parte, si può dire mi fossi infilata in questa nuova modalità di segregata ON con una certa rilassatezza mista a rassegnazione: un po’ come si scivola in un paio di UGG, per capirsi: comodi, avvolgenti ma soprattutto solo il prologo della bella stagione che verrà.

Con il passare dei giorni, però, la stanchezza ha iniziato a farsi sentire. Perché non servono zuccherosi editoriali di Gramellini per spiegare che se prima dell’emergenza a parità di ore di lavoro fuori casa la suddivisione delle incombenze domestiche era già sbilanciata, la stessa non cambierà in tempi di pandemia. A parità di ore di lavoro non fuori ma da casa, la bilancia continuerà a penzolare tristemente dalla stessa parte e con la stessa inclinazione di prima, con l’aggiungersi del carico di novanta costituito dal dover ora pensare anche a due pasti al dì moltiplicati per tre col resto di due. Ah no, niente resto.

E certo, questa gestione da Medioevo nel 2020 è retrograda e ingiustificabile ma io sfido chiunque ad aprire le polemiche proprio in tempi di quarantena, quando già le tensioni casalinghe s’affettano col machete. Almeno da queste parti, dico.

Ma ciò che mi ha fatto davvero vacillare sono stati gli scoppi di pianto della minore, un paio di sere, fiumi inarrestabili di singhiozzi e lacrime così difficili da arginare, consolare, razionalizzare. Perché fin che sei tu che ti barcameni, zoppicchi, abbozzi…è una cosa; ma quando a collassare sotto il peso dell’immobilità, della lontananza dagli amici, dai nonni, da compagni e maestre è colei che hai più cara al mondo…eh beh, quello è tutto un altro paio di maniche. E hai voja a spiegarle la curva di Gauss e la dimunzione dei contagi: non so voi, ma come stiam messi non lo so bene neanch’io.

Perciò ora facciamo che il post caruccio sulle mie piccole/grandi ossessioni in tempi di pandemia lo riservo alla prossima volta:

oggi son contenta di appuntarmi qui che da quando le nostre passeggiate nel verde che, per nostra fortuna, occhieggia davvero a pochi passi da casa son diventate un rito quotidiano (seppur brevissimo) e ancora, da quando Camillozza ha iniziato a fare i compiti via FaceTime con le compagne, da quando son riuscita finalmente a dimostrarle che usare il tablet non solo per stordirsi di video demenziali su Tik Tok ma anche per le ricerche sulle zone carsiche non è solo un dovere ma anche un ottimo modo per non spegnersi di noia….va tutto decisamente meglio.

Eccezion fatta per chi mi cerca al telefono, visto che il mio smartphone è ormai l’appendice del suo braccio, novella Menenio Agrippa ai tempi della pandemia 2.0.

Avere 10 anni e 10 mesi ai tempi del Coronavirus

E insomma siamo arrivati ad aprile.

Mentre la curva dei contagi non accenna a distendesi, la natura esplosa in tutta la sua scintillante bellezza di verde smeraldo e verde pistacchio ci ricorda che sì, è primavera, anche se le scuole son chiuse dal cinque marzo e sei lunghissime settimane di fermo forzato han piegato sia adulti che bambini.

Rimbalzando disorientati in questo tempo inedito, ovattato e lattigonoso, le mamme lavoratrici riscoprono di avere in casa nuovi coinquilini (tuo marito e tua figlia, due presenze tanto fondamentali quanto sfuggenti in quel complicato gioco ad incastri che è la vita quotidiana in tempi di normalità, quando in pratica li incroci solo ‘a fine turno’ nei giorni di feriali e un po’ di più giusto nei festivi) mentre gli adolescenti si ritrovano a pronunciare frasi che manco nelle trame di Spielberg più ardite. Cose del tipo “Oh, mi manca la scuola!”, per intendersi.

Eppure a salvare i teenager dall’isolamento non fisico ma quantomeno sociale ci sono appunto loro, i social, croce e delizia di ogni genitore di millennials; e proprio le piattaforme online che ospitano le varie WeSchool e le altre classi digitali a domicilio contribuiscono a scandire le loro giornate, a vestire di una parvenza di normalità questa fetta di tempo e di spazio che di normale non han veramnte nulla.

Ma metti invece di avere 10 anni e 10 mesi, troppi per non renderti conto di quanto tutto questo sia anomalo ma troppo pochi per saper tenere insieme con un certo grado di autonomia i fili ingarbugliati della tua esistenza da una stanza di comando – la tua cameretta – a suon di pc, tablet, e smartphone.

Metti che le videolezioni, nella tua sia pur promettente quinta elementare spezzata a metà, non siano mai (ancora?) partite e che il tuo unico, concreto impegno settimanale consista nel trascrivere, al lunedì pomeriggio, la lista disorganica di compiti settimanali che arriva via Whattsup, e che dovrebbe in teoria tenerti impegnata sino al venerdì.

In teoria, perché poi di fatto il tuo corpicino stremato dalla sedentarietà e la tua testa che ha smarrito tutti i punti cardinali ti conciliano (almeno quello) sonore dormite sino alle 10 e mezza o alle 11 di mattina che nessuno trova il coraggio di interrompere. Finché non sei tu, contrita e stropicciata, a trascinarti a piedi scalzi verso la cabina di comando della mamma, che essendo la tua cameretta e la tua scrivania temporaneamente riconvertite a studio del papà, consiste nel tavolo antigraffio della cucina.

Il tempo per un bacio veloce e una scompigliata ai capelli – non che tu ne abbia bisogno: ogni santa mattina, l’impressione è che a svegliarti non sia stata la fame ma una bomba H esplosa sul comodino – e poi la tua mamma dovrà rituffarsi nella sua pioggia di mail, di conference call, di skype e di zoom meeting che faciliteranno pure la comunicazione aziendale, ma ti costringono a numeri da contorsionista quando, per dire, devi arrampicarti al ripiano del Nesquik sfuggendo all’occhio implacabile della telecamera accesa.

E così le tue mattine scivolano via pigre e inconcludenti, qualche compito seduta di fronte alla mamma – vicine eppure lontane, anche a casa! – il saluto quotidiano via FaceTime ai nonni, qualche pagina di “Io sono Ava” da sfogliare senza troppa convinzione e poi sino all’ora di pranzo neanche li vedrai insieme, la tua mamma e il tuo papà. Come se davvero fossero ognuno nel suo ufficio!

Ti va meglio dopo pranzo, perché questo mantra dello sfruttare la pandemia per riscoprire il tempo della famiglia, qui da te l’han presa tutti molto sul serio: la tua mamma e il tuo papà continuano a lavorare da casa, è vero, ma ciascuno ha definito il suo personale programma di casalinghitudine condivisa, assecondando le proprie inclinazioni personali per cercare occasioni di attività più o meno creative da fare con te.

E così, finalmente, dopo pranzo la tua tabella di marcia inizia ad assumere una sua forma, slabbrata e claudicante, okay, ma pur sempre forma, ecco:

Dunque Pagnettella, è lunedì! Stasera, non appena la mamma chiude il pc, ci mettiamo all’opera e prepariamo la torta di mele. Dopo cena torneo di Jenga e intanto il papà ti presta il telefono così puoi salutare Rachele/Max/Carola/Giorgia/Sofia/Gabriele/etc.

Evvai Pagnottella, finalmente venerdì! E la mamma lavora solo mezza giornata, yeah! Perciò niente compiti ma vorrei continuassi a leggere un po’. Poi appena fa una pausa, intercetti papà e insieme preparate una bella mail per il minimarket elencando tutte le cosine buone che vorreste mangiare…da qui a venerdì prossimo, ecco. Già che ci sei, fatti spiegare come creare un foglio di Excel, mmm? Poi tra un pochino scendiamo insieme all’area ecologica (wow) e tu potrai portarti dietro il monopattino. E dopo cena, Risiko!

Questi programmi cerchiamo di formularli ed esplicitarli ogni giorno, perché se anche il virus ha reso le traettorie delle nostre vite adulte simili quelle di palline da flipper impazzite, credo sia nostro dovere di genitori puntellare perlomeno quelle poche, precarie certezze rimaste ai nostri figli, indipendemente dalla loro età.

(Poi sarei ipocrita se non dicessi che nello sforzarmi maldestro di farlo, sono assalita da mille dubbi e mille paure, novecento delle quali convogliano proprio su di te, bambina mia, che sei figlia unica ed ora tendi a far uso del tablet come del fratello che non hai….)

Ma poi, di ritorno dall’area ecologica, mentre le nostre ombre s’allungano sull’asfalto e i miei passi frettolosi rimbombano, tanto è irreale e assordante il silenzio che ci circonda, tu mi sfrecci accanto sul tuo monopattino e il bel sorriso che s’allarga dietro la mascherina troppo grande per te lo rivelano i tuoi occhi a mezzaluna, due pozzetti color del mare di tenerezza e coriaceo spirito d’adattamento.

“Sai cosa mi piace di questa quarantena, mamma?” “Mmm, vediamo, svegliarsi alle dieci anziché alle sette e mezza ogni mattina?” “Riprova!” “Ah, ci sono! Il tuo amichetto Max che un giorno su due ti dà la sveglia, con un’esilarante, sconclusionata videochiamata da quel di Siena…?” “Mmm…non stavo pensando a questo ma sì, questo è positivo, in effetti. Ma no, quel che è bello, mamma, è che adesso che non abbiamo più il permesso di far praticamente niente, passiamo un sacco di ore tutti e tre assieme sul divano, e io in mezzo a voi, come in un sandwich dal sapore buonissimo!”

E mentre la mia città continua a trattenere il respiro, dietro la mia mascherina io me ne lascio sfuggire uno lunghissimo.

“Andrà tutto bene” – a prezzo di migliaia di vite umane – non è un motto che ho mai sentito molto mio, tant’é che qui il disegno con l’arcobaleno che sorride giulivo non lo abbiamo neanche fatto.

Però andrà, questo sì, in qualche modo andrà, se non altro perché tutto scorre & panta rei: e tu, Pagnettella, continuerai a crescere sotto i nostri occhi ammirati dispensando pillole di saggezza under 18; ed io non potrò che continuare a ringraziare chi, lassù, 10 anni e 10 mesi fa, ha messo sul mio cammino queste due incredibili mezzelune blu, capaci di scorgere persino il lato tenero di un’epidemia.

Appunti di (non) normalità da quarantena

In queste lunghe settimane apocalittiche e surreali, dopo almeno dieci risvegli consecutivi prima dell’alba con cuore in gola e un “no, no, dimmi che è stato un sogno, dimmi che non è ver…nooo, lo è” in testa, ho maturato almeno una convinzione. Le pandemie, come le calamità naturali, hanno perlomeno un risvolto positivo: quando è in gioco la sopravvivenza, ti portano a spazzar via tutto il superfluo e a ridare la giusta importanza a ciò che realmente conta. Relazioni umane innanzitutto.

Involontario barometro delle emozioni e del sentire altri, il dannato COVID-19 ha scoperchiato quelli che per me son stati una serie di rivelatori vasi di Pandora. Persone che chiamano e scrivono con assiduità, genuinamente interessati a come stai, a come affronti l’inedita reclusione forzata, che estendono il loro interesse e il loro pensiero ai tuoi genitori anziani, ai suoceri, ai tuoi cari; persone che da mattino e sera si sentono in dovere di tirar su le tue labbra piegate dall’amarezza a colpi di barzellette, video-parodia e cori di discutibile gusto; e ancora, persone il cui spessore intellettivo si rivela essere quello di un bastoncino di merluzzo e che tuttavia, quando tu inizi a pensare che la tua capacità di pensiero si sia rattrappita e la tua testa ospiti solo palline scoppietanti (ma vuote) di pluriball, hanno il grande pregio di farti tornare a sentire non dico intelligente ma quantomeno lucido. Consapevole. E di conseguenaza, preoccupato.

Non possiamo nasconderci dietro un dito: quest’epidemia/ormai pandemia è davvero un’apocalisse, una sciagura come poche prima al mondo, e se talora lo sgomento si fa vertigine, senso di impotenza, abissi di paura e fiumi di pianto non dobbiamo vergognarcene, anzi. Personalmente, mi farei qualche domanda se la mia unica reazione fosse spammare l’etere di orrendi fotomontaggi Paint.

Poi, chiaro, l’istinto di sopravvivenza soccorre tutti ed allora, nel fortunato evento in cui non si contino parenti attaccati ai respiratori, si cerca e si deve vestire di una parvenza di normalità questo inanellarsi sempre uguale di giornate sospese che tutto sono, tranne che normali.

Qui a casa Koala, per esempio, la (non) normalità è fatta di (tanto) smart-working, il che mi ha portato ad ordinare una panciuta sedia da ufficio per ovviare al mal di schiena perenne da seduta rigida della cucina; di giochi di società e di un inedito marito che si cala nei panni del masterchef de noiarti la domenica mattina; e ancora, la (non) normalità sono capriole di coccole e solletico al risveglio nel lettone al mattino ed odi unanimi alla vasta libreria di Netflix la sera, sul divano: la deliziosa sudcoreana “Crash landing on you” è al momento sul podio tra le serie in visione su questi lidi.

Ma la (non) normalità è anche far conversazione coi vicini terrezzati rimescolando pigri il Nescafé del dopo pranzo – vicini con cui magari sino all’altroieri non ci si scambiava neanche un ciao; okay, togliamo pur il magari; il (non) normale è sciabattare rassegnati su un parquet lucido come mai prima per cercare l’apribottiglie da una spolverata di cassetti ordinati e precisetti come manco quando ci montarono la cucina, nel glorioso luglio 2010. La (non) normalità è ricamare cuccioli ciuffosi di Fox Terrier per un’amica e nel farlo sospirare e chiederti chissà quando riuscirai anche a consegnarle, i suoi ricami.

E’ tutto (non) normale, è tutto maldestro e improvvisato perché ormai anche l’intimità forzata delle tue quattro mura ha perso il suo potere implicito di farti sentire al riparo dal mondo, inghiottito da una faglia sismica nel tempo di un: Wuhan che?

E’ (non) normale, lo so, ma anche l’unica non-normalità che conosco al momento.

Perciò avanti tutta.

Che indietro, di sicuro, non si torna…

C’è qualcosa di smart, ai tempi del Coronavirus

Quando ho pubblicato questa foto su IG volevo essere caustica. Tempo 24 ore e non era più ironica ma oggetto di quesiti del tipo: “Ti preeego mi dici dove hai trovato ancora mascherine omologate?! e gel per le mani?!” AHI

Cari amici virologi e non!

L’idea originaria di tornare a spammare l’etere con recensioni libresche di dubbia utilità è stata spazzata via repentina dall’ombra lunga del COVID-19, il nuovo import ed ormai anche export cinese di cui tutti avremmo fatto tanto volentieri a meno. Ma tant’è.

Alquanto scettica sulla concreta utilità delle ordinanze draconiane della mia regione, stenderò un velo pietoso su quella landa spettrale in cui s’è trasformata Torino nel giro di neppure 24 ore, passando dal caos della movida del sabato sera al deserto del Gobi della domenica all’ora di pranzo:

mutazione toccata con mano, giacché ieri pasteggiavamo nel locale centralissimo di amici in cui di norma ci si siede a suon di spintoni. Ieri alle 13: tre tavoli, incluso il nostro, più un loquace vecchietto con due canetti al guinzaglio restio ad abbandonare il bancone del bar, credo perché in cerca di un po’ di calore umano. Perché fuori, come detto, il nulla cosmico.

Ora, io non so se ci voleva una presunta (ma non reale) pandemia, a far scattare gli interruttori alogeni dell’illuminazione ai piani alti di multinazionali, enti pubblici e piccole-medie aziende, ma anche qui evito di pormi domande e mi limito a esultare:

finalmente, per chi scrive, è tempo di smart working!!!

Ebbene sì! Dopo anni passati a battagliare per il riconoscimento normativo della possibilità di lavorare in remoto quando si svolgono attività che per il 30, 50 o 90% del tempo non richiedono la presenza del lavoratore in ufficio… forse forse ci siamo.

Nessuna ratificazione normativa, nessun adeguamento contrattuale, okay, ma sin da venerdì sera, per dire, dalle mie parti le alte sfere si sono pronunciate a favore del telelavoro. Limitatamente a questa finestra d’emergenza, okay, ma per come la vedo io potrebbe anche rivelarsi un banco di prova, un apripista…una futura conquista, chissà!

Io ci spero tantissimo. Un pomeriggio trascorso a scaricare report, aggiornare tool e sparare mail a raffica acciambellata sulla poltrona di vimini sul terrazzo, bibita zuccherina, maglietta di cotone e sole allo zenit sulla capoccia (e sullo schermo retroilluminato, e vabbeh) inframezzati dai bacetti di Camillozza – che aveva ricevuto ordine di rispettare privacy e concentrazione della mater familias ed ha obbedito come un soldatino, bacetti spot esclusi – e già sento di non poterne più fare a meno.

Quando ho reclinato lo schermo di (questo) PC era trascorsa un’ora e mezza in più rispetto al consueto orario di lavoro, la stessa ora che normalmente avrei impiegato a imprecare contro i disservizi della GTT, dei treni, di mio marito soggetto a sequestri serali in ufficio (…) se avessi dovuto fare, come sempre, la pendolare.

Quanto durerà questo estemporaneo assaggio di libertà? Beh, almeno a sino a venerdì, stando alla newsletter aziendale.

Sono preoccupata per la diffisione del virus in terre sabuade (ma anche non)? Chiaro; ma vorrei vivere, nel mentre. Sono frastornata e sconcertata al cospetto di una psicosi dilagante, con la gente che si litiga le Diperdì Aia e fa incetta di casse d’acqua quando esiste l’acqua potabile?! Molto.

Ma quanto son felice, da 0 a 100, di poter finalmente lavorare da casa, pranzare con la mia piccina, sorseggiare il caffé con i miei ed infilare, per dire, le ennemila foto del biennio 2017-18 negli appositi album foto, acquistati e mai s-cellofanati causa tempo di approvvigionamento NP, non pervenuto?

Mentre scrivevo mi sono interrotta per parlare al telefono con mia cugggina, mia cugggina. Il 4° malato di COVID-19 torinese è un suo collega, che lei non conosce. Ergo ditta e succursali chiuse, più tamponi previsti per colleganza tutta…e stiam parlando di oltre mille persone. Com’è che si diceva qualche anno fa? Bene, ma non benissimo.

Ma almeno non toccatemi l’unico risvolto smart, vi prego.

Work in progress

Dicesi “tuta di cortesia” …

…l’abbigliamento wannabe sportivo che non assolve manco per errore ai fini aerobici/ginnici/tonificanti per cui è stato concepito, ma si presta in maniera eccellente alla vestizione facile del sabato e/o della domenica mattina – una felpa, un leggings e una sneaker & sei pronta a scendere al bar e all’edicola sotto casa. Tipo starlette di Hollywood nel weekend senza essere a Hollywood. Nè una starlette. Solo nel weekend, eam.

E salvo poi sentirti domandare com’è andata la corsa, o se ti sei convertita anche tu allo squat. Emmmmmmmmm.

E comunque questo l’ho già scritto su IG e invece il post vorrebbe suggerire (a fatica, mi rendo conto) che qui su queste pagine raminghe l’aggiornamento è in corso:

a breve vi parlerò di tutti, ma proprio tuuuutti i libri letti nel 2019, che secondo quel prodigio tra le App prodigio che risponde al nome di Goodreads sono ben 51. Cinquantuno! Uno a settimana, ma non è pazzesco?

WOW… o forse ARG?! No perché… io tendenzialmente leggo (o ricamo) quando sono preda dell‘insonnia. E dunque, forse, più che da compiacersi qui c’è da consultare un medico, ma uno bravo davvero…

Welcome to 2020!

Cari amici vicini, lontani e immaginari! Spero innanzitutto di ritrovarvi bene all’inizio di questo nuovo e panciuto 2020; che nelle feste abbiate mangiato come facoceri, avvolto d’abbracci gratuiti sconcertati sconosciuti e viaggiato lungo traettorie ariose, non importa se geografiche o della fantasia.

Per quanto mi riguarda, i bordi di questa pagine maculati di ruggine pixelata mi confermano che sì, se non è una vita sono almeno un paio di mesi che latito da questi schermi: il lavoro, sul finire dell’anno, m’ha abbastanza stritolata, sicché nello scarso tempo libero rimasto ho preferito dar spazio ad un po’ di sempre sana manutenzione di vita sociale che a provare a darle voce con la solita prosa torrenziale. V’è andata bene, ‘nsomma;-)

E mentre nei bar virtuali di Twitter la polemica tra l’uso corretto di decade (all’inglese) e decennio (all’italiana) imperversa, secondo solo a quello sul colore politico degli spettatori del nuovo film di Zalone (ti è piaciuto? batti il cinque, cinquestelle! non ti è piaciuto? vade retro, xenofobo!) voglio comunque provare a ricordare, se non in parole almeno in immagini, i fatti salienti di questo ultimo scorcio di 2019.

Halloween 2019. Di questa serata ricorderò l’uscita con l’amica M. Elena, consueti scrosci di risa, brindisi con Cosmo ben dosati ma anche insperati spunti illuminanti in vista dell’iscrizione in prima media della minore.

Novembre 2019, l’amico Sam festeggia i suoi 50 anni in un locale per gggiovani sull’orlo limaccioso del Po. Bollicine e discomusic, e chi siamo noi ex ragazze del Cocoricò per tirarci indietro..?

Dicembre 2019, primo saggio di ginnastica ritmica per Pagnott’. Sarò di parte, ma io un elfo così puccioso non l’ho mai visto.

It’s Xmas time! Tempo di rispolverare il solito alberello animalier – mentre un enigmatico Juan Luis circuisce la nostra Gems su Canale 30 del digitale terrestre, ndr – e tempo anche di rispolverare la tradizionale tavolata del 26, a questo giro a casa koala. Com’è che scrisse David Foster Wallace? Una cosa divertentissima che non farò mai più;-)

Non è Natale se le tre bbbionde non si ritrovano almeno per un brindisi. In questa istantanea in zona S. Salvario, due algide bellezze sorridenti ed una terza presenza evidentemente offuscata da dosi massive di Diclofenac.

E finalmente, happy new year! Qui abbiamo salutato l’agognato 2020 con un Capodanno in quota, carburati da amici festosi, sostenuti da salvifici cerotti Thermocare e rimpinzati come tacchini del Thanksgiving da un catering particolarmente prodigo. Ed ora, let’s get it started, gente!

L’inizio del declino

A lungo ho creduto che l’inizio del declino coincidesse con quella fase della vita in cui, senza neanche rendertene conto, incominci a bombardare il prossimo tuo con un’antologia non richiesta di ricordi, aneddoti, memorie più o meno guadenti ma sempre e comunque attraversate da una vena potentissima di nostalgia e rimpianto, il cui sottinteso è: allora sì, che si ragionava!

Ahhh… ai miei tempi, quando i pullover si scegliavano su Postalmarket! (e quindi? adesso non lo fai mai su Yoox?)

Ahhh…quando Claudio Cecchetto lanciava il Gioca Jouer e un ballo di gruppo raggiungeva il primo posto in classifica e vendeva mezzo milione di copie! (solo io mi ritrovo ancora a dormire, salutare, autostop, starnuto, camminare, nuotare per poi migrare a la playa a ritmo dei Righeira ad ogni singola festa di compleanno/matrimonio/anniversario/laQualunque..?)

Ahh… ai miei tempi, quando i paninari sfoggiavano le felpe Best Company, i jeans sopra le caviglie, i giacconi Moncler, l’Invicta a righe e i calzettoni Burlington! (appostatevi all’uscita di una scuola superiore privata nell’annus domini 2019 e rispondetevi da soli).

Sta di fatto che in questi ultimi mesi, mentre queste pagine accumulavno non gomitoli ma gattini di polvere, trasformandosi in una sorta di dismesso gattile elettronico, ho realizzato con sconcerto che il mio personale inizio del declino è già in atto e non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con i memoir generazionali. Io guardo avanti…peccato che punti al domani dietro lenti da presbite e con miraggi da VillArzilla!

Ma ecco a voi in rigoroso ordine sparso i 6 segnali inconfutabili che il mio declino è già in atto.

Dyson V11. Babbo Natale prendi appunti perché te lo ritroverai sulla letterina.
  • Il mio oggetto dei desideri dell’anno è un elettrodomestico Dyson. Solo che non si tratta del (parrebbe) miracoloso set di spazzole Styler Airwrap, fautrici di onde e ricci beyonceiani, no. Il mio elettrodomestico del corazon è il mitico aspirapolvere verticale senza fili, che con i suoi 14 cicloni concentrici generati con un clic – qualunque cosa essi siano, ndr – promette di aspirare anche gli atomi scomposti e i neutrini del Cern. Prima di compiere 40 anni, se mi fosse stato anche solo ventilato come presente natalizio un aspirapolvere, avreste ricevuto notizie del malcapitato donatore sulle pagine della cronaca nera.
Dita a martello: che piaga!
  • Per anni, da bambina, ho sorriso con mia cugina Valeria ai tragicomici, inarrestabili racconti di mia nonna materna aventi ad oggetto il suo alluce valgo, i suoi calli e i suoi duroni. Nonna Mariuccia meets The Podologo era un format esilarante e apparentemente inesauribile, ma solo di recente ho iniziato ad apprezzarne la grande lungimiranza e la profonda realtà: le mie dita a martello sono una piaga! Mi fanno male 8 paia di scarpe su 10 e vabbeh che adesso viriamo all’inverno e posso rifugiarmi nei morbidi e pellicciosi (simil)Ugg ma…che patimento! Credo di aver ammorbato la mia vicina di scrivania quella vaganota di volte, questa estate, perché incapace di trovare un solo modello di sandalo semichiuso che non mi provocasse all’istante sfregamenti, piaghe e vesciche. Appassionante…come un tallone calloso, nevvero?
Chi va piano va sano e va lontano. Ma lontano da me.
  • Ho sviluppato un vero e proprio odio per chi cammina piano. Lo so, lo so, c’è un mondo là fuori, e forse anche voi ne fate parte, che ama prendersela con calma, indugiare sul pavé occhieggiando le vetrine (o il display del cellulare) ma…per Dio, inserite una marcia superiore al freno a mano quando i marciapiedi sono stretti e alle vostre placide terga create code degne del Raccordo Anulare al venerdì sera! Un tempo, e che ve lo dico a fare? non prestavo la benché minima attenzione all’andatura di chicchessia. Neanche alla mia, credo.
Intanto, averceli.
  • Non mi ritrovo a citare solo mia nonna, no! Mi ritrovo addirittura a citare mia madre, quando è notorio che la figlia femmina è un mammifero concepito per contestare la propria genitrice, ohibò. Ora, mia nonna stava al podologo come mia mamma sta al motto di: “Chi più spende, meno spende”. Ed io, dopo lustri di shopping low cost d’impulso e migliaia di euro devoluti alla causa di Zara, Stradivarius, H&M e compagnia e montagne di paccottiglia pailettata/perlinata/fiocchettata vista, presa & MAI mai indossata (me cretina: I know) che a distanza di mesi veniva poi puntualmente regalata in blocco a giovani cugine, vicine di case e amiche di amiche di… temo proprio di aver sposato la causa materna. Adesso i miei carrelli, reali e virtuali, tracimano di capi MAAA…io procedo all’acquisto solo dopo un’accurata selezione frutto di scientifiche valutazioni. E’ 100% cotone/lana/pelle? Gli orli son degni di questo nome o destinarsi a sfaldatasi come il leggendario mini abito di Charlize Theron in un vecchio spot tv? Prenderà fuoco solo a guardarlo? Mi farà male? (v. punto precedente). E via discorrendo. Il risultato è, innegabilmente, che compro meno ma compro meglio. Spendendo sempre quanto spendevo prima. E cioé, eam…troppo 😀
Perdonami Sòra Luisa per averti sempre ignorata!
  • In linea con il mio nuovo approccio alla spesa, ma soprattutto indice di un indiscutibile invecc… em, declino, una confessione cui siete liberi di reagire manifestando l’horror vacui: le linee di Luisa Spagnoli non mi fanno più così (posso dirlo?) schifo. Si dà il caso che due vetrine pastellose/bouclettose del celebre marchio per signore (ove l’aggettivo qualificativo “mature” è omesso solo perché sottinteso dalla conformazione trapezoidale delle spalle dei blazer sui manichini, ndr) che occhieggiano a cinquanta metri scarsi dal mio ufficio ma mai, mai e ripeto MAI avevano attirato il mio sguardo sino alla primavera scorsa calamitino adesso, qualche volta (qualche) la mia attenzione. Un certo tipo di tubino-sciccosino, di longuette al ginocchio né-lunga-né-corta, di spolverino-elegantino-ma-non-leccatino non mi dispiacciono più così tanto. Non ci faccio un pensierino solo perché anche i prezzi sono da marchio per signore (aggettivo sottinteso: benestanti, molto benestanti) ma soprattutto perché nella mia hometown ho ormai trovato la mia boutique del cuore: quella di un’altra Luisa (combinazione!), autentica artista della sartoria che propone capi intramontabili e super modaioli al tempo stesso, shakerando il classico con quel tocco d’estro che li rende al contempo originali e portabilissimi. E che mi salva dalla deriva impietosa al Nonna Abelarda style.
  • 6. “Ma non avevi smesso?!” mi ha domandato salendo di alcune ottave la mia augusta genitrice un paio di sere fa, lo sguardo perplesso su una tovaglia in tela AIDA che è quella che vedete…em, istoriata a colpi di fili DMC qui sopra. Avevo smesso, è vero. Ma quando sei agéé dentro, le vecchie abitudini sono dure a morire. E così, da qualche mese, la scatola del ricamo è la fida compagna delle mie pazze, pazze notti tutte divano, copertina e Netflix, sotto gli sguardi egualmente perpliti di marito e figlia (“ma un giorno diventerò anch’io così?! oddioooo…!!”)

E voi, amisciii e amicheee all’ascolto, avete già iniziato la vostra personale discesa non nella terza, non nella quarta ma nella quinta età? Quali indizi ve lo fanno pensare?