Work in progress

Dicesi “tuta di cortesia” …

…l’abbigliamento wannabe sportivo che non assolve manco per errore ai fini aerobici/ginnici/tonificanti per cui è stato concepito, ma si presta in maniera eccellente alla vestizione facile del sabato e/o della domenica mattina – una felpa, un leggings e una sneaker & sei pronta a scendere al bar e all’edicola sotto casa. Tipo starlette di Hollywood nel weekend senza essere a Hollywood. Nè una starlette. Solo nel weekend, eam.

E salvo poi sentirti domandare com’è andata la corsa, o se ti sei convertita anche tu allo squat. Emmmmmmmmm.

E comunque questo l’ho già scritto su IG e invece il post vorrebbe suggerire (a fatica, mi rendo conto) che qui su queste pagine raminghe l’aggiornamento è in corso:

a breve vi parlerò di tutti, ma proprio tuuuutti i libri letti nel 2019, che secondo quel prodigio tra le App prodigio che risponde al nome di Goodreads sono ben 51. Cinquantuno! Uno a settimana, ma non è pazzesco?

WOW… o forse ARG?! No perché… io tendenzialmente leggo (o ricamo) quando sono preda dell‘insonnia. E dunque, forse, più che da compiacersi qui c’è da consultare un medico, ma uno bravo davvero…

Welcome to 2020!

Cari amici vicini, lontani e immaginari! Spero innanzitutto di ritrovarvi bene all’inizio di questo nuovo e panciuto 2020; che nelle feste abbiate mangiato come facoceri, avvolto d’abbracci gratuiti sconcertati sconosciuti e viaggiato lungo traettorie ariose, non importa se geografiche o della fantasia.

Per quanto mi riguarda, i bordi di questa pagine maculati di ruggine pixelata mi confermano che sì, se non è una vita sono almeno un paio di mesi che latito da questi schermi: il lavoro, sul finire dell’anno, m’ha abbastanza stritolata, sicché nello scarso tempo libero rimasto ho preferito dar spazio ad un po’ di sempre sana manutenzione di vita sociale che a provare a darle voce con la solita prosa torrenziale. V’è andata bene, ‘nsomma;-)

E mentre nei bar virtuali di Twitter la polemica tra l’uso corretto di decade (all’inglese) e decennio (all’italiana) imperversa, secondo solo a quello sul colore politico degli spettatori del nuovo film di Zalone (ti è piaciuto? batti il cinque, cinquestelle! non ti è piaciuto? vade retro, xenofobo!) voglio comunque provare a ricordare, se non in parole almeno in immagini, i fatti salienti di questo ultimo scorcio di 2019.

Halloween 2019. Di questa serata ricorderò l’uscita con l’amica M. Elena, consueti scrosci di risa, brindisi con Cosmo ben dosati ma anche insperati spunti illuminanti in vista dell’iscrizione in prima media della minore.

Novembre 2019, l’amico Sam festeggia i suoi 50 anni in un locale per gggiovani sull’orlo limaccioso del Po. Bollicine e discomusic, e chi siamo noi ex ragazze del Cocoricò per tirarci indietro..?

Dicembre 2019, primo saggio di ginnastica ritmica per Pagnott’. Sarò di parte, ma io un elfo così puccioso non l’ho mai visto.

It’s Xmas time! Tempo di rispolverare il solito alberello animalier – mentre un enigmatico Juan Luis circuisce la nostra Gems su Canale 30 del digitale terrestre, ndr – e tempo anche di rispolverare la tradizionale tavolata del 26, a questo giro a casa koala. Com’è che scrisse David Foster Wallace? Una cosa divertentissima che non farò mai più;-)

Non è Natale se le tre bbbionde non si ritrovano almeno per un brindisi. In questa istantanea in zona S. Salvario, due algide bellezze sorridenti ed una terza presenza evidentemente offuscata da dosi massive di Diclofenac.

E finalmente, happy new year! Qui abbiamo salutato l’agognato 2020 con un Capodanno in quota, carburati da amici festosi, sostenuti da salvifici cerotti Thermocare e rimpinzati come tacchini del Thanksgiving da un catering particolarmente prodigo. Ed ora, let’s get it started, gente!

L’inizio del declino

A lungo ho creduto che l’inizio del declino coincidesse con quella fase della vita in cui, senza neanche rendertene conto, incominci a bombardare il prossimo tuo con un’antologia non richiesta di ricordi, aneddoti, memorie più o meno guadenti ma sempre e comunque attraversate da una vena potentissima di nostalgia e rimpianto, il cui sottinteso è: allora sì, che si ragionava!

Ahhh… ai miei tempi, quando i pullover si scegliavano su Postalmarket! (e quindi? adesso non lo fai mai su Yoox?)

Ahhh…quando Claudio Cecchetto lanciava il Gioca Jouer e un ballo di gruppo raggiungeva il primo posto in classifica e vendeva mezzo milione di copie! (solo io mi ritrovo ancora a dormire, salutare, autostop, starnuto, camminare, nuotare per poi migrare a la playa a ritmo dei Righeira ad ogni singola festa di compleanno/matrimonio/anniversario/laQualunque..?)

Ahh… ai miei tempi, quando i paninari sfoggiavano le felpe Best Company, i jeans sopra le caviglie, i giacconi Moncler, l’Invicta a righe e i calzettoni Burlington! (appostatevi all’uscita di una scuola superiore privata nell’annus domini 2019 e rispondetevi da soli).

Sta di fatto che in questi ultimi mesi, mentre queste pagine accumulavno non gomitoli ma gattini di polvere, trasformandosi in una sorta di dismesso gattile elettronico, ho realizzato con sconcerto che il mio personale inizio del declino è già in atto e non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con i memoir generazionali. Io guardo avanti…peccato che punti al domani dietro lenti da presbite e con miraggi da VillArzilla!

Ma ecco a voi in rigoroso ordine sparso i 6 segnali inconfutabili che il mio declino è già in atto.

Dyson V11. Babbo Natale prendi appunti perché te lo ritroverai sulla letterina.
  • Il mio oggetto dei desideri dell’anno è un elettrodomestico Dyson. Solo che non si tratta del (parrebbe) miracoloso set di spazzole Styler Airwrap, fautrici di onde e ricci beyonceiani, no. Il mio elettrodomestico del corazon è il mitico aspirapolvere verticale senza fili, che con i suoi 14 cicloni concentrici generati con un clic – qualunque cosa essi siano, ndr – promette di aspirare anche gli atomi scomposti e i neutrini del Cern. Prima di compiere 40 anni, se mi fosse stato anche solo ventilato come presente natalizio un aspirapolvere, avreste ricevuto notizie del malcapitato donatore sulle pagine della cronaca nera.
Dita a martello: che piaga!
  • Per anni, da bambina, ho sorriso con mia cugina Valeria ai tragicomici, inarrestabili racconti di mia nonna materna aventi ad oggetto il suo alluce valgo, i suoi calli e i suoi duroni. Nonna Mariuccia meets The Podologo era un format esilarante e apparentemente inesauribile, ma solo di recente ho iniziato ad apprezzarne la grande lungimiranza e la profonda realtà: le mie dita a martello sono una piaga! Mi fanno male 8 paia di scarpe su 10 e vabbeh che adesso viriamo all’inverno e posso rifugiarmi nei morbidi e pellicciosi (simil)Ugg ma…che patimento! Credo di aver ammorbato la mia vicina di scrivania quella vaganota di volte, questa estate, perché incapace di trovare un solo modello di sandalo semichiuso che non mi provocasse all’istante sfregamenti, piaghe e vesciche. Appassionante…come un tallone calloso, nevvero?
Chi va piano va sano e va lontano. Ma lontano da me.
  • Ho sviluppato un vero e proprio odio per chi cammina piano. Lo so, lo so, c’è un mondo là fuori, e forse anche voi ne fate parte, che ama prendersela con calma, indugiare sul pavé occhieggiando le vetrine (o il display del cellulare) ma…per Dio, inserite una marcia superiore al freno a mano quando i marciapiedi sono stretti e alle vostre placide terga create code degne del Raccordo Anulare al venerdì sera! Un tempo, e che ve lo dico a fare? non prestavo la benché minima attenzione all’andatura di chicchessia. Neanche alla mia, credo.
Intanto, averceli.
  • Non mi ritrovo a citare solo mia nonna, no! Mi ritrovo addirittura a citare mia madre, quando è notorio che la figlia femmina è un mammifero concepito per contestare la propria genitrice, ohibò. Ora, mia nonna stava al podologo come mia mamma sta al motto di: “Chi più spende, meno spende”. Ed io, dopo lustri di shopping low cost d’impulso e migliaia di euro devoluti alla causa di Zara, Stradivarius, H&M e compagnia e montagne di paccottiglia pailettata/perlinata/fiocchettata vista, presa & MAI mai indossata (me cretina: I know) che a distanza di mesi veniva poi puntualmente regalata in blocco a giovani cugine, vicine di case e amiche di amiche di… temo proprio di aver sposato la causa materna. Adesso i miei carrelli, reali e virtuali, tracimano di capi MAAA…io procedo all’acquisto solo dopo un’accurata selezione frutto di scientifiche valutazioni. E’ 100% cotone/lana/pelle? Gli orli son degni di questo nome o destinarsi a sfaldatasi come il leggendario mini abito di Charlize Theron in un vecchio spot tv? Prenderà fuoco solo a guardarlo? Mi farà male? (v. punto precedente). E via discorrendo. Il risultato è, innegabilmente, che compro meno ma compro meglio. Spendendo sempre quanto spendevo prima. E cioé, eam…troppo 😀
Perdonami Sòra Luisa per averti sempre ignorata!
  • In linea con il mio nuovo approccio alla spesa, ma soprattutto indice di un indiscutibile invecc… em, declino, una confessione cui siete liberi di reagire manifestando l’horror vacui: le linee di Luisa Spagnoli non mi fanno più così (posso dirlo?) schifo. Si dà il caso che due vetrine pastellose/bouclettose del celebre marchio per signore (ove l’aggettivo qualificativo “mature” è omesso solo perché sottinteso dalla conformazione trapezoidale delle spalle dei blazer sui manichini, ndr) che occhieggiano a cinquanta metri scarsi dal mio ufficio ma mai, mai e ripeto MAI avevano attirato il mio sguardo sino alla primavera scorsa calamitino adesso, qualche volta (qualche) la mia attenzione. Un certo tipo di tubino-sciccosino, di longuette al ginocchio né-lunga-né-corta, di spolverino-elegantino-ma-non-leccatino non mi dispiacciono più così tanto. Non ci faccio un pensierino solo perché anche i prezzi sono da marchio per signore (aggettivo sottinteso: benestanti, molto benestanti) ma soprattutto perché nella mia hometown ho ormai trovato la mia boutique del cuore: quella di un’altra Luisa (combinazione!), autentica artista della sartoria che propone capi intramontabili e super modaioli al tempo stesso, shakerando il classico con quel tocco d’estro che li rende al contempo originali e portabilissimi. E che mi salva dalla deriva impietosa al Nonna Abelarda style.
  • 6. “Ma non avevi smesso?!” mi ha domandato salendo di alcune ottave la mia augusta genitrice un paio di sere fa, lo sguardo perplesso su una tovaglia in tela AIDA che è quella che vedete…em, istoriata a colpi di fili DMC qui sopra. Avevo smesso, è vero. Ma quando sei agéé dentro, le vecchie abitudini sono dure a morire. E così, da qualche mese, la scatola del ricamo è la fida compagna delle mie pazze, pazze notti tutte divano, copertina e Netflix, sotto gli sguardi egualmente perpliti di marito e figlia (“ma un giorno diventerò anch’io così?! oddioooo…!!”)

E voi, amisciii e amicheee all’ascolto, avete già iniziato la vostra personale discesa non nella terza, non nella quarta ma nella quinta età? Quali indizi ve lo fanno pensare?

TrashBack

E’ con una mantellina – manco tanto metaforica – di malinconia che torno ad imbrattare questi schermi dopo l’estate parlamentare più grottesca di sempre. Tu pensi di aver assistito al peggio del peggio in qualche anfiteatro di villaggio vacanze in quel di Jerba nella gloriosa estate ‘99 ed invece no! i nostri allegri rappresentanti istituzionali ammiccano sulle prime pagine dei quotidiani in un improbabile, rutilante, picaresco Ferragosto al Quirinale (un fantastico titolo da cinepanettone: fratelli Vanzina, pensateci!) dando prova di doti istrioniche che Totò, scansàte proprio.

La mia estate vacanziera, vale a dire le mie tre settimane di infradito vento mohijto e, um, c’è altro? non mi pare, sono in realtà state molto più placide e svac, em, pacate, ancorché caratterizzate dalla presenza massiva di amici, conoscenti e – ca va sans dire – kiters spiaggiaroli. Menzione d’onore a colei che ha organizzato una festa di compleanno in spiaggia, addì 12 agosto, assolutamente memorabile, tanto che gli amici torinesi presenti sul bagnasciuga ne parlano ancora. Altro che Ferragnez!

Ho disertato allegramente la cucina, unico locale rimasto privo di tracce di sabbia, ma direi di passaggi umani tout court, dopo 21 giorni di soggiorno e infilato certe triplette di aperitivo in spiaggia, cena itinerante & dopocena al porto che rimpiango ancora in sogno.

Ho assistito con un misto di tenerezza ed ansietta al rinforzarsi del legame tra Camillozza ed il suo tedeschino del cuore, che camminavano mano per la mano sul pavé di Castiglione della Pescaia quando tra la folla rischiavano di perdersi; o almeno, questa è la spiegazione che voglio darmi io del perché fendessero i turisti tenendosi per mano, ecco;-)

Ho letto poco, o comunque molto meno di quel che avrei voluto, non tanto perché distratta dal folto parco amici ma perché delusa dalle mie scelte in libreria: la fretta, si sa, non è mai una grande consigliera ed io sull’onda della concitazione del pre-partenza avevo fatto scorta di tomi le cui quarte di copertina promettevano, così, a un colpo d’occhio disattento, faville o quantomeno fuocherelli d’entusiasmo. Mentre si sono rivelati in molti casi di una pesantezza, non solo fisica, inenarrabile. {Se volete dei consigli per gli acquisti in libreria, ma degli acquisti da evitare…ecco, chiedete pure! Di contro, se avete voi qualche bel titolo da consigliare, fate, fate pure: per alleggerire un po’ il rientro sto meditando di graziare le mie spalle scavate dal peso di certe sporte di libri cartacei & munirmi di Kindle. A maggior ragione le raccomandazioni dei titoli da 0.99€ a 9.99€ sono ben accette!}

Nell’immediato, intanto, confido di chiudere in bellezza una settimana di rientro bella intensa con un pranzo nel piacentino a base di gnocco fritto e a tendere, con il nuovo, ricco palinsesto di Real Time. Già sento che Matrimonio a Prima Vista, per dire, sarà foriero di grandi soddisfazioni trash.

Stay Tuned, insomma, canale 31 e non.

L’estate addosso

Sempre in attesa di esplorare Cape Cod, Rhode Island, il New England e naturalmente il mo sogno proibito – ma sbandieratissimo – che è Nantucket, leggasi tutti i rifugi radical-chic dei vacanzieri newyorkesi opulenti oggetto di tanta ET magnificente letteratura nordamericana, e sempre in attesa di infilare il 13 milionario che mi permetterà di farlo (…) anche quest’anno, come da tre stagioni a questa parte, la minifamiglia ed io ci siamo concessi un’estemporanea vacanzina toscana.

E se un tempo il canto della mia sirena mi guidava in Versilia – le memorabili vacanze coi Guappi! Ah, che ricordi! – ormai da anni il baricentro del buen retiro si è spostato in giù, nel Grossettano, a meno di un’ora dal Lazio.

Nel cuore della Maremma, fattorie secolari con porticati e terrazze appoggiate sul verde ma la cui vista spazia sino al mare si son convertite in agriturismi accoglienti; spiaggie bianchissime raggiungibili solo dal mare o attraverso pinete che son tappeti di aghi di pino e concerti di cicale ti guidano verso dune sabbiose e onde indomite sferzate dal Maestrale.

E’ un incanto selvaggio, questo posto, e davvero non potrò mai comprendere chi, a tutta questa meravaglia a un tiro di schioppo, preferisce i rettangoli squadrati degli stabilimenti tradizionali all’altra estremità del paese, le colate di cemento dei residence e degli hotel a far ombra dalla passeggiata, le file ordinate di ombrelloni di tela arancio e gialla e il baruccio pavimentato col maxischermo puntato sulla partita.

E nulla, sono tornata da due giorni ma già è iniziato il conto alla rovescia alle prossime eco-vacanze di agosto, che poi tanto eco manco sono, ma per i miei standard sono rusticissime e profumano di tarassaco e rosmarino ma soprattutto di tanta, agognata, inesprimibile libertà.

Tuo padre sembra Dante/e tuo fratello Ariosto (part 1)

Cari amici e amiche di Mark Caltagirone,

ora che la verità s’è palesata – Mark sono io, motivo per cui nell’ultimo bimestre sono stata, come dire, inafferrabile 😀 – posso anche uscire dall’ombra e tornare ad imbrattare allegramente questi schermi.

Ed in considerazione dell’epoca, perché non farlo disseppellendo dai gattini rotolanti di polvere un bell’amarcord direttamente dagli anni ’90?

Correva l’annus domini 1995 in quella della bassa taurinense; mese di giugno in tempi non sospetti, leggasi quando ancora l’emergenza climatica non deflagrava quotidianamente in micidiali secchiate di grandine e allagamenti repentini un giorno sì e l’altro pure.

Insomma: faceva caldo, mooolto caldo, caldissimo proprio per chi, a giugno 1995 come me, s’appropinquava al temutissimo, vecchio esame di maturità. Maturità classica, peraltro, nulla a che vedere con quel divertissement di laurea in Scienze delle Merendine che sarebbe arrivata cinque anni dopo.

Sino alla fine degli anni ’90, che a voi sembrano il Pleistocene ma per noi quarantenni hanno lo smalto e la vividezza dell’altroieri, o giovani maturandi all’ascolto (?!), dovete infatti sapere che il temutissimo esame di Stato per ogni studente di scuola superiore dello stivale assumeva i contorni dell’incubo.

Per dire: se voi pensate che oggi, dopo la riforma di fine anni ’90, l’esame così com’è strutturato oggi, con crediti, commissioni miste, tre prove e via discorrendo, rappresenti uno scoglio scoscesissimo…ecco, allora moltiplicate tutto questo per cinque (per me, pure per quindici) ed non otterrete che una vaga idea di cosa rappresentasse la maturità allora.

Non per nulla, Venditti non c’ha dedicato una canzone per caso!

Un solo commissario interno – leggasi: una sola anima pia che foooorse, avendoti conosciuto nel lustro precedente, potesse infonderti un po’ di coraggio – due materie per l’orale su una rosa avvizzita di quattro/cinque proposte dal Ministero, di cui una a tua scelta e l’altra a scelta della commissione. L’horror vacui proprio, perché se é vero che oggi oggetto dell’esame son tutte, le materie, vent’anni fa si richiedeva che quelle quattro/cinque sorteggiate tu le conoscessi dalla A alla Z, dieresi incluse.

E nella mia fulgida annata, nello stoico tempio dell’umanesimo, per capirci, la sorte ricadde sul quinquetto letale di latino greco italiano storia matematica.

E sulla concomitante infezione all’occhio destro, antesignana delle uveiti, congiuntiviti e fotofobie che sarebbero state, veramente ideale per ripassare notte e dì (ma soprattutto notte, v. dopo) rinchiusa in casa con 30° all’ombra, tapparelle ermeticamente sigillate, lettere e numeri a mischiarsi e confondersi sulle pagine alla luce fioca dell’abat-jour. Magari alle due di pomeriggio.

Il tempismo, la gioia, la baldanza proprio.

(to be continued)

We made it!

Viele Euro Maus, non speravo più di rivederti!

Ebbene sì, anzi ja!

Contro ogni pronostico, il teutonico meteo s’è smenti…em, no:

contro ogni pronostico, anche se il teutonico meteo non s’è smentito affatto, sprezzante di temperature anarchiche e giornate che partivano in maglietta per terminare in tenuta d’alpinismo, addì 25 aprile la koala family è finalmente partita alla volta di Rust, Cccermania per una tre giorni dedicata al cucciolo di marsupiale di casa.

Questo sulla carta [e per auto-giustificare la mia terza volta all’Europa Park]: perché, come potrete facilmente intuire dalla carrellata qui sotto, ad imbottirci di allegria, risate, disimpegno e di una leggerezza che CAVOLI SE MANCAVA siamo stati tutti e tre in egual misura.

…tranne la sottoscritta subito dopo la discesa a 100km/h dalle montagne russe della sezione “Svizzera”, quando barcollante ed in evidente stato di dissonanza cognitiva s’è schiantata sui gradoni dell’anfiteatro portoghese bofonchiando: “Io, giuro, non ingollerò mai più neanche una foglia di lattughino in tutta la mia vita”.

Fin qui tutto bene; ma anche il resto, eh, fatte salve alcune scariche di adrenalina da cui mi ripiglierò ad agosto 2028

Io non ci sono.

Il nuovo racconto scritto da Pagnott’ (notevole, peraltro, ma io sono di parte) ha un titolo che sento di poter far mio 🙂

Vorrei dirvi che l’ottimismo sventola industurbato e che la prospettiva di un lungo ponte d’aprile agisce sull’umore come i filtri di Instragram sulle rughe: ringiovanendolo, levigandolo e colorandolo di sfumature inedite ed inesistenti su queste terre.

Purtroppo, invece, nessun filtro ma parecchie riproposizioni della leggendaria Legge di Murphy paiono preannunciare quattro giorni poco festivi/festosi, molto piovosi e altrettanto uggiosi – fuori e dentro, ché in famiglia registriamo ben due meteropatici su tre e scusate se è poco.

Perché l’idea del 25 aprile & weekend allegato era quella di una mini-vacanza on the road alla volta della Ccccermania, e nello specifico del delizioso Europa Park, in quel di Rust, regione di Baden-Württemberg, Germania sud-ovest & Foresta Nera, per capirci.

Peccato che il meteo racconti tutt’altra storia e più che parco a tema, preannunci polmoniti a catena (ahahaha…ammazzatemi!).

E quindi insomma BOH. A una manciata di ore dalla doveva-essere-partenza registriamo un en plein di facce solcate dal disappunto e lugubri pronostici di nullafacenza asfittica che, a ‘sto punto “era meglio lavorare”. (No Maria, io qui però esco!).

Sono stanca, stanca di un periodo – lungo mesi: da gennaio sino ad oggi, suppergiù – che se solo mi rimanesse un briciolo del consueto humour da scantinato saprei raccontare perlomeno con un po’ di brio, un po’ di verve, un po’ di colore…ma che adesso, al più, potrei definire: “…il sacchetto per il vomito era incluso nel pacchetto per il 2019?”

Poi lo so, lo so, basta sfogliare un giornale, incrociare un RaiNews24 a caso, ma anche semplicemente abbassare lo sguardo quando, sul marciapiede a due metri dall’uscio di casa, un coetaneo che conosci di vista offre il braccio alla moglie disabile, segnata a vita da un aneurisma di quelli micidiali mentre dava alla luce il secondo figlio. Sono altri, i mali della vita, lo so. LO SO.

E se da un lato m’infervoro perché vorrei che tutti, lo capissimo… dall’altra vorrei qualcuno che mi rabbonisse ugualmente. Che mi dicesse: “vabbeh, ma sei da capire anche tu”.

E anche: “‘ste previsioni si sa, che non sono mai attendibili”.

E invece attendiamo, attendiamo sempre, attendiamo e basta. E dopo una vita da pendolare abbonata GTT, credetemi, non è molto incoraggiante.

L’amore ai tempi di Tinder. E di Kinder

Love me tender, anzi Tinder.

Dell’amore (amore eh: ho detto amore) ai tempi di Tinder so suppergiù quanto so della fisica quantistica: nulla, se non che da qualche parte esiste e qualcuno è così illuminato da dedicarvisi.

Nello specifico, c’è questa amica di vecchia data che sognante racconta di come, a una manciata d’ore dall’iscrizione al sito, una congiuntura astrale incredibilmente favorevole abbia fatto sì che in pochi minuti tutta la sua attenzione si dirottasse su quella che sarebbe diventata l’altra metà del suo personale spicchio di cielo. Amore al primo sguardo, pardon, al primo like. E a onor del vero, a distanza di qualche meso dal primo incontro dal vivo, i due piccionicini tubano ancora in invidiabile armonia. Amazing!

Dell’amore ai tempi di Tinder non so nulla, anche perché quando baldanzosa ho proposto alla mia personale metà celeste di creare un profilo fake a scopo accademico di studio antropologico (e chi mi conosce sa, che davvero lo avrei utilizzato a quei fini, un po’ come quando ai tempi dell’università partecipavo agli speed date al solo scopo di divertire poi gli amici con pirotecnici resoconti ad alto tasso di ridarola) …ecco, l’altra metà ha allegramente replicato che solo mi fossi arrischiata, sarei rimasta una metà e basta. Ho pur sempre un marito siculo, eh.

Dell’amore ai tempi di Tinder non so nulla, se non che tra un paio di lustri sarà questo, o la sua evoluzione 3.0 (TRInder, Futinder, WannaBinder etc.) uno degli strumenti che mia figlia e le sue – ora – deliziose amichette novenni senza dubbio e senza scampo vorrano installare, e usare, e condividerAAARRRG.

Non so nulla dell’amore ai tempi di Tinder, ma per rabbrividire un po’ mi basta ciò che ricordo dell’amore ai tempi di Kinder – ovvero dell’epoca ante-social e ante-App, dell’epoca in cui l’ingenuità di un’adolescente media era seconda soltanto a quella che irradiava il sorriso fessacchiotto del mitico bambino-Kinder, il brunetto dal taglio a scodella che ammiccava dalle confenzioni delle omonime barrette, presente, sì?

Mi basta insomma ricordare gli anni 2000, quando Internet (o Internètte, come per anni venne amichevolmente ribattezzato a casa mia) era sinonimo di motori di ricerca e basta e uno Startac Motorola un modello evoluto e ambito di cabina telef… em, telefono cellulare.

(Momento amarcordissimo: nel lontano 1997 i miei genitori me ne fecero trovare uno nascondendolo in un cassetto di casa e facendo squillare finché la batteria non si esaurì e dovettero, abbastanza scocciati, svelare la sorpresa; già, perché io, da sempre acuta come una faina, mi aggirai per casa per ore alla ricerca dell’anomalia – un antifurto, un allarme, un elettrodomestico difettoso – che “senza dubbio” dava origine a quel drin-drin incessante. Sgamatissima, da sempre!)

Ma tornando a noi. Era il glorioso e immaginifico 2000, quindi nessun browser installato su nessun telefono che consentisse di controllare la propria posta elettronica ogni due per tre. Anzi: ricordo che all’epoca accedevo al mitico account Tiscali suppergiù con la frequenza con cui davo esami a Scienze delle Merendin, em Comunicazione: un paio (di volte) a sessione, tre o quattro se molto incalz..em, ispirata.

A inizio anno, uscivo ormai da un paio di mesi con questo M., ammerigàno di Los Angeles di passaggio nelle terre d’origine: di padre piemontese, era ospite qui nei dintorni di quella destinata a diventare un’amica per la vita (a questo dedicherò uno spin-off entro il 2030, ggiuro), e non spiccicava in compenso una parola di italiano, tant’è che a un certo punto si dichiarò con un esilarante: Io Piace Te (I like you), che io intesi come una domanda alla quale risposi: se mi PIACI? Sì, beh, chiaro… No, no, io piace TE…! Sì, sì, t’ho detto che mi piaci, sta’ bono, no?

Facezie a parte, per l’ammerigàno delle Langhe avevo preso una sbandata non da poco, come tutti i miei compagni di corso – che da un giorno all’altro smisero di vedermi appallotata sulle sediole di chinz dei cinema che fungevano da aula per noi reietti di Scienze dello Snack e gravitavano intorno al sancta sanctorum di Palazzo Nuovo – ancora ricordano.

Una domenica sera, di ritorno dal folkloristico Carnevale di Ivrea, altresì noto per la variopinta battaglie delle arance, piedi intrecciati nei piedi ed occhi intrecciati negli occhi, M. ed io addentavamo una pizza dall’improbabile retrogusto agrumato quando l’ammerigàno mi buttò lì se controllassi mai la mia posta elettronica. Una volta a sessione, al massimo due! fu la mia risposta tutta garrula. Il tarlo però s’era insinuato, e quella notte dopo settimane sedetti al piccì e riaprii la mitica Tiscali Mail.

L’homo machiavellicus che sbaciucchiavo sino a un pugno d’ore prima, esemplare paradigmatico di quella nutrita schiera di codardi che non hanno il coraggio di dirti le cose in faccia e s’affidano un po’ al caso, un po’ a Paolo Fox, dieci giorni prima (D I E C I!) mi aveva indirizzato una mail, troppo pavido non solo per parlarmi in faccia, ma addirittura per decidere un momento X in cui mettere la parola fine.

Ma il testo, oh il testo era il vero capolavoro del machiavellismo:

I am deeply sorry. But the space for what you want has been filled up by the things you have settled for.

Non c’avete capito ‘na cippa? Ecco, neanch’io. Che mi arrovellai su quella catena di nonsense che pareva esser stata inanellata girando la mitica ruota della Zanicchi per settimane, perché alla mia mail di risposta (Ahò M, che abbiamo alzato un po’ il gomito stasera..? la risposta arrivò all’istante, affilata come un coltello, piacevole quanto un’arancia marcia spiaccicata sulla capoccia: E’ finita tra noi, K. Quale parte esattamente non t’è chiara?)

Non so nulla dell’amore ai tempi di Tinder, ma so quanto pathos, quanto storcinamento di budella ha saputo causare l’amore ai tempi di Kinder…e nulla, lo penso da sempre ma adesso più che mai:

Pagnott’ non avrà mai il cellulare, mai.

Avrà un telegrafo, toh, se proprio insiste.

A volte ritornano

Io dico no alla Brexit, io dico sì alla crema Pan di Stelle.

No, non sono stata inghiottita nei meandri oscuri della Torino-Lione. Ma considerato che l’ultimo mese, mese e mezzo è stato avvincente quanto un’etichetta della lavanderia, se da una parte non mi sembrava molto sensato tenerne traccia, dall’altro, le poche volte in cui avrei voluto farlo – ad esempio in occasione del compleanno montano del consorte, e di un paio di uscite insospettatamente illuminate in quel di Sestriere e Salice – annaspavo sul disperato andante tra ufficio, casa ed una lista di incombenze socio-domestiche degna di un capo di stato.

(E invece no: qui siamo a capo solo…aum… della spesa weekendara all’Ipercoop, dell’organizzazione di sparuti pomeriggi ludici per l’infante, di un piccì aziendale che ormai fa le veci di un labrador. “Mamma, voglio qualcuno che stia sempre con me, voglio un caneeee!” “Ma Pagnotella, c’è il piccì della mamma, che è sempre con noi! Cosa te ne fai di un cane?”

Settimane così, insomma, piatte, incolore ed in compenso logoranti come una sessione di triathlon ma senza nessuno dei benefici fisici annessi.

Oggi però a) il cielo sulla collina è un’immaginifica lastra blu chiazzata di ghirigori sfilacciati, preludio – incrociamo incrociamo – di una primavera frizzantina; b) la nana sprizza allegria a livelli compleanneschi in vista dell’odierna, avvincente in gita (al Comune cittadino…ahahah); c) mi attende una giornata alla scrivania tutto sommato gestibile – giacché ci ho dato dentro come uno schiavetto nubiano sino ad oggi, chiaro; d) per chiudere in bellezza (= senza passare per la cucina), stasera cena in uno dei miei localini del corazòn con un’amica che ha ottimi motivi per brindare. Io ‘nzomma, ma facciamo che i suoi bastano per due.

Stay tuned. Non passerà un altro mese.

Magari due. 😀